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Dopo l’elezione di Uribe alla Presidenza Il nuovo presidente della Colombia Alvaro Uribe ha subito mostrato le sue intenzioni appena insediatosi all’inizio di agosto. Ha dichiarato lo stato di emergenza per novanta giorni e introdotto una tassa di guerra per finanziare due nuove brigate dell’esercito con 13 mila soldati.
Allo stesso tempo lo spettacolare attacco al Palazzo della Presidenza durante la cerimonia d’insediamento del nuovo presidente ad opera delle Farc (la principale forza guerrigliera colombiana) dimostra tutta la debolezza dello Stato. Uribe è uno dei rampolli dell’oligarchia che domina il paese. Eletto con l’appoggio dei paramilitari, ha subito offerto loro alcuni seggi in parlamento. Appog-giato dai latifondisti, è determinato a perpetrare una delle situazioni di maggiore disuguaglianza esistente al mondo nelle campagne, dove l’1,5% dei grandi proprietari controlla l’80% della terra. Più della metà dei colombiani si è astenuta, riflettendo tutta la rabbia e l’insoddisfazione verso l’attuale sistema politico. Una parte della classe media tuttavia ha sicuramente votato per chi invocava una svolta della politica verso la guerriglia. L’uso della forza dopo che le trattative, protrattesi per circa quattro anni, non erano riuscite a sbloccare lo stallo tra il governo e le Farc. Lo stato colombiano era stato costretto a trattare con le Farc e a concedere loro l’amministrazione di un terzo di territorio del paese, che di fatto già controllavano. Pastrana, l’ex presidente, cercava più che altro di prendere tempo e al massimo era disposto a negoziare con le Farc le condizioni di resa, seguendo un percorso simile a quello di altri "processi di pace" nel Centro America. Intanto gli Stati Uniti lanciavano il Plan Colombia: massicci aiuti militari per "estirpare il comunismo" dal paese. D’altro canto senza l’aiuto militare ed economico di Washington lo stato colombiano probabilmente crollerebbe come un castello di carta. La sua debolezza, la tragica situazione economica, con l’85% della popolazione che vive sotto il livello di povertà, l’impossibilità per la borghesia colombiana vista anche la recessione mondiale, di fare alcun tipo di concessione alle masse spiegano la tenuta delle Farc e dell’altra guerriglia del paese, l’Eln. La nuova situazione nel continente, con l’ascesa imponente della lotta di classe dal canale di Panama alla Terra del Fuoco, impone agli Usa di accelerare la stretta repressiva e farla finita con "l’anomalia" delle Farc. Data l’esperienza di questi ultimi anni, appare però improbabile che da solo l’esercito colombiano possa vincere il conflitto. Potrebbero chiamare in aiuto gli eserciti dei paesi vicini, come l’Ecuador, la Bolivia o il Perù, ma in un contesto di fermento sociale crescente in tutti questi paesi, il loro intervento creerebbe ancor più problemi piuttosto che risolverli. L’intervento diretto dell’esercito nordamericano potrebbe sembrare risolutivo, ma l’incubo del Vietnam rimane sempre dietro l’angolo, col pericolo di esplosioni rivoluzionarie in tutto il continente, anche negli Usa. Sul versante guerrigliero è da scartare a breve termine ogni ipotesi di consegna delle armi. Oltre ai rapporti di forza favorevoli, i dirigenti delle Farc si ricordano bene dei 4000 militanti del Pc e dell’Union Patriotica massacrati alla fine degli anni ottanta. E anche oggi, lo stato e i paramilitari ogni tre giorni ammazzano un attivista sindacale. Non possiamo tacere l’impasse in cui si trova la direzione delle Farc. Tutte le illusioni sulle possibilità del processo di pace e sulla loro proposta di un "governo di riconciliazione nazionale" sono svanite come neve al sole. L’unione tra la lotta di guerriglia e l’azione della classe lavoratrice nelle città, che in Colombia rappresenta una parte considerevole della popolazione, attorno a un programma rivoluzionario lascerebbe i giorni contati alla classe dominante. Il rifiuto da parte della direzione guerrigliera di adottare un programma e una tattica del genere rende la lotta per la trasformazione socialista della società decisamente più difficile. |