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Crisi dei Democratici di sinistra Stampa E-mail
Scritto da Claudio Bellotti   

Ulivo e Ds: sull’articolo 18 i nodi arrivano al pettine

"I Ds si dividono sul sindacato": il titolo dell’Unità del 25 giugno non poteva essere più esplicito e fotografa con notevole chiarezza la reale situazione. Lo scontro con il governo mette in luce tutte le divisioni fra i sindacati, nell’Ulivo e all’interno degli stessi Ds. Le parole diplomatiche nascondono sempre meno i conflitti ormai continui all’interno della coalizione.

Si pone una volta di più la necessità per i comunisti di analizzare attentamente quanto avviene in quel campo. La ripresa delle mobilitazioni sindacali e la crisi generale dei partiti socialisti, in Italia e in Europa, apre una nuova situazione. Le possibilità per un’avanzata significativa dell’alternativa comunista sono evidenti, ma è altrettanto evidente come la situazione sia estremamente complessa e richieda un’analisi scrupolosa e una tattica adeguata per trarre vantaggio dalla nuova situazione.

Va detto innanzitutto che quanto avviene in Italia si inserisce in un contesto europeo e non è un’"anomalia", come spesso si tenta di presentarla nel dibattito interno al Prc. Al di là delle particolarità di ogni paese, vi sono forti elementi comuni tra quanto avviene nei diversi paesi europei. C’è, innanzitutto, la crisi elettorale dei partiti dell’Internazionale socialista. Ancora pochi anni fa 14 paesi su 15 dell’Unione europea vedevano questi partiti al governo, in coalizioni di varia natura. La sola eccezione era la Spagna, dove dopo 17 anni di governi socialisti, la destra di Aznar vinse le elezioni nel 1996. Nel giro di tre anni il dominio della socialdemocrazia in Europa è entrato in crisi. Un’elezione dopo l’altra, i partiti socialisti sono stati sconfitti dalle destre in Austria, Danimarca, Italia, Portogallo, Olanda e Francia, talvolta con crolli catastrofici. Ora tutti guardano alle elezioni tedesche di ottobre, che mettono a rischio il pilastro fondamentale costituito dall’Spd. Le elezioni parziali in Sassonia-Anhalt hanno visto il trionfo della Democrazia cristiana, che ha raddoppiato i propri voti. Nonostante Schroeder tenti di rilanciare la propria immagine con discorsi "di sinistra", è possibile che la Dc tedesca esca dalle elezioni di ottobre come primo partito e formi un governo, magari in coalizione con i liberali dell’Fdp. Nell’ultimo anno la Dc ha rimosso la sua dirigente, Angela Merkel, e ha scelto di candidare come primo ministro il bavarese Edmund Stoiber, rappresentante della sua ala destra e allievo prediletto del defunto leader della destra democristiana bavarese Strauss; vale a dire che il padronato tedesco, che nell’ultimo anno si è molto "raffreddato" nei confronti dell’Spd e di Schroeder, tenta la carta di una decisa svolta a destra, in linea con quanto sta avvenendo nel resto del continente.

Un secondo tratto comune è la ripresa delle mobilitazioni sociali. La Grecia ha visto il suo terzo sciopero generale contro il piano pensionistico del governo Simitis, esponente della destra socialista. In Spagna, dopo quattro anni di sostanziale pace sociale, lo sciopero generale del 20 giugno è stato un successo, così come le mobilitazioni del movimento Noglobal a Barcellona alla fine di aprile. In Francia abbiamo visto l’enorme manifestazione del Primo maggio contro Le Pen, e non c’è dubbio che le politiche del nuovo governo di destra (che in parlamento ha una maggioranza schiacciante) susciteranno una risposta di lotta in linea con quanto sta avvenendo in Italia, Grecia, Spagna.

Perché la Cgil torna allo sciopero

La scelta della Cgil di proseguire le mobilitazioni anche dopo la rottura con Cisl e Uil, quindi, non è un fatto isolato o una "anomalia", ma si può comprendere solo sullo sfondo di questi processi più ampi. Per oltre un decennio le correnti più moderate (D’Alema, Schroeder, Blair, ecc.) hanno spadroneggiato nei partiti socialisti. Le vecchie correnti di sinistra sono state ridotte al silenzio. In tutti questi anni la destra socialista ha praticato politiche di controriforme che hanno pesato duramente sui lavoratori e sull’elettorato popolare. Sono state soprattutto le burocrazie sindacali ad esporsi nel far ingoiare privatizzazioni, leggi antisciopero, tagli allo Stato sociale, flessibilità e tutte le altre meraviglie che ben ricordiamo. Essendo a più stretto contatto quotidiano con il luoghi di lavoro, gli apparati sindacali hanno tirato due righe di conto e si sono resi conto che alla lunga rischiavano di fare una brutta fine e di immolarsi per la maggior gloria dei vari Blair, D’Alema, Schroeder e compagnia.

In Italia e in Francia, le lotte sindacali del 1994-95 erano state decisive nella sconfitta delle destre e nel portare al potere le sinistre. Ma, si saranno chiesti i dirigenti sindacali, a che pro tutto questo se poi dobbiamo sacrificare il nostro potere e il nostro prestigio senza ricavarne nulla?

Il "ritorno alla lotta" della Cgil, così come quello del sindacato in Germania, in Grecia o in Spagna non è quindi determinato da un "ravvedimento" di questi dirigenti, ma è il riflesso di sopravvivenza di una burocrazia che vede messo a rischio il suo potere, il suo ruolo sociale e politico, la sua autorità e il suo prestigio.

La svolta della Cgil

Ci sono compagni nel Prc, e in particolare nella sua sinistra, che ci chiedono polemicamente se per caso non crediamo che Cofferati abbia fatto una "svolta a sinistra"; puntano il dito sulla continuità nelle posizioni del vertice della Cgil, sul fatto che Cofferati continua a rivendicare la concertazione, e ne concludono che nulla è cambiato sotto il sole, e che non c’è alcuna svolta a sinistra.

Chi si abbandona a questo modo di ragionare dimostra purtroppo di essere vittima di una concezione inguaribilmente elitaria. Cofferati non ha cambiato le proprie posizioni. Bene, diciamo pure per semplicità che sia così. Se questo è chiaro a qualsiasi militante comunista, è tuttavia necessario capire che l’insieme della classe, i milioni di lavoratori che hanno scioperato in questi mesi, non la vedono esattamente allo stesso modo. Dal loro punto di vista si è prodotto un cambiamento importante: da una Cgil che soffocava ogni lotta a una Cgil che convoca manifestazioni di massa e scioperi generali; da una Cgil che usava sempre l’unità sindacale come una scusa per far passare peggioramenti continui alle condizioni di lavoro, a una Cgil che dichiara che "sui diritti non si tratta" e che per i principi bisogna essere disposti a scioperare anche da soli. Non è forse evidente anche a un bambino che il lavoratore non politicizzato (cioè la stragrande maggioranza), ma anche il delegato o l’attivista sindacale vede questo cambiamento come la fine di un incubo, che pensa che finalmente si stanno facendo le cose giuste, che bisogna aiutare e sostenere Cofferati nella sua battaglia? Chi non capisce questo, può avere tutte le ragioni del mondo dalla sua parte ma non riuscirà a farsi ascoltare. Pensare che il compito di un’avanguardia comunista oggi sia quello di gridare ogni cinque minuti al "tradimento" di Cofferati significa condannarsi all’impotenza, chiudersi in una cerchia ristretta, parlare solo a chi è già d’accordo con te.

Con questo non intendiamo affatto dire che i lavoratori siano un gregge senza memoria e che abbiano dimenticato o "perdonato" tutte le malefatte dei dirigenti sindacali e del centrosinistra; al contrario, siamo certi che esista potenzialmente una vasta area di lavoratori e di attivisti sindacali che possono essere organizzati su posizioni critiche e combattive, come dimostrano anche i risultati del congresso della Cgil. Solo, bisogna intendersi su come si può arrivare a questo scopo; il lavoratore cosciente, anche quello critico, oggi vuole che questo movimento continui, si allarghi e vinca, ed è anche disposto a dare ascolto a posizioni critiche e più radicali, ma solo se le vede inserite in questa dinamica di massa; altrimenti le giudica irrilevanti, come dimostra il fatto che il sindacalismo extraconfederale vive attualmente una fase di forti difficoltà sul terreno della mobilitazione ed è costretto nei fatti a subire l’iniziativa della Cgil.

Riassumendo: la tradizione storica dice che quando al principio della rivoluzione francese il re di Francia Luigi XVI chiese se a Parigi c’era una rivolta, i suoi cortigiani gli risposero "No, Sire, è una rivoluzione". Allo stesso modo, ai compagni che ci chiedono (polemicamente) se in Cgil c’è una svolta a sinistra, risponderemo "no compagni, solo qualche sciopero generale!"

Effetti politici

Quanto avviene nella Cgil ha diretti riflessi politici all’interno dei Ds e dell’Ulivo. Di fronte alla spaccatura fra Cgil da un alto e Cisl e Uil dall’altro, l’Ulivo è stato messo sotto una forte pressione. Angius, capogruppo Ds al senato voluto personalmente da D’Alema in quella posizione, ha detto che Rutelli non è più il rappresentante dell’Ulivo; conta poco che dopo queste dichiarazioni di guerra arrivino i pompieri di turno a gettare acqua sul fuoco; più si va avanti e più il conflitto si inasprirà. Fino a che siamo alle schermaglie, alle trattative e ai balletti, si più ancora giocare sulle parole. Ma se si arriva allo scontro duro, quest’estate o il prossimo autunno, se si arriva alla battaglia per la vita o per la morte, nell’Ulivo si spalancheranno le voragini.

Dopo le elezioni politiche tutta la borghesia aveva esultato per il cattivo risultato dei Ds e per la contemporanea vittoria della Margherita. Con la Margherita al 14,5% e i Ds al minimo storico, ragionavano gli "strateghi" della classe dominante, in Rutelli per la prima volta l’Ulivo avrà un leader non ostaggio dei Ds. E ammonivano D’Alema e Fassino: "Non fatevi trascinare nelle piazze da Cofferati!" Dopo un anno, qual è il bilancio? Dal punto di vista della borghesia, non è certo dei migliori: D’Alema e Fassino, controvoglia e recalcitranti, finora hanno dovuto seguire Cofferati nelle piazze; nelle elezioni amministrative si è visto seppure parzialmente un "effetto Cgil" che ha tirato la volata ai Ds in diversi comuni del centro-nord, mentre la Margherita è crollata quasi ovunque.

Ma questo è ancora niente: di fronte alla decisione di Cisl e Uil di tornare alla trattativa, le contraddizioni sono esplose, prima fra Margherita e Ds, poi all’interno dei Ds. Nell’ultima riunione della Direzione nazionale dei Ds c’è stata una aperta spaccatura (alla quale si riferiva il citato titolo dell’Unità). La sinistra ha proposto un documento di sostegno alla Cgil, ma Fassino e la maggioranza (sostenuti anche dalla corrente liberal di Morando) lo hanno rifiutato con l’argomento che il loro obiettivo non deve essere quello di schierarsi, ma di ricomporre l’unità sindacale.

Queste divaricazioni si amplieranno sempre di più, poiché di fronte a un accordo separato fra governo e Cisl e Uil, per Cofferati e la Cgil organizzare un’opposizione di massa diventerà una questione di vita o di morte. Oltre tutto la spaccatura tra i sindacati si ripercuoterà fatalmente su altri terreni, come ad esempio la Fiat (dove la Fiom prepara uno sciopero per il 12 luglio che potrebbe essere anche convocato in solitario), i contratti nazionali di categoria, ecc.

Né le divergenze si limiteranno allo scontro sindacale. Fabio Mussi, del "correntone" diessino, ha posto una domanda retorica: a che punto ci troveremo fra noi e la Margherita se in autunno gli Usa attaccheranno l’Irak? (sottinteso: noi dovremo opporci, e del resto il "correntone" ha già annunciato che in futuro voterà contro gli interventi militari all’estero). Insomma, l’Ulivo sarà sottoposto a tensioni crescenti da una parte e dall’altra, e ogni avvenimento importante contribuirà ad aumentarne le lacerazioni.

Il capitombolo elettorale della Margherita nelle elezioni amministrative significa che Rutelli rischia di fare ben presto una fine ingloriosa. Per l’ennesima volta, dopo Prodi, dopo i Democratici, dopo l’Asinello, svanisce l’eterna illusione di creare un partito democratico borghese con base di massa; una volta di più si conferma che le coalizioni "democratiche" si basano prevalentemente sul voto della sinistra, sul movimento operaio organizzato. Di fronte a ciò si riacutizza lo scontro interno ai Ds.

I prossimi mesi saranno con ogni probabilità decisivi per il futuro dei Ds. L’ala liberal, che all’ultimo congresso aveva ottenuto circa il 5% dei voti degli iscritti, si trova sempre più a disagio nel clima creato dalla mobilitazione della Cgil. Esponenti di spicco come Salvati e Debenedetti hanno preso chiaramente e pubblicamente posizione a favore della "riforma" del mercato del lavoro. Una loro scissione è ormai matura. Ma anche la maggioranza Fassino-D’Alema che vinse il congresso di Pesaro con circa il 62% dei voti è ora fortemente a rischio. L’iniziativa di Cofferati e della sinistra Ds li metterà sempre più alle strette, temono di isolarsi dalle piazze piene, ma temono anche di dover assumere posizioni troppo "oltranziste" di fronte alla classe dominante.

Al di là delle oscillazioni personali e casuali che saranno numerose (e anche "sorprendenti") in una lotta accanita come quella che si aprirà, possiamo individuare grosso modo due sbocchi possibili. Nel primo caso, Cofferati e il "correntone" accentuano sempre di più la propria polemica, accusando la maggioranza Ds di lavarsene le mani dei diritti dei lavoratori, e preparano il terreno a una scissione, al cosiddetto "Partito del lavoro", scissione che si baserebbe sull’attuale sinistra Ds (oltre 70mila voti nel congresso), probabilmente sul partito di Cossutta e su un numero incerto, ma sicuramente ampio, di quadri Cgil e anche di attivisti di altri movimenti oltre a quello sindacale, che non sono attualmente militanti di alcun partito; non sarebbe esclusa una ulteriore scissione nel "centro" diessino (il blocco D’Alema-Fassino) che si aggregherebbe al nuovo partito.

In alternativa, il "centro" diessino potrebbe cercare un accordo con Cofferati rassegnandosi a inseguire la Cgil, tentando al contempo di annacquare ulteriormente le sue parole d’ordine, e aspettando tempi migliori per tornare alla linea "modernizzatrice". Questo significherebbe probabilmente la scissione dei liberal sulla destra e, altrettanto probabilmente, il sacrificio di Fassino in nome di un accordo con Cofferati. D’Alema ha già provato questa via proponendo che Cofferati prendesse il suo posto come presidente dei Ds; Cofferati ha rifiutato, evidentemente perché ritiene di poter conquistare una posta ben più forte.

La lotta di classe è decisiva

Saranno quindi determinanti gli sviluppi della lotta di classe nel determinare le sorti future dei Ds e dell’Ulivo. In questi anni la burocrazia operaia della Cgil e dei Ds ha introiettato profondamente l’idea della collaborazione di classe a tutti i costi, idea che si traduce nella vulgata secondo la quale "per vincere bisogna allearsi al centro", "la sinistra è minoranza", e così via. Tuttavia gli avvenimenti smentiranno sempre di più queste posizioni. Andando al centro, la sinistra perde in tutta Europa; nelle lotte e nelle mobilitazioni, i lavoratori possono aggregare attorno a sé un appoggio sociale vastissimo. Inevitabilmente queste constatazioni si faranno strada sempre più fra i lavoratori e anche in quegli apparati che legano il loro futuro alla "rappresentanza" burocratica dei lavoratori stessi. Gli avvenimenti internazionali, con l’instabilità crescente che attraverserà l’Europa e il mondo, contribuirà ad accelerare questi sviluppi. In questo contesto, il riaprirsi delle divisioni all’interno dei partiti socialisti e socialdemocratici è un fatto estremamente positivo, poiché riapre il dibattito non solo nei vertici, ma anche a livello di massa, dopo oltre un decennio di dominio incontrastato della destra socialista.

È quindi paradossale che nel gruppo dirigente del Prc la prospettiva del "Partito del lavoro", e più in generale l’attivismo di Cofferati, sia visto con sostanziale ostilità. Per essere più precisi, nella maggioranza che sostiene Bertinotti si ritiene che il Partito del lavoro costituisca "un pericolo mortale" per il Prc. Questa apparente aberrazione si spiega solo tenendo conto dell’insieme della politica seguita dal Prc in questi anni, che abbiamo più volte analizzato in passato, e che ha trovato una delle sue costanti precisamente nell’incapacità di tracciare una linea per una battaglia di massa, organizzata e di lunga durata per radicare il Prc nella classe operaia e in particolare nella base della Cgil.

Al contrario, la parola d’ordine della "rottura al centro" è completamente abbandonata da Bertinotti, che da un lato tenta di scavalcare la Cgil sul piano della visibilità proponendo i referendum sociali (operazione quantomai rischiosa sul terreno politico e avventurosa su quello organizzativo), e dall’altro dimenticarsi allegramente dei certificati di morte abbondantemente distribuiti all’Ulivo da un anno a questa parte e concludere alleanze nel 90% circa dei comuni dove si andava a votare.

I prossimi anni vedranno crescere la polarizzazione sociale e il conflitto di classe su scala internazionale. La fine della pace sociale significherà anche la fine della stabilità nelle organizzazioni del movimento operaio. Divisioni, conflitti, scissioni sia a destra che a sinistra scuoteranno la palude stagnante dei partiti socialisti e dei grandi sindacati. Il processo toccherà anche i partiti comunisti, che in molti paesi europei sono stati coinvolti strettamente nella crisi della socialdemocrazia (lampante il caso della Francia, ma anche della Spagna e dell’Italia) e che dovranno riaprire al loro interno un dibattito strategico sulla prospettiva rivoluzionaria e su come aprirsi la strada verso le masse in fermento.

Sarà con queste nuove condizioni che dovranno misurarsi le diverse posizioni che si sono espresse nel recente congresso del Prc.

 
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