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Il 5° congresso del Prc Stampa E-mail
Scritto da Claudio Bellotti   

Primo bilancio del dibattito

A conclusione del 5° congresso del Prc possiamo stilare un primo bilancio. I pochi mesi trascorsi da quando sono state varate le tesi di maggioranza sono stati sufficienti a mostrarne tutti i limiti. I capisaldi sui quali si costruiva la linea di Bertinotti sono tutti smentiti dallo sviluppo degli avvenimenti.


In primo luogo, c’è stato un evidente errore di prospettiva riguardo lo sviluppo dei movimenti. Tutta la linea di Bertinotti si basava sulla centralità dei Social Forum e del movimento noglobal, e a questa previsione si sottometteva tutta la prospettiva del Prc.

Che Cofferati e la Cgil sarebbero stati inevitabilmente spinti a mettersi alla testa delle mobilitazioni; che questo avrebbe messo in crisi non "il movimento" (che ci pare sia in evidente espansione) ma le strutture organizzate dei Social forum, togliendo loro la centralità che avevano ancora un anno fa; che la svolta della Cgil avrebbe messo in crisi il sindacalismo extraconfederale (che infatti si divide sulla partecipazione alla manifestazione del 23 marzo a Roma e raccoglie ben poco nelle piazze del 16 aprile, al di là delle cifre fantasiose pubblicate da Liberazione); che Cofferati con un solo cenno del capo sarebbe stato capace di cooptare la sinistra Cgil all’interno della sua linea; tutto questo non era stato previsto nelle tesi di maggioranza, e questa incapacità di previsione ha portato a una gestione contraddittoria e ondivaga dell’iniziativa del partito in questi mesi, alternando momenti di radicalismo verbale (persino con venature di settarismo) ad altre fasi di cedimento, come si è visto nel congresso della Cgil e, più chiaramente, con la ben nota apertura all’Ulivo dichiarata una settimana prima del congresso nazionale con un’intervista all’Unità nella quale si proponeva non solo una ricerca di azioni comuni contro il governo, ma anche la prospettiva di accordi generalizzati in vista delle prossime elezioni amministrative.

Sbandamenti e oscillazioni, dunque, che si combinano con l’eclettismo dilagante che pervade le tesi di Bertinotti e gli interventi in loro sostegno, giungendo anche a involontari effetti comici, ad esempio quando all’interno della maggioranza si comincia a disquisire per decidere se gli scioperi di queste settimane possano definirsi "nuovo movimento operaio" o "canto del cigno del vecchio movimento operaio". Sia nei circoli che nei congressi provinciali e nazionale, questo tipo di speculazioni ha occupato largo spazio, facendo spesso precipitare la discussione a livelli decisamente deplorevoli.

Lo statuto e il dibattito sulle "quote"

Ambigua anche la posizione riguardo al governo Berlusconi. Si rifiuta la parola d’ordine del suo rovesciamento: "Le condizioni non sono mature, ma possiamo fargli prendere una ‘musata’ sull’articolo 18", ha spiegato Bertinotti concludendo il congresso provinciale di Milano, ma a Rimini questa formulazione è diventata un più ambiguo "sconfiggere il governo", in cui ciascuno può leggere quello che più gli piace.

La discussione sullo statuto ha reso evidente come gli elementi di disgregazione politica e ideologica si trasferiscano anche sul piano organizzativo. Tra le diverse componenti della maggioranza la convivenza è sempre più problematica, e questo si riflette nella tendenza a formare circoli "omogenei", politicamente e persino socialmente; mentre il numero degli iscritti è stagnante, si moltiplica il numero dei circoli, e questo non per un maggiore radicamento del partito, ma appunto per la tendenza a cercare la militanza fra compagni che sono politicamente omogenei. L’aspetto drammatico è che dal vertice anziché tentare di affrontare questa situazione, si getta benzina sul fuoco introducendo innovazioni quali i circoli "tematici" che, in questo contesto rischiano di peggiorare ulteriormente la situazione.

Approvata, come è noto, anche la modifica che impone il 40% di compagne negli organismi dirigenti, con un voto che è stato il più contrastato di tutto lo statuto (circa 40 voti di scarto tra favorevoli e contrari, su un totale di circa 500 votanti). Dopo essersi battute come leonesse in favore della quota del 40%, le compagne del Forum delle donne si sono tuttavia astenute dal far rilevare come la quota stessa non fosse stata rispettata nella lista del Comitato politico nazionale precisamente a partire dalla corrente di Bertinotti della quale queste compagne sono tutte accese sostenitrici; ha suscitato un certo scandalo sia il loro silenzio iniziale quanto la successiva e la imbarazzata dichiarazione di voto di Elettra Deiana in favore della lista; certo l’appello fatto dalla Deiana a "non strumentalizzare le donne" in quel contesto aveva un gusto alquanto piccante. Se veramente si vuole fare un bilancio non strumentale di questa vicenda, l’unica conclusione che si può trarre è la seguente: il rimedio (cioè la quota del 40%) si è dimostrato peggiore del male che si voleva curare (cioè la scarsa presenza di donne nel Prc e nei suoi gruppi dirigenti).

I rapporti interni

I rapporti numerici emersi nel nuovo Comitato nazionale sono all’incirca i seguenti: sostenitori "integrali" del documento di Bertinotti 79; sostenitori "integrali" del documento Ferrando: 15; sostenitori degli emendamenti si Grassi-Sorini-Pegolo: 32; sostenitori degli emendamenti "lombardi" in favore dell’unità strategica con l’Ulivo (Confa-lonieri-Ferrari): 3 sostenitori degli emendamenti al documento di minoranza (tra cui chi scrive): 2. A questi si aggiungano alcuni compagni particolarmente rappresentativi, quali Alessandro Curzi e Giovanni Pesce, che non sono stati considerati "in quota" a una specifica corrente.

Una maggioranza apparentemente solida, quella che sostiene Bertinotti, ma che in realtà sconta ulteriori divisioni interne in almeno tre sottogruppi, che se non si differenziano politicamente (alla faccia dell’"autoriforma del partito" della trasparenza del dibattito), sono fortemente divisi dalla lotta per la rappresentanza negli organismi dirigenti. Tale stato di frammentazione si ripercuoterà visibilmente sulla seconda fase dei congressi provinciali, prevista nelle prossime settimane, dove in numerose federazioni risulterà assai problematico eleggere segretari e segreterie, data l’assenza di una maggioranza netta.

Gli emendamenti di maggioranza

Sicuramente gran parte del voto agli emendamenti di Grassi e Sorini viene da compagni che hanno visto in quelle posizioni un tentativo di costruire un’argine contro la deriva "movimentista"; il congresso, tuttavia, ha mostrato come questo argine non sia stato sufficiente, e come questa insufficienza non sia solo di numeri o di presenza organizzata, ma sia innanzitutto una grave insufficienza politica. La difesa del partito e della tradizione comunista espressa da questa area è stata sconfitta in primo luogo per le gigantesche ambiguità che derivano dalla partecipazione di questa stessa corrente alla maggioranza che ha "governato" il Prc fino ad oggi; in secondo luogo per il carattere formale e, ci si permetta, imbalsamato di un "leninismo" che riesce a conciliare le alleanze con l’Ulivo e la rivendicazione della rivoluzione d’Ottobre, la difesa della teoria dell’imperialismo con gli appelli all’Onu o a un ipotetico campo "antimperialista", la critica verbale a volte persino feroce all’operato dell’area bertinottiana a una sistematica copertura di gran parte degli errori.

Resta da dire che il Prc è un partito in forte evoluzione, e così ciascuna delle sue componenti, e questa evoluzione non ha visto nella conclusione del congresso un punto di approdo, ma piuttosto di ulteriore accelerazione.

Ci pare dunque che il congresso abbia confermato in modo più che evidente la nostra analisi recente: il Prc, pur giovandosi (se sono veri i dati dei sondaggi di queste settimane) di un aumento di simpatie e di potenziali consensi, non riesce in generale a tradurli in aumento della militanza organizzata e del proprio radicamento; queste difficoltà vengono "razionalizzate" con proposte organizzative e politiche che in realtà non fanno che aggravare i problemi; si manifesta, infine, una evidente difficoltà a connettere la militanza con le aspettative e il livello di coscienza politica di quei milioni di lavoratori che nelle ultime settimane sono stati protagonisti della svolta politica e sindacale. Si delinea insomma un partito che preferisce ritagliarsi un recinto, più o meno vasto, piuttosto che gettarsi apertamente nel campo aperto dal conflitto fra governo e sindacati, e che trova maggior soddisfazione nel confronto con personalità "critiche" più o meno eminenti che nella lotta, certo più difficile e complessa, per sfidare l’egemonia socialdemocratica nel movimento operaio di massa che oggi esplode con tanta forza.

Perché la sinistra arretra?

Una considerazione specifica va fatta per il ruolo e il risultato della mozione alternativa di Ferrando, che abbiamo sostenuto con diversi emendamenti. La "mozione due", ha visto un chiaro arretramento delle proprie posizioni. I dati numerici sono chiari, e per quanto impietosi ne citiamo alcuni, paragonandoli al risultato del congresso precedente (1999). I voti passano da 5.400 a 4.330 (-20%), si arretra in 80 federazioni, in 7 si è stabili e in 34 si avanza. La scomposizione dei dati provinciali è ancora più preoccupante, perché mostra l’indebolimento della sinistra nei centri fondamentali del paese e del Prc, nonchè nelle federazioni nelle quali in precedenza raccoglieva più voti. Su 11 federazioni nelle quali si sono superati i 100 voti (considerando sia il 1999 che il 2002), in 8 arretra seccamente, e sono tutte federazioni importanti: Cosenza, Napoli, Bologna, Genova, Savona (in precedenza controllata dalla minoranza), Milano, Torino, Firenze, mentre solo in tre (Imperia, Reggio C. e Vibo Valentia) si avanza.

In tutti gli altri capoluoghi di regione si arretra tranne che a Campobasso, con alcuni crolli quali Palermo (da 81 voti a 14) e Perugia (da 98 a 49).

Va detto con chiarezza che il calo della minoranza va scomposto in un calo maggiore della componente di Ferrando da un lato, e dall’altro in un un risultato positivo, di tenuta o di avanzamento, delle posizioni da noi espresse, che all’interno della minoranza passano dall’8% del 1999 al 12,5 di questo congresso. I motivi sono due. Il primo è politico: gran parte delle tesi da noi sostenute (possibilità di una svolta a sinistra della Cgil, prospettive per il movimento, processo di parziale disgregazione del partito) sono oggi molto più tangibili e verificabili di quanto non fossero uno o due anni fa; il secondo è politico e organizzativo: i compagni di Progetto comunista e soprattutto i suoi dirigenti nazionali, a partire da Ferrando si sono dedicati in questi anni a tenere insieme un’area politicamente disomogenea trascurando il lavoro sistematico di radicamento, formazione politica, intervento politico nel partito e nei movimenti. I risultati parlano chiaro. Tanti compagni lo capiscono già oggi, molti di più lo capiranno dalle esperienze future.

In un quadro politico e sociale in forte evoluzione, tutte le posizioni politiche che si sono espresse in questo congresso verranno sottoposte a prove severe. Da questo punto di vista riteniamo positivo che nel dibattito congressuale ciascuna delle varie componenti del Prc, sia nella maggioranza che nella minoranza, sia stata spinta a definire con maggior nettezza i propri contorni politici e organizzativi. Da oggi comincia una nuova fase, e le battaglie di idee e di argomenti che tutti abbiamo sostenuto nel congresso diventeranno inevitabilmente scontro politico e di azione sul campo. E, come tutti ben sanno, se le parole possono essere facili da pronunciare, i verdetti del campo sono severi e inappellabili!

 
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