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Continuiamo la lotta fino alla sconfitta del governo! Il successo dello sciopero generale del 16 aprile parla chiaro: il fronte della mobilitazione è stato enorme, e potrebbe persino ampliarsi ancora di più, la determinazione mostrata in piazza da milioni di persone, la volontà di non darla vinta a Berlusconi erano palpabili: governo e Confindustria possono essere battuti! Il problema che si apre ora è uno solo: come continuare, come far sì che l’enorme potenziale di lotta espresso in queste settimane non vada disperso.
Il governo esita. Per quanto Berlusconi e Fini ripetano ossessivamente che non la daranno vinta a Cofferati, sanno di essere di fronte a uno stallo. Se insistono a far votare la delega parlamentare sull’articolo 18, rischiano di trovarsi di fronte a una mobilitazione ancora più massiccia; se la ritirano, perdono la faccia e concedono al movimento una clamorosa vittoria politica. Fin’ora il governo prende tempo, rimandando la trattativa a dopo il 2 maggio. Ma non potranno temporeggiare all’infinito. Non a caso nel fronte padronale ci sono forti divisioni, anche se sotterranee. Mentre il capetto della Confindustria D’Amato insiste sulla strada dello scontro frontale, settori della grande impresa, tra cui la Fiat e la Pirelli, manifestano le proprie perplessità. I padroni "illuminati" hanno una proposta particolarmente intelligente per uscire dal ginepraio in cui rischiano di cacciarsi Berlusconi e Maroni: le riforme (cioé la demolizione dei diritti) vanno fatte, ma - pensate un po’ che trovata originale! - senza causare conflitti sociali. Il che equivale a chiedere di andare al ristorante, mangiare e non pagare il conto. Poiché l’assalto frontale non ha dato finora i risultati sperati, inevitabilmente il governo tenterà una manovra aggirante: temporeggiare sull’articolo 18, magari rimandando la questione a una trattativa separata, aprendo un "confronto" a tutto campo sulla flessibilità, gli ammortizzatori sociali e quant’altro; logorare i lavoratori nell’attesa, macinare montagne di parole nei tavoli di trattativa, introdurre ulteriori elementi di flessibilità in modo poco appariscente: questo potrebbe essere il progetto del governo, alla fine del quale tentare un nuovo affondo riproponendo l’accordo separato con Cisl e Uil che non hanno potuto raggiungere nella prima fase dello scontro. La nostra risposta deve essere chiara: non c’è nessuna trattativa da aprire, c’è solo da ritirare le deleghe del governo a partire da quella sull’articolo 18. Se il sindacato vuole discutere di flessibilità deve farlo non ai tavoli di trattativa, ma nei luoghi di lavoro, per discutere democraticamente con i lavoratori di una piattaforma contro la flessibilità e il precariato, sulla quale costruire le mobilitazioni future. Se il tentativo è quello di fare impantanare il movimento in un mare di parole, allora va anche detto che alcune delle proposte avanzate in queste settimane ci sembrano fuorvianti, se non addirittura pericolose. Ci riferiamo in particolare alla proposta di mettere in campo un "pacchetto" di referendum su questioni quali: estensione dell’articolo 18, legge sulle rogatorie, falso in bilancio, ecc. come mezzo per continuare ed estendere la lotta contro questo governo. Al di là degli obiettivi, alcuni dei quali sono chiaramente condivisibili e anche urgenti, ci pare una proposta pericolosa, in particolare per quanto riguarda i diritti dei lavoratori e la proposta di estensione dell’articolo 18 a tutte le aziende per via referendaria. Innanzitutto, i diritti di classe sono sempre stati conquistati con la mobilitazione. Non vediamo alcun motivo di chiamare a votare milioni di artigiani, bottegai, padroni grandi e piccoli, su un diritto dei lavoratori. In secondo luogo, ci sembra una proposta disastrosa dal punto di vista tattico. Il referendum è il terreno di lotta più arretrato, dove meno possiamo far pesare il ruolo sociale, economico e politico della classe lavoratrice. In uno sciopero generale, mille lavoratori che bloccano una grande azienda, o un settore vitale della produzione o del commercio, contano infinitamente di più di mille pensionati, avvocati e suore di clausura (con tutto il dovuto rispetto per ciascuna di queste categorie); ma nel voto referendario contano allo stesso modo, con l’ulteriore aggravante che gli strati più dispersi, più arretrati e disorganizzati della popolazione sono facile preda della propaganda di un governo che dispone di sei canali televisivi e infiniti altri mezzi di comunicazione. Proporre oggi il referendum significa proporre di far arretrare la mobilitazione, passando dal terreno più avanzato (scioperi, manifestazioni e mobilitazione diretta) a quello più arretrato (referendum); significa inoltre dare tempo al governo in un momento in cui è in difficoltà; potrebbe essere l’ancora di salvataggio per Berlusconi, che potrebbe dire: bene, dato che c’è un referendum, stralciamo l’articolo 18 non perché cediamo alla "piazza", ma perché ci affidiamo alla consultazione democratica delle urne; dopodiché avrebbe circa un anno per manovrare con i vertici sindacali, in particolare di Cisl e Uil, per confondere le acque. Giunto a ridosso del voto potrebbe scegliere liberamente se affrontare la prova (nel caso ritenesse di poter vincere) o se sottrarsi; basterebbe in questo caso una piccola modifica alla legge per annullare il referendum, come avvenne nel 1988, quando di fronte a un analogo referendum promosso da Dp in favore dell’estensione dello Statuto dei lavoratori alle piccole imprese l’allora governo pentapartito, d’accordo con la Cgil, introdusse una modifica secondaria alla legge (un indennizzo di qualche mensilità) annullando così la consultazione referendaria. La mobilitazione di queste settimane ha mostrato come il governo possa essere messo in crisi. Ci sono le forze, ci sono le disponibilità, c’è la partecipazione e l’entusiasmo. Una sola cosa manca: la volontà chiara e inflessibile di andare fino in fondo di non accontentarsi di vedere il governo vacillare, ma di volerlo mettere in ginocchio. I comunisti hanno un solo compito in questa fase: far crescere la consapevolezza che vincere si può e si deve, e che si deve farlo ora, che sono in campo le forze necessarie. Tutto il resto sono parole. 23 aprile 2002 |