Home arrow Rifondazione Comunista arrow Rifondazione Comunista arrow Rifondazione comunista e lo sciopero generale
Prossime iniziative
Menu
Home
Verso l'11 ottobre
Rifondazione Comunista
Politica Italiana
Movimento operaio
Giovani in lotta
Internazionale
America Latina
Venezuela
Teoria marxista
Economia
Scienza ed Ambiente
Storia e Memoria
Antifascismo
Movimento Noglobal
Immigrazione
Donne e Rivoluzione
Tutto il resto...
Archivio numeri FM
Link
Iniziative
Mailing list
Iscriviti alla nostra mailing list
Il nostro opuscolo contro il razzismo
Festa Rossa 2007
webtv
Articoli correlati
Rifondazione comunista e lo sciopero generale Stampa E-mail
Scritto da Claudio Bellotti   

Il 5° congresso del Prc

Chi sta partecipando ai congressi dei circoli del Prc si sarà reso facilmente conto di come gli ultimi avvenimenti abbiano reso in parte già superate le tesi di maggioranza.

Lo sviluppo dello scontro sull’articolo 18 con la convocazione dello sciopero generale e della manifestazione nazionale del 23 marzo hanno colto completamente di sorpresa il gruppo dirigente del partito. Esageriamo?

Chiunque legga le tesi del congresso si renderà facilmente conto come sul piano della tattica e delle prospettive, gli unici soggetti presi in seria considerazione sono il movimento antiglobalizzazione (o, per essere più precisi, la sua attuale strutturazione nei Social forum) e il Prc stesso. Decine di pagine si dedicano a questo argomento, mentre la situazione nelle organizzazioni storiche di massa della sinistra, in particolare la Cgil e i Ds, sono liquidate con poche righe.

In nome del "movimento dei movimenti", del "nuovo movimento operaio" e della "rifondazione del sindacato di classe" si pensava di poter cancellare un "piccolo problema": il fatto che nonostante la crisi profonda dei Ds il Prc non riesce a conquistare una posizione egemone, il fatto che per ogni voto per il Prc se ne esprimono 4 o 5 per i Ds, e che rapporti simili si esprimono per quanto riguarda gli iscritti, i rapporti di forza nella Cgil, ecc.

Inoltre si dava per scontato che la crisi della "sinistra moderata" sarebbe continuata all’infinito, lasciando uno spazio vuoto sempre più ampio a sinistra.

Gli avvenimenti di queste ultime settimane ribadiscono una antica lezione che purtroppo il compagno Bertinotti ha dimenticato con sconcertante facilità: in politica, nella lotta di classe, il vuoto non esiste. Se i comunisti non sono in grado di riempire il vuoto aperto dalla crisi dei Ds, inevitabilmente lo riempirà qualcun altro. Chi? La risposta ci pare evidente: la sinistra Ds, Cofferati, il gruppo dirigente della Cgil stanno occupando quello spazio (su questo vedi anche l’articolo a pag. 7).

Per mesi, anzi per anni, abbiamo tentato di spiegare come questo sarebbe stato inevitabile se il Prc non adottava una linea e una tattica adeguate.

Ad esempio il 16 maggio, tre giorni dopo la vittoria di Berlusconi, scrivevamo: "La linea degli accordi separati (…) inaugurata dalla Confindustria subirà un’accelerazione con il governo Berlusconi. (…) Ne emerge per l’apparato Cgil, almeno per un settore, la necessità di ricostruirsi una base d’appoggio tra i lavoratori, pena il totale isolamento. (…) Potremmo vedere la Cgil abbandonare la linea del compromesso ad oltranza per tornare timidamente a convocare degli scioperi. È ovvio che non si tratta di un rinsavimento, ma piuttosto di un tentativo di costruirsi per il futuro una base più ampia di contrattazione."

E ancora a luglio, sullo sciopero dei metalmeccanici: "La rottura della concertazione sindacale è gravida di conseguenze. Trasformare Cisl e Uil in due sindacati crumiri, lacerando l’unità delle burocrazie sindacali, significa per i padroni giocare col fuoco (…) sarebbe sbagliato dare alcun credito alla ‘svolta’ di Sabattini (…) ma al di là di questo, è chiaro che c’è un cambiamento qualitativo: da una Cgil che costituiva il freno principale a qualsiasi lotta operaia a una Cgil che deve convocare scioperi, anche senza Cisl e Uil".

Apriti cielo! Quando chi scrive ha tentato di sollevare questi argomenti nella direzione nazionale del Prc la risposta più gentile che si è sentito dare (ufficiosamente) è stata di essere un "cofferatiano" o un "diessino". I fatti, però hanno la testa dura. Nonostante tutto la Cgil ha cominciato a muoversi. La prima risposta da parte del partito è stata sprezzante: "Sciopericchio!", ha detto il compagno Bertinotti di fronte ai primi scioperi di dicembre. Una definizione del tutto sterile, perché anziché stimolare i lavoratori o i sindacalisti comunisti a partecipare a quelle mobilitazioni, per quanto insufficienti, e a combattere energicamente affinché si arrivasse a forme di lotta più incisive e all’altezza della situazione, legittimava un atteggiamento attendista e di distacco.

Il congresso della Cgil

Dopo lo "sciopericchio" sono venuti scioperi più consistenti, in particolare gli scioperi generali regionali, che il 29 gennaio hanno visto oltre mezzo milione di lavoratori in piazza. Pochi giorni prima si riuniva la direzione nazionale del Prc, in presenza di tutti i principali quadri sindacali del partito. In quell’occasione la prospettiva indicata da Bertinotti era: la Cgil non farà lo sciopero generale, o se lo farà sarà una pura formalità.

Ancora con questa linea ci si presentava al congresso della Cgil con un atteggiamento a parole estremamente critico verso Cofferati: "La Cgil non cambia rotta", "Cofferati tra orgoglio e continuità": questi i titoli di Liberazione.

Ma all’ultimo giorno del congresso, colpo di scena! Triplo salto mortale senza rete! Cofferati pronuncia due magiche parole, "sciopero generale", e all’improvviso tutto cambia! Tutti uniti e contenti, i sindacalisti comunisti votano il documento finale, e in nome di quelle due parole mettono una pietra sopra a tutte le divergenze fondamentali, strategiche, che abbiamo con Cofferati. Liberazione usciva il 10 febbraio con una prima pagina piena di bandiere rosse della Cgil col titolone: "La nostra speranza". In nome di questa "speranza" si è votato, tra le altre cose, il sostegno all’accordo sul pubblico impiego (che ha portato alla revoca dello sciopero generale del settore già convocato per il 15 febbraio), l’accettazione della carta di Nizza (contro la quale ci siamo mobilitati assieme al movimento antiglobalizzazione), l’accettazione della controriforma federalista dell’Ulivo (contro la quale abbiamo votato nel referendum lo scorso autunno); sui contratti atipici il testo recita che "non possono essere usati per fare dumping sociale, ma devono essere contrattati in funzione di reali processi di innovazione organizzativa e professionale", una posizione ipocrita che già negli scorsi anni ha prodotto disastri a non finire; sulle privatizzazioni nessuna seria opposizione, ma semplicemente la proposta (giusta, ma del tutto insufficiente e difensiva) dei contratti di settore "a fronte dei processi di liberalizzazione dei servizi", ai quali non si parla di opporsi.

Così da una posizione di radicalismo parolaio, giunti al dunque si precipita per l’ennesima volta nell’opportunismo.

Ma, ci chiede qualche compagno, forse che non siamo d’accordo con Cofferati sullo sciopero generale? Certo che lo siamo, anzi, siamo i primi a rivendicarlo, a promuoverlo e a parteciparvi anche con i necessari accordi unitari. Ma gli accordi, con Cofferati come con chiunque, si devono basare su due semplici principi validi in ogni situazione.

1) Deve essere chiaro dove comincia e dove finisce l’accordo. In altre parole, siamo d’accordo con la manifestazione nazionale e lo sciopero generale in difesa dell’articolo 18; non siamo d’accordo con parte della piattaforma su cui lo si convoca (soprattutto per quello che non dice), non siamo d’accordo con il fatto che mentre si convoca questo sciopero si firmano contratti negativi (pubblico impiego, tessili, chimici), non siamo d’accordo con la prospettiva di Cofferati che lo sciopero sia un mezzo estremo per poi riconquistare "normali" relazioni concertative con padroni e governo. Tutto questo viene cancellato dal voto unitario dato nel congresso al documento politico finale.

2) Anche quando c’è un accordo per una lotta in comune, la libertà di criticare politicamente chi dirige questa lotta, di proporre le nostre rivendicazioni, di proporre altri metodi di lotta non può venire meno. Questo dovrebbe valere sia verso Cofferati o Sabattini che verso Agnoletto. E invece, per l’ennesima volta si "sospende la critica" e il partito si trova a rimorchio di altri. Ulteriore contraddizione: mentre nella Cgil i sindacalisti del Prc sostengono il contratto firmato per il pubblico impiego, il partito appoggia contemporaneamente lo sciopero convocato il 15 febbraio dai sindacati di base… contro quello stesso accordo. Capisca chi può!

Così quando il 21 febbraio si è nuovamente riunita la Direzione nazionale del Prc (proprio il giorno in cui il direttivo nazionale della Cgil rompeva la trattativa col governo e dichiarava lo sciopero generale), il compagno Bertinotti si è presentato con il massimo candore dichiarando che "il fatto nuovo è lo sciopero generale" (ma non si poteva forse prevederlo questo "fatto nuovo"?), ma purtroppo il partito è "inadeguato" e non risponde come dovrebbe alla nuova situazione. Insomma, il gruppo dirigente, che non ha previsto nulla, che ha sbandato a destra e a sinistra, che non ha preparato i propri militanti, questo gruppo dirigente è saggio e infallibile. Se poi le cose non vanno bene, la colpa è dei militanti, con buona pace dell’"autoriforma del partito".

Cari compagni che state votando le tesi di Bertinotti con la speranza della "svolta a sinistra": questi avvenimenti che si svolgono sotto i nostri occhi, non dovrebbero farci riflettere tutti? Non è forse evidente che il radicalismo delle parole continua a coprire scelte moderate e opportuniste? Non è forse chiaro che la "fine della concezione del partito come avanguardia" rischia di trasformarci in una… retroguardia? Tra le parole e i fatti, in politica e nella vita, vincono sempre i fatti. E i fatti di queste settimane ci pare parlino chiaro.

E la minoranza?

Ma non finisce qui. Onestà ci impone di dire che anche il compagno Ferrando e gli altri dirigenti della minoranza congressuale hanno mostrato la stessa esatta incapacità di previsione rispetto agli avvenimenti e si sono dimostrati incapaci di guardare al di là del loro naso. La prospettiva che ci proponevano era che la destra sarebbe stata capace di mantenere la pace sociale concertando con la Cgil e con i movimenti. Esageriamo? Sentia-mo il compagno Ferrando cosa diceva ancora a luglio scorso. Secondo lui: "Disinnescare ogni miccia: questa è la preoccupazione centrale del governo." E questo si scriveva due settimane prima di Genova! E ancora: "La soluzione Aznar [cioè una concertazione tra governo di destra e Cgil - NdR] si presenta a Berlusconi come l’unica possibile ‘quadratura del cerchio’… la disponibilità dichiarata da Sergio Cofferati per una concertazione di modello spagnolo configura non solo nuovi cedimenti sindacali, ma un vero e proprio crimine politico nei confronti della propria base sociale" e via di seguito. Sette mesi dopo, cosa resta di questa "profonda" analisi? E ancora: "L’attuale ritrosia di Cofferati ad entrare direttamente nel campo della lotta politica interna dei Ds unita a una prima interlocuzione diretta tra Cgil e Margherita", ecc. ecc. E questo poche settimane prima che Cofferati si schierasse in prima fila nello scontro congressuale dei Ds, diventando di fatto il vero dirigente della sinistra di quel partito!

E potremmo continuare a lungo. Magari qualcuno penserà che non sia corretto riferirsi a testi vecchi ormai di molti mesi. Bene, vediamo allora il compagno Grisolia cosa scriveva ancora nel gennaio 2002: "…si sta consumando un nuovo tradimento da parte ella burocrazia della Cgil contro il movimento dei lavoratori. (…) Chi credeva che la politica della concertazione fosse oggettivamente posta in discussione dalla politica del centrodestra e fosse chiusa per la Cgil e che essa sarebbe stata obbligata a rispondere - se non altro per autodifesa - con una radicalizzazione parziale ma reale e significativa, (queste posizioni sono molto sviluppate nel Prc e giungono a lambire, purtroppo, seppure marginalmente, la sua stessa minoranza: pensiamo ai compagni dell’area ‘centrista’ di FalceMartello) è smentito dai fatti".

Non ci resta che ringraziare per l’esplicita menzione fatta della nostra rivista. Siano poi i lettori a giudicare chi ha saputo prevedere la situazione e chi no.

Come sempre ci sarà qualche sapiente che ci dirà: voi state seminando illusioni su Cofferati, la Cgil, la sinistra Ds, questa gente prima o poi tradirà la lotta. Riportiamo a questo proposito un passo del nostro emendamento al preambolo del documento di minoranza, che ci pare pertinente: "… il rischio è quello di vedere la prossima, inevitabile fase di lotte contro il governo Berlusconi, incanalata ed egemonizzata dalle burocrazie sindacali e dai Ds, ripetendo così l’esperienza dell’autunno ‘94, quando la linea suicida della ‘sospensione della critica’ allora proposta e praticata dal gruppo dirigente (del Prc - NdR) permise a queste stesse forze di deviare il movimento e di portarlo ad arenarsi, spalancando la strada non a un’alternativa di classe, ma alla collaborazione di classe incarnata dal governo Dini e poi dal centrosinistra" (sottolineatura nostra).

Conclusione: di fronte ai movimenti di massa, e di fronte ai propri avversari, il compito dei comunisti non è giocare a nascondino, ma di approntare una tattica e una strategia adeguate per avanzare, non solo a parole, ma nei fatti, la battaglia per l’egemonia e il programma rivoluzionario. Ma per fare questo, cari compagni, non bastano le frasi pittoresche o le accuse di "tradimento" ripetute ogni 24 ore; è necessario invece guardare le cose per quello che sono, e non per quello che si crede o si vuole che siano. Un partito comunista che non sappia partire da questo principio di realtà si condanna a una posizione marginale, testimoniale o subalterna.

 
< Prec.   Pros. >