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Le deleghe del governo Stampa E-mail
Scritto da Paolo Grassi   

Non si discutono si abbattono

Si è chiusa con gli scioperi regionali a fine gennaio la prima fase di lotta contro le deleghe del Governo Berlusconi.

Il punto centrale dello scontro è l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Ma l’attacco va ben oltre, pensioni e TFR sono questioni altrettanto importanti previste dalle deleghe e dal Libro bianco di Maroni.

sti gli attacchi ai diritti dei lavoratori, ma se andiamo più a fondo vediamo che il governo attacca anche la scuola, non per nulla migliaia di studenti e insegnanti si sono mobilitati contro la Moratti in questi mesi, e si prepara un regime ancora più duro nei confronti degli immigrati.

La delega sull’articolo 18

È importante ricordare che l’articolo 18 e lo Statuto dei lavoratori tutelano solo una parte dei lavoratori. Non difende i precari entrati in massa nel mondo del lavoro in questi anni a causa della flessibilità inserita (8 lavoratori su 10 vengono assunti con contratti precari), non copre i dipendenti delle aziende sotto i 15 dipendenti.

Cofferati dice che sui diritti non si tratta, o li hai o non li hai. Su questo siamo perfettamente d’accordo, ma bisogna dire di più, gli stessi diritti devono averli tutti i lavoratori, vecchi e giovani, donne e immigrati. Se ci sono lavoratori di serie A e di serie B, hanno buon gioco padroni e governo quando accusano il sindacato di voler difendere "privilegi obsoleti".

Maroni ci tiene a precisare che le sue proposte sull’articolo 18 sono sperimentali e riguardano quei lavoratori che oggi non usufruiscono di tale diritto.

Riguarderebbe solo le aziende che fanno emergere il nero, quelle che superano la soglia dei 15 dipendenti o che trasformano i contratti precari in contratti a tempo indeterminato. La realtà è che così diventeremmo tutti a tempo determinato, un tempo determinato dal padrone. Le sue motivazioni ci convincono ancora di più che le deleghe sono un espediente per aprire il mercato del lavoro a ulteriore flessibilità. Abbiamo visto fin troppe "sperimentazioni" che in questi anni sono diventate alla fine definitive.

L’articolo 18 impedisce il "licenziamento senza giusta causa". Abolirlo o sospenderlo vorrebbe dire liberalizzare totalmente il licenziamento nelle aziende italiane. Ogni imprenditore potrebbe licenziare liberamente per motivi politici, sindacali. Ogni lavoratore potrebbe essere sostituito non appena qualche disoccupato si dimostri disponibile a svolgere la stessa mansione ad un salario minore. La guerra tra poveri e la totale cancellazione del sindacato nelle aziende: questo è il motivo di tanto clamore. Clamore di cui la sinistra è responsabile avendo negli scorsi cinque anni di governo fatto avanzare a passi da gigante il processo di precarizzazione che ora Berlusconi vuole portare a termine. Si tratta di lavori flessibili, sottopagati dove la libertà di licenziamento è già una realtà. Per questo non possiamo limitarci a difendere l’articolo 18 quando le imprese lo aggirano già con ogni forma di contratti precari. La lotta per la difesa dell’articolo 18 è la lotta per affermare il diritto ad un lavoro stabile e dignitoso. Per questo, oltre a difendere con tutte le nostre forze lo Statuto dei Lavoratori, dobbiamo batterci per l’abolizione di ogni forma di lavoro precario. I contratti che attualmente sono a tempo determinato devono essere trasformati in contratti a tempo indeterminato. Dobbiamo rivendicare l’ampliamento dello Statuto anche alle aziende sotto i 15 dipendenti. Questa deve essere la nostra alternativa.

Dobbiamo inoltre opporci in tutti i modi a soluzioni come l’arbitrato (modifica dell’articolo 18 che toglierebbe il reintegro nel posto di lavoro sostituendolo con un rimborso economico). Soluzioni che vanno bene ai padroni e che infatti se ne sono fatti spesso promotori in questi anni. L’ultimo tentativo serio risale a soli due anni fa, quando sostennero economicamente e politicamente il referendum organizzato dalla Bonino per l’abolizione dell’articolo 18, che vide oltre 10milioni di voti contro. Soluzione che non propone solo Maroni, ma anche Cisl, Uil e diversi esponenti del centro sinistra. Centro sinistra che nella scorsa legislatura si fece promotore di una legge sull’arbitrato con De Benedetti (Ds).

Pensioni e Tfr

Non è un caso che si faccia un gran parlare fondamentalmente della delega sull’articolo 18, mentre su quella delle pensioni si dice poco o nulla. Se ne parla meno perché su molti punti tra sindacato (Cgil compresa) e governo le posizioni non sono così distanti.

Maroni vuole ridurre le uscite per pensionamento dal mercato del lavoro e continuare a smantellare le pensioni pubbliche.

Per fare ciò si ripropone di: abolire l’età pensionabile, incentivare con sgravi fiscali le aziende perché si tengano i lavoratori in azienda più tempo possibile, togliere definitivamente il divieto di lavorare per chi è in pensione, e istituire per legge il passaggio obbligatorio delle liquidazioni nei fondi pensione privati.

In tutti questi anni la liquidazione dei lavoratori è stata usata dai padroni come un prestito a interessi zero per fare i propri investimenti.

Ufficialmente perché nonostante la controriforma delle pensioni Dini del 1995 i conti dell’Inps sono ancora in rosso, in verità perché la liquidazione fa gola a molti speculatori.

Così se i padroni non possono più usare a piacimento le nostre liquidazioni possono consolarsi con gli sgravi fiscali senza precedenti, soprattutto per i neo-assunti per i quali non sborseranno quasi niente. I lavoratori da un lato perdono la liquidazione, dall’altro vengono spinti definitivamente verso le pensioni private.

Veramente pensiamo che su queste questioni invece si può trattare? Già il governo di centro sinistra raddoppiò le tasse sul Tfr per i lavoratori che non lo versavano "volontariamente" nei fondi. Nei contratti firmati, impiego pubblico compreso, parti sempre più consistenti finiscono nei fondi, mentre nulla va a chi non aderisce. E per finire in bellezza da tempo il sindacato va dicendo che il versamento del Tfr nei fondi deve diventare obbligatorio.

La polemica tra sindacato e governo è su come devono essere i fondi pensione. Chiusi come vuole la Cgil che vorrebbe gestirli insieme ai padroni o aperti come vuole il governo dove i sindacati non avrebbero alcun ruolo.

La liquidazione è dei lavoratori e nessuno ha diritto a specularci sopra decidendo cosa farne. Dobbiamo lottare perché ognuno abbia una pensione dignitosa, quindi non solo ritiro della delega sulle pensioni ma anche il ritiro della legge Dini.

Nel libro bianco di Maroni (vedi Falcemartello n°152) ce n’è per tutti, dall’aumento di flessibilità all’attacco al diritto di sciopero, all’abolizione dei contratti nazionali all’immancabile colpo da assestare al sistema pensionistico. Tutte le deleghe del Ministro del Welfare State sono ispirate da questo documento, tutte le decisioni che questo governo prende e prenderà in futuro sono tratte da questo libro dei desideri del padronato.

Spazi di mediazione di fronte a un attacco di questa portata non ce ne sono. Le deleghe del governo non si dicutono possono essere abbattute solo con la lotta di classe e la mobilitazione sociale.

 
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