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Scritto da L. L.   

Chi è Mario Draghi

Un nuovo governatore per la solita politica

“Che cos’è l’effrazione di una banca di fronte alla fondazione di una banca?”, Bertolt Brecht, L’opera da tre soldi

Da mesi le prime pagine dei giornali sono piene degli scandali che hanno scoperchiato l’indicibile groviglio di furberie e raggiri che dominano la finanza italiana. Le intercettazioni mostrano che le banche, padroni dell’economia del paese, sono spesso guidate da soggetti poco raccomandabili. Le dimensioni del bubbone hanno travolto banchieri e immobiliaristi e hanno costretto alle dimissioni Antonio Fazio, da 12 anni governatore della Banca d’Italia. Inevitabile, in questo quadro, l’agiografia con cui quasi tutto l’arco costituzionale ha accolto la nomina di Mario Draghi a governatore, la persona giusta per restituire alla banca centrale indipendenza e autorevolezza, così ci dicono.

La nomina di Draghi ha anche svegliato gli esperti del complottismo, a destra e a sinistra. Cirino Pomicino ha dichiarato che si tratta di un chiaro segnale alla finanza internazionale: “l’Italia è definitivamente in vendita”. Altri hanno riesumato la vecchia storiella della finanza cattolica che con la caduta di Fazio sarebbe stata sconfitta dalla finanza laica e magari anche massonica ed ebraica. La realtà è meno romanzesca. Non c’era nessuna “difesa dell’italianità” da parte dei predecessori di Draghi. Sono anni che le aziende e le banche italiane vengono svendute al peggior offerente. Basti per tutti il caso della più grande, Banca Intesa, che è da anni nell’orbita di Crédit Agricole. Le stesse Opa “anti-straniere” di Unipol su Bnl e Popolare Italiana su Antonveneta erano finanziate e promosse da istituti stranieri, da Deutsche Bank a Nomura. La politica dunque è la stessa, dato che vi è sottesa una identica situazione obiettiva: il declino storico del capitalismo italiano. Ovviamente fa comodo ridurre il problema alla pia lunaticità di Fazio.

Senz’altro Draghi si pone come interprete eccellente della disfatta del sistema produttivo italiano. È stato direttore generale del Tesoro con delega alle privatizzazioni nel “periodo d’oro” della svendita dei “gioielli di famiglia”, i colossi dell’energia e delle comunicazioni (Enel, Eni, Telecom), tutto il sistema bancario e assicurativo: Credito italiano, Banca Commerciale, Imi, Bnl, Banco di Napoli, Ina, aziende prestigiose del settore alimentare (Buitoni, Invernizzi, Locatelli, Galbani, Negroni, Ferrarelle, Peroni, Moretti, Perugina) e molte altre, facilitando il declino industriale italiano paese assieme ad Amato e Prodi. Nel 2001 presentò un rendiconto delle dismissioni realizzate: oltre 223mila miliardi di lire. Inutile dire che queste aziende lungi dal creare il capitalismo di massa furono arraffate dalle solite famiglie, con qualche new entry di “capitani coraggiosi”. Le indagini di questi mesi ci hanno svelato chi sono i nuovi padroni delle ex partecipazioni statali. Il più pulito è un evasore fiscale.

Il nuovo e il vecchio

Per anni Fazio ha promosso una politica economica radicalmente antioperaia, appoggiandosi a tutti i governi di volta in volta in carica. Nel 2001 diede il benvenuto al nuovo governo Berlusconi, parlando di un nuovo miracolo economico e avallandone il programma di macelleria sociale. L’industria italiana veniva fatta a pezzi, lo stato sociale smantellato. Certo, anche Fazio alla fine ha criticato Berlusconi, ma perché il suo programma reazionario era fallito, fermato dal movimento in difesa dell’art. 18; si trattava di una critica da destra, anche se spesso i dirigenti del centrosinistra se lo dimenticavano. Quando, credendo di essere ancora coperto politicamente, ha favorito il suo entourage, è stato scaricato in tutta fretta, abbandonato da tutti i suoi amici, compreso l’Opus Dei a cui d’altra parte non serviva più a nulla.

Come Fazio, Draghi nella sua carriera, ha visto passare governi di tutti gli schieramenti, da Andreotti a D’Alema, da Amato a Ciampi a Berlusconi andando, d’accordo con tutti. Dunque, questa nomina non implicherà cambiamenti di rilievo nella politica portata avanti. È però una nomina che dice qualcosa sul futuro dell’eventuale governo dell’Unione. Chiunque sarà al governo, la musica non cambierà: privatizzazioni, flessibilità, tagli, regali agli evasori, alla rendita, al profitto, dominio delle grandi banche sull’economia italiana.

Nel condannare le malefatte di Fazio, si è dipinta un’età dell’oro della Banca d’Italia che non c’è mai stata. Tutti i governatori hanno difeso una linea di organica difesa degli interessi borghesi. Le cadute di stile di Fazio hanno più a che fare con il deperimento del capitalismo italiano che con le sue amicizie. Quale politica serviva la mitica autorevolezza di Via Nazionale in passato? Senza contare che predisporsi a finanziare un golpe (come fece Carli nel ‘64) è una “caduta di stile” peggiore di qualunque regalo. Ma è la solita storia, i dirigenti del centrosinistra vanno alla ricerca del padrone illuminato, ed esaltano retrospettivamente tutti gli uomini illustri del passato, in quanto gente seria, come se fosse un vantaggio la serietà del proprio nemico, o come se gli imprenditori vicini ai Ds come Consorte non si fossero mostrati seri e competenti nell’arricchirsi. Il problema non è la serietà, ma il programma al cui servizio i partiti del centrosinistra si vogliono mettere, non l’indipendenza astratta delle banche centrali, che è sempre e solo indipendenza dagli interessi dei lavoratori, ma la classe che si intende difendere.

 
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