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Marconi - È sciopero Stampa E-mail
Scritto da Vittorio I. (Operaio Marconi)   
MARCIANISE- Alla fine di novembre la multinazionale Marconi ha annunciato 500 licenziamenti in Italia. Gli "esuberi", come li chiamano i padroni, riguardano il sito di Genova e quello di Marcianise in provincia di Caserta, e colpiscono sia lavoratori a CFL e tempo determinato che quelli a tempo indeterminato.

Per 10 anni, da quando si è insediata a Marcianise, la Marconi è stata il laboratorio di tutte le forme di flessibilità e di ricatto dei lavoratori: contratti a termine (CFL, interinali ecc.), lavoratori "flessibili" assunti per coprire turni di notte e fine settimana. Il tutto dietro il ricatto degli altissimi tassi di disoccupazione giovanile della zona. In questo contesto nessuno, soprattutto il sindacato, si aspettava la reazione dei lavoratori.

Mercoledì 5 dicembre, invece, a pochi giorni dalla scadenza dei primi contratti formazione lavoro, c’è stato uno sciopero spontaneo durato tutta la giornata che ha coinvolto tutti i turni e tutti i lavoratori, mentre la RSU si trovava a Genova per un primo incontro con l’azienda. I lavoratori hanno occupato la direzione della fabbrica, bloccato i cancelli, coinvolto nello sciopero i lavoratori delle ditte esterne e, secondo l’azienda, avrebbero danneggiato qualche computer. Il clima durante lo sciopero era di grande confusione, ma anche di grande determinazione: nessuno sapeva cosa fare esattamente ma tutti erano decisi a lottare contro i licenziamenti.

Eppure nell’ultimo anno la Marconi aveva già attaccato i lavoratori, licenziandone 84 a tempo determinato, cedendo un ramo importante della produzione, ridimensionando di molto l’organico.

In tutto questo tempo il sindacato non si è mai opposto in modo deciso alle manovre aziendali, nascondendosi dietro la scusa "che i lavoratori se ne fregano, non sono uniti, non sono combattivi": così le assemblee venivano fatte solo per presentare accordi già siglati e per rassicurare i lavoratori, le poche iniziative di lotta non venivano mai preparate, con la conseguenza di una scarsa partecipazione.

Ma, come sempre succede, indipendentemente sia dalle forme contrattuali che dalla volontà del sindacato ecc., quando si arriva al colmo basta una goccia per far traboccare il vaso, e quei lavoratori ai quali si credeva di poter fare ingoiare qualsiasi rospo, reagiscono in modo inaspettato e scoprono improvvisamente la loro forza quando sono uniti. Nei giorni successivi il sindacato ha cercato di riprendere il controllo della situazione, ma per farlo ha dovuto promettere di non fare passi indietro nella lotta.

Anche la Marconi è stata costretta dallo sciopero a fare passi indietro: i CFL a scadenza sono stati riconfermati a tempo indeterminato e, per il momento, i licenziamenti sono stati sospesi. La vertenza però non è finita. Per anni ci hanno spremuto come limoni facendoci produrre più di quanto fosse necessario per risparmiare sui costi, così loro facevano profitti enormi e noi dovevamo far fronte all’aumento del carovita con stipendi sempre più bassi, facendo più straordinari, ecc.

Oggi che anche la Marconi risente di questa crisi economica vorrebbe farne pagare il prezzo ai lavoratori, sicuramente torneranno alla carica a gennaio, quando riprenderanno le trattative sui licenziamenti.

Noi lavoratori Marconi dobbiamo fare tesoro di questa esperienza e non abbassare la guardia. C’è chi dice che grazie agli incontri in Prefettura e all’interessamento delle istituzioni abbiamo ottenuto questa prima parziale vittoria: ma nelle precedenti vertenze niente di tutto questo era servito. In realtà questa fabbrica, tra le più grandi e più giovani della zona, ha conosciuto la forza dirompente dello sciopero, l’unica vera arma che abbiamo per affermare i nostri diritti.

Se quando ricomincerà la vertenza, saremo capaci di coinvolgere anche i lavoratori delle altre fabbriche collegate alla Marconi (ex Olivetti, JABIL ecc.) saremo ancora più forti e la nostra determinazione farà ancora più paura.

E se la Marconi dovesse insistere nei suoi propositi di licenziare, dovremo sapere anche noi alzare il tiro delle rivendicazioni. Questa fabbrica, particolarmente al sud, si è mantenuta da sempre con il fiume di denaro che arrivava dallo Stato, soldi dati ai padroni per "creare lavoro", nulla di strano allora se i lavoratori rivendicano contro i licenziamenti, la nazionalizzazione dell’azienda sotto il controllo dei lavoratori.

Quello che fino a ieri sembrava impensabile, oggi, di fronte agli attacchi e alle minacce delle aziende e del governo, diventa possibile e necessario.

 
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