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Il vero significato di una crisi Il gruppo dirigente dei Ds sarà diviso al congresso di novembre su tre documenti. Il solo fatto che Sergio Cofferati si contrapponga apertamente a Fassino e a D’Alema, rende estremamente interessante il confronto e pone di fronte ai comunisti alcuni interrogativi fondamentali: cosa sono i Ds oggi? Cosa rappresentano le tre posizioni in campo? Che conseguenze avrà il dibattito dei Ds sulla Cgil? Non mancherà chi su questo argomento si accontenterà di risposte superficiali: "beghe tra burocrati che sgomitano per le poltrone". Non neghiamo che la lotta per le poltrone sia ovviamente un elemento presente, ma è possibile ridurre tutto a questo? Difficile pensarlo.
I Ds in questi anni hanno fatto di tutto per accreditarsi presso le classi dirigenti. A partire dallo scioglimento del Pci, la linea politica del Pds si è orientata sempre più a destra, con l’idea base di competere con il Polo sul terreno della "modernizzazione" e della capacità di governare l’Italia portandola in Europa... a spese di lavoratori, pensionati e classi subalterne. Più si spostava a destra l’asse politico del partito più si aggravava il distacco di quell’apparato dalla propria base di riferimento che storicamente proveniva dal Pci ed era fondamentalmente composta da lavoratori. Il processo ha avuto un’accelerazione ulteriore negli anni di governo dell’Ulivo e in particolare nella seconda parte della legislatura quando a capo dell’esecutivo è arrivato Massimo D’Alema. Non rammenteremo le amenità di cui si è reso responsabile il centrosinistra in questi cinque anni perchè sono cose note, ma ci sforzeremo di capire la prospettiva strategica che ha guidato D’Alema e l’apparato del partito in questi anni, pur tra mille contraddizioni. Il discorso che l’attuale presidente dei Ds ha rivolto alla Confindustria suonava più o meno così: "i partiti con cui avete governato dal dopoguerra sono usciti disfatti dalla crisi della Prima Repubblica, Berlusconi oltre ad essere un vostro concorrente ha dimostrato nel ‘94 di essere incapace di portare avanti le misure antioperaie di cui avete bisogno, il nostro apparato, anche se in gran parte proviene dal Pci è affidabile e faremo di tutto per dimostrarvelo". Ed effettivamente D’Alema ha fatto proprio di tutto, favorendo quel settore della borghesia che si mostrava più disponibile nei suoi confronti. Nella misura in cui c’era da prendere, non pochi padroni gli hanno mostrato, per così dire, le loro simpatie. Una parte della Confindustria ha prima tentato di utilizzare il centro borghese dell’Ulivo come contrappeso ai Ds, poi rendendosi conto che era tramontata la proposta del Partito Democratico (nel quale i Ds si sarebbero dovuti sciogliere) ha esercitato una forte pressione direttamente sull’apparato del partito. Ma la contraddizione in tutto questo era che più i Ds si facevano sostenitori di una politica confindustriale, più erodevano il loro consenso, meno servivano al padronato per garantire la pace sociale. I sindacalisti erano i primi a rendersi conto che la "concertazione" stava cambiando la natura del partito e del sindacato e che alla lunga si sarebbe erosa completamente la principale dote che i Ds e la Cgil portavano alla classe dominante: il credito di cui godevano nelle classi subalterne. Diventava sempre più evidente, già durante il governo d’Alema, come strati decisivi della classe dominante si preparavano a gettare via l’apparato dei Ds come un limone spremuto. Già l’elezione di D’Amato, il candidato sostenuto da Berlusconi, a capo di Confindustria rappresentava un segnale in questo senso. La recessione economica rappresenta un ulteriore elemento di precipitazione, con il padronato che invece di una politica dei piccoli passi ha sempre più bisogno di una linea di attacco frontale, che la Casa delle Libertà può assicurare meglio dell’Ulivo. Il successo elettorale della Margherita all’interno del centrosinistra è un motivo in più per scaricare i Ds che si ritrovano così ad essere orfani sia dell’abbraccio padronale che di quello operaio, in quanto la fiducia che riscuotono tra i lavoratori è oggi al punto più basso della loro storia. Oscillazioni nei Ds La nostra tesi di partenza è che i Ds, nonostante tutto, rimangano ancora oggi un partito collocato nel solco del movimento operaio; la transizione verso un partito liberale borghese che è stata tentata in questi anni non si è completata ed è possibile che nella nuova fase il processo subisca una inversione di marcia. Il solo fatto che i metalmeccanici della Cgil aderiscano a Genova e convochino degli scioperi generali separati è una conferma di questo. Chi porta in piazza 260.000 metalmeccanici in tutta Italia in manifestazioni che hanno un chiaro carattere antipadronale? Rifondazione Comunista, la sinistra sindacale, i sindacati di base? Nient’affatto: sul ponte di comando c’è gente come Sabbatini e altri che in tasca hanno la tessera dei Ds. Si può obiettare che oggi a mettersi sul terreno della conflittualità sociale c’è solo una parte della sinistra Ds, ma in fondo Cofferati e Salvi non erano con D’Alema fino all’altro giorno? Se accettiamo che il "correntone" non è una tendenza borghese allora dobbiamo ammettere che neanche la maggioranza dell’apparato dei Ds lo era almeno fino alla scorsa estate quando si consumò la divisione al vertice. C’è stato un cambiamento qualitativo nel corso dell’estate? E perchè mai dovrebbe completarsi un processo del genere proprio nelle condizioni più sfavorevoli, quando si produce un disgelo delle lotte, quando inizia una recessione economica, quando i Ds perdono le leve del governo? Se Cofferati oggi si stacca dalla maggioranza Ds e si pone sul fianco sinistro, perchè altri domani (includendo lo stesso d’Alema) non potrebbero fare la stessa cosa? Un partito attraversato da queste dinamiche può essere mai considerato borghese e liberale? La natura dei partiti riformisti Nei periodi di riflusso della lotta di classe c’è sempre una tendenza degli apparati burocratici del movimento operaio a spostarsi a destra per abbracciare "idee nuove", ma quando la classe si ripresenta sulla scena politica con tutta la sua forza le cose cambiano. Questa è una costante storica (con poche eccezioni) dalla quale si dovrebbe imparare. Chi scrive non ha mai avuto una visione statica dei Ds, di un partito che è sempre stato "operaio" e che sempre lo sarà. Non abbiamo mai pensato che la natura di classe dei partiti socialdemocratici sia immutabile nel tempo e nella storia. Siamo consapevoli che la storia prepara "trasformazioni di ogni tipo" e che partiti nati nell’alveo del movimento operaio in determinate condizioni cambiano natura trasformandosi in rappresentanze borghesi. Senza ricorrere ad altre esperienze internazionali basterebbe analizzare il processo che nel corso degli anni ‘80 si è sviluppato nel Psi, che da partito di provenienza operaia si è trasformato in una forza corrotta della borghesia italiana. Non a caso quando con la crisi della Prima Repubblica quel partito si è frantumato il 90% del suo personale politico si è riciclato nel Polo delle Libertà. Solo elementi residuali di burocrazia sindacale dopo un processo convulso sono finiti nei Ds (Epifani, Angeletti, Larizza). Come più volte abbiamo sottolineato i partiti socialdemocratici hanno un carattere duale, sono subordinati politicamente alla classe dominante ma socialmente provengono dalla classe operaia e mantengono forti radici e riserve di consenso all’interno di questa classe, che non è facile estirpare. Più volte partiti socialisti che sembravano completamente degenerati in senso liberale distrutti dalla collaborazione con la borghesia si sono rigenerati spostando a sinistra il baricentro della loro azione. Sia chiaro comunque che se è vero che nel movimento marxista del dopoguerra, per brevità, si tendeva a definirli "partiti operai", questo si doveva più che altro alla composizione sociale e ai legami con i sindacati, senza alcuna illusione che la politica espressa rappresentasse gli interessi generali della classe. In realtà la caratteristica dei socialdemocratici quando giungono al governo è l’assillo di voler dimostrare la propria affidabilità ed efficienza nei confronti della classe dominante. Il tentativo di d’Alema di guadagnare credibilità nei piani alti della classe dominante e il gioco di sponda che non pochi esponenti del grande capitale hanno fatto con lui è stato interpretato da molti come una sorta di designazione, il leader dei Ds veniva ormai considerato la figura strategica di riferimento del grande capitale, colui che avrebbe costruito il "partito pesante" della borghesia italiana. A noi pare abbastanza chiaro invece che questo intreccio di relazioni sono naufragate non appena i Ds hanno perso le leve del potere. Fino a quando questi governi rimanevano "sotto tutela" godevano del sostegno condizionato del padronato, ma mai di una legittimazione definitiva e di una identificazione assoluta. Quando un Colaninno stringe un’alleanza con D’Alema non lo fa certo perchè si riconosce nel "grande progetto del socialismo europeo" ma per una ragione molto più pratica, i favori del governo gli hanno permesso di guadagnare migliaia di miliardi con la scalata al gruppo Telecom. Le tre opzioni a confronto L’area di Morando, che è l’unica nei Ds ad aver assunto un carattere organicamente borghese, nel proprio documento insiste ossessivamente sulla necessità che il partito rompa definitivamente ogni legame con gli apparati sindacali e in generale con la classe lavoratrice. Alcuni passaggi del testo mostrano con chiarezza cristallina che secondo loro questo processo non è concluso: "...nei Ds come nel paese la sinistra viene ancora largamente identificata con il modello rappresentato per mezzo secolo dal Pci. Ci riferiamo al fondamento classista e alla ispirazione marxista(...) Il modo di pensare largamente presente nei Ds e gli strumenti disponibili continuano ad essere quelli di sempre. Ci si affida ad un’ottica "lavoristica" di carattere generico, più suggestiva che definita.... Ma la sinistra compirebbe un errore se si affidasse alla cosiddetta "centralità" o "funzione sociale" del lavoro, come se lì ci fosse l’alfa e l’omega dell’ancoraggio sociale... C’è qui l’eco, per quanto negata, di una concezione di "classe" della sinistra, ancora ferma all’idea che il momento della produzione di beni sia quello davvero decisivo per la caratterizzazione della società, per la determinazione della condizione sociale". Allo stesso tempo i liberal criticano l’ostinazione di D’Alema a non voler abbracciare le idee di Clinton, del liberalismo democratico, ma soprattutto di non sentirsi nel profondo rappresentanza politica della classe dominante: "...in questi anni di governo la sinistra ha fatto una politica che non è la sua; che si è acconciata a portarla, se non per cedimento alle ragioni degli avversari, per senso di responsabilità nazionale o per condizionamenti internazionali. Questa è una contraddizione grave, che il congresso dei Ds deve affrontare di petto, poichè è il motivo principale dell’attuale condizione del partito. Un partito che da un lato vanta, in modo ripetitivo e poco convinto, cinque anni di buon governo; dall’altro, nel profondo, vive la politica condotta in questi anni come una politica non propria, come una serie di oboli pagati ad altri, alla UE, alla Nato, alla Confindustria, ai partiti alleati. Un partito di sinistra non può vivere a lungo in questa condizione di ambiguità, in cui i suoi leader l’hanno tenuto o perchè loro stessi erano confusi e incerti". Morando, a cui non manca il dono della chiarezza, si adopera come può perchè venga portato fino in fondo il lavoro iniziato alla Bolognina rendendolo irreversibile. Nella direzione opposta spingono invece Cofferati e Salvi che rivendicano il "ritorno alle origini", significativa da questo punto di vista la candidatura a segretario del fratello di Enrico Berlinguer. E’ questo il ritorno a una politica di classe? Non lo era quella del Pci, non può esserla quella dell’odierna sinistra Ds. Si tratta di una linea più marcatamente socialdemocratica che riconosce a parole il proprio ruolo di rappresentanza del movimento operaio pur mantenendosi nel quadro delle riforme e della difesa del capitalismo. Al centro ci sono D’Alema e Fassino che rappresentano il grosso dell’apparato (il loro documento è sostenuto da 87 segretari di federazione e da 11 segretari regionali) e non a caso il loro dei tre è il documento che esprime la linea più confusa, in totale continuità con le posizioni difese dai Ds in questi anni . L’inerzia dell’apparato è ben rappresentata da Mauro Zani, leader degli emiliani, che nel dibattito in direzione ha sostenuto una linea di totale e assoluta conservazione: "il momento è difficile, manteniamo la calma, restiamo sui nostri passi, capiterà qualcosa di buono che ci toglierà da questa situazione". Chi meglio di Zani, che ha deciso di sostenere Fassino, rappresenta l’essenza della burocrazia, che è stanca delle novità e vuole restare sul terreno conosciuto, chi interpreta meglio la volontà di un apparato che in questi anni è stato traghettato dal Pci verso una politica liberista ma che non ne può più di nuove svolte che hanno prodotto solo perdite di iscritti, di voti, di posti da occupare, ecc? Solo l’evoluzione nello scontro tra le classi e i rapporti internazionali, in una complessa equazione che contiene al proprio interno fattori politici, economici e sociali, soggettivi e oggettivi, può rispondere alla domanda su dove si orienterà in futuro questo apparato per mantenere meglio i propri privilegi. E’ tuttavia certo che se ci trovassimo di fronte a una lunga fase espansiva del capitalismo, con i Ds al governo quasi certamente questo processo aperto si concluderebbe con una "mutazione genetica". Ma se invece ci aspetta, come pare più probabile, una fase di approfondimento della recessione con una ripresa della lotta di classe, allora le cose si pongono in termini diversi e non si può escludere, come dimostra l’anticipazione di Cofferati, che strati consistenti dell’apparato si orientino alla classe operaia, "cavalcando la tigre" quando questa prenderà a ruggire per domarla e riorientarla su terreni innocui per la classe dominante. D’altra parte non è stato sempre questo il ruolo dei riformisti? Difficile prevedere come si muoveranno i singoli, ma quello che conta è capire il processo generale. Le ricadute sulla Cgil Nel frattempo lo scontro si riversa anche in Cgil dove D’Alema organizza i propri uomini per contrastare Cofferati. Si sta così delineando sempre più chiaramente una "destra sindacale" che potrebbe vedere nello Spi (Sindacato pensionati) uno dei principali punti di appoggio. Se come è probabile la corrente di D’Alema vincesse il congresso dei Ds e quella di Cofferati il congresso in Cgil allora ci troveremmo in una situazione che non ha precedenti in Italia con il principale sindacato italiano che non risponde più al primo partito della sinistra italiana ma alla sua sinistra interna. Se non si trovasse un accordo tra i due (e questo dipenderà anche dagli esiti congressuali, cioè da uno scontro tra forze vive) per Cofferati la via diventerebbe molto stretta e a quel punto l’attuale segretario della Cgil avrebbe tutto l’interesse ad aprirsi un varco agitando le acque il più possibile. Il modo migliore è fare appello ai lavoratori mettendosi alla testa di alcune mobilitazioni... con moderazione e senza esagerare. Solo con una operazione del genere Cofferati potrebbe guadagnarsi uno spazio politico da riutilizzare in seguito come forza d’urto nello scontro interno ai Ds e contro il governo che tenta di isolare la Cgil. Ma nella misura in cui il segretario della Cgil sarà costretto a convocare degli scioperi, per quanto lo faccia per i propri fini, aprirà degli spazi al movimento operaio. Ed è proprio in situazioni come queste che è decisivo il ruolo dei comunisti, che non devono allinearsi, "sospendendo la critica" ai dirigenti che finalmente convocano gli scioperi, ma intervenire con proposte politiche e strumenti organizzativi corrispondenti, in una battaglia per l‘egemonia che impedisca alla burocrazia di far rifluire il movimento o di contenerlo su un terreno arretrato. La sinistra Ds già oggi difende delle posizioni che non sono molto diverse da quelle di Rifondazione (riduzione d’orario, tobin tax, politiche redistributive, ecc.). Il Prc per giustificare la sua esistenza dovrebbe andare oltre, ponendo la questione del socialismo e del potere operaio. Una prospettiva che è realizzabile solo se ci si propone di conquistare la maggioranza dei lavoratori a un programma rivoluzionario. Ogni comunista conseguente deve lottare per superare questi limiti impegnandosi perchè il prossimo sciopero generale dei metalmeccanici sia talmente forte e partecipato da chiarire definitivamente qual’è la classe che può proporsi come direzione del movimento, superando le concezioni "policentriche", largamente presenti nei Social Forum, che non riconoscono il primato del conflitto capitale-lavoro all’interno del quale gli altri conflitti sociali possono trovare una soluzione. Da questo punto di vista finchè una parte consistente dei lavoratori continuerà a far riferimento a D’Alema e Cofferati, sarà dovere dei comunisti rivolgersi a queste organizzazioni, senza rimuoverne l’esistenza appiccicandogli un’etichetta liberale, ma orientandosi alla base con una tattica adeguata che tragga vantaggio dalle divisioni che si aprono al vertice e che permetta di sottrarre il movimento dall’influenza del riformismo. |