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Congresso Cgil Stampa E-mail
Scritto da Mario Iavazzi   

Per una Cgil democratica e combattiva

Parte in questi giorni nelle aziende il quattordicesimo congresso della Cgil, il sindacato con il maggior numero di iscritti a livello nazionale. Oltre cinque milioni e 300 mila, di cui però meno della metà sono lavoratori attivi (nel 2000 erano 2.385.468 contro 2.936.307 pensionati).

Sarà il terzo congresso in dieci anni ( il dodicesimo si svolse nell’autunno del 1991) e per la terza volta consecutiva il dibattito si svilupperà su due documenti contrapposti : quello della maggioranza di Cofferati e quello della sinistra sindacale "Cambiare rotta - Lavoro Società".

Il congresso cade in una situazione estremamente diversa dai precedenti: la precipitazione della situazione internazionale, l’ufficiale apertura della stagione di crisi economica e l’ascesa del governo di destra, solo per citare alcuni esempi, dovrebbero rappresentare un passaggio fondamentale della discussione nella base. Purtroppo il condizionale è d’obbligo perché, per come si stanno strutturando i congressi di base, sembra che l’apparato li faccia più per svolgere una formalità, per poi discutere di altro nelle istanze superiori, che per ricercare e stimolare al massimo il dibattito con quelli che dovrebbero essere il perno centrale del sindacato, i lavoratori.

Tutto ciò non meraviglia come non meraviglia il fatto che si continui a perseguire la strada di un congresso ogni quattro anni (se non addirittura cinque come in questo caso, su espressa volontà del segretario nazionale) invece di discutere la norma dei congressi annuali. La cosa non è all’ordine del giorno, ma chi ha veramente a cuore le sorti del sindacato dovrebbe battersi in questo senso.

L’offensiva di Confindustria

Come riconoscono entrambi i documenti congressuali, ci troviamo in una fase del tutto nuova. Nel convegno di Parma i padroni hanno unilateralmente deciso di non proseguire sulla strada della concertazione. Nella frase del presidente di Confin-dustria appena eletto, "la concertazione è uno strumento e non un fine" c’era tutta la linea della borghesia italiana degli ultimi tempi.

Nello stesso periodo, a partire dal Patto con Assolombarda e con la giunta di Milano, firmato l’anno scorso, arrivando all’accordo con Federmeccanica di tre mesi fa sul rinnovo del contratto dei metalmeccanici, abbiamo visto la tendenza da parte di Cisl e Uil a firmare una serie di accordi con la controparte e rompere la tanto famigerata "unità sindacale". Come sempre abbiamo sostenuto "l’unità sindacale" dall’alto si è rivelata un freno allo sviluppo delle mobilitazioni e la sola unità da ricercare con costanza e pazienza è l’unità alla base tra i lavoratori iscritti e non a Cgil, Cisl e Uil. Quella dimostrata di recente in molti luoghi di lavoro da delegati e lavoratori iscritti a Fim e Uilm che hanno sostenuto ordini del giorno e documenti che si dichiaravano contrari all’accordo separato e sono scesi in piazza in occasione dello sciopero proclamato dalla Fiom all’inizio di luglio.

Un bilancio negativo

Il congresso è l’occasione per fare un bilancio della politica sindacale svolta fin qui dal gruppo dirigente.

Il bilancio è assolutamente negativo, e questo deve essere il punto di partenza da cui giudicare chi ha diretto il sindacato in questi anni. Non è sufficiente che Cofferati ora parli più a sinistra, denunciando che la destra vuole dividere i lavoratori, o minacciando il governo con un nuovo "autunno caldo", per rifarsi una verginità dopo aver firmato i peggiori accordi e contratti di sempre e segnando un forte arretramento delle conquiste del movimento operaio.

Pensione pubblica, contratto nazionale, salari, flessibilità, in questi dieci anni le condizioni dei lavoratori sono già enormemente peggiorate.

Cofferati denuncia il fatto che i padroni vogliono dividere i lavoratori. Ma chiediamoci: la flessibilità inserita in questi anni con la legge Treu, che ha dato il via al lavoro interinale, non è causa di difficoltà per i lavoratori, che sul proprio posto di lavoro vogliono difendere gli interessi di tutti?

La Cgil ha avallato la deregolamentazione completa del mercato del lavoro, al punto che oggi più dell’80% delle assunzioni avvengono con contratti precari.

Non è un caso che l’attacco si è spostato sull’art.18 dello Statuto dei lavoratori che dà la possibilità al lavoratore di fare un ricorso in seguito al licenziamento e di chiedere la riammissione al lavoro: si tratta di un vero e proprio attacco politico.

Aver accettato nel 1995 la "riforma" delle pensioni del governo Dini non ha forse diviso i lavoratori tra chi aveva più di 18 anni di contributi e chi ne aveva meno?

Inoltre dopo aver accettato la riforma Dini, il sindacato ha accettato, o meglio voluto, lo sviluppo del sistema pensionistico privato, promuovendo per conto proprio delle compagnie che si occupano di stipulare delle pensioni integrative tra i lavoratori, praticamente in ogni categoria, e premendo parallelamente perché passasse una legge che spingesse i lavoratori ad accantonare parte del Trattamento di Fine Rapporto (TFR) investendolo in queste assicurazioni private.

E’ evidente che la difesa dell’età pensionabile o una battaglia contro future controriforme del governo Berlusconi, rischiano di diventare solo formali.

Come formale diventa difendere a parole l’importanza del contratto nazionale che i padroni vorrebbero abolire, e poi accontentarsi di aumenti che non recuperano neanche l’inflazione programmata, rimandando tutta una serie di questioni centrali sui diritti dei lavoratori ai contratti integrativi. Non è anche questo un modo per dividere i lavoratori e delegare tutto ai rapporti di forza nella singola azienda? Oltre a spingere i lavoratori verso soluzioni individuali come fare gli straordinari per arrotondare il salario?

Considerando anche che il potere d’acquisto dei salari ha perso il 10% negli ultimi otto anni (dati della Banca d’Italia) e aggiungendo a questo che si è permesso un uso smodato dei turni e della flessibilità, vediamo che la difesa del contratto nazionale rischia di diventare solo uno slogan.

Un documento di continuità

Davanti a tale disastro vediamo che il bilancio che ne trae il vertice sindacale è tutt’altro che negativo, anzi propone di proseguire su questa strada. Citando alcune righe iniziali del capitolo sulle "politiche redistributive" leggiamo "L’Italia ha negli anni scorsi convenuto e utilizzato un modello, nato con l’accordo del luglio del 1993, fondato su un’equa redistribuzione delle risorse e su una loro finalizzazione per la crescita del paese. Equità e sviluppo sono dunque i fondamenti di una politica che ha consentito di risanare e rilanciare il nostro paese…." e capiamo come in nome del risanamento e delle compatibilità si sono accettate privatizzazioni (o addirittura sono state sostenute come il caso delle Poste) e attacchi allo stato sociale.

Il nostro appoggio critico a Cambiare Rotta

Per questo come lavoratori e delegati Cgil sosteniamo il documento di opposizione "Cambiare Rotta - Lavoro società". Lo sosteniamo perché si oppone ai famigerati accordi di luglio del ‘92-’93 che Cofferati continua a rivendicare. Si tratta di un sostegno critico perché anche il secondo documento é insufficiente. Alla politica di cedimento portata avanti dai vertici in questi anni si deve contrapporre una proposta che dia una vera svolta, cosa che il documento comunque non propone.

Non la propone perché non rifiuta in toto la flessibilità inserita in questi anni. Flessibilità che danneggia i lavoratori e non crea un solo posto di lavoro in più di quello che ai padroni serve. Anche il documento di Cambiare rotta, pur rivendicando un uso meno spregiudicato di questo strumento, coltiva l’illusione che esista una flessibilità che il sindacato può gestire. Non si chiede il ritiro della "riforma" Dini sulle pensioni, e si riconosce l’importanza delle pensioni integrative, invece di rivendicare che il sindacato si impegni in una lotta per dare a tutti una pensione pubblica e dignitosa dopo una vita di sacrifici.

Documento insufficiente anche perché propone di legare gli aumenti salariali al Prodotto interno lordo (Pil), dunque a parametri legati alla produzione. Il salario deve essere invece una variabile indipendente da profitti, produzione, produttività. Oggi si parla di recessione, se al prossimo rinnovo di un contratto il Pil avrà avuto un crollo si giustificherà per questo una riduzione dei salari?

I lavoratori devono poter discutere gli aumenti dei propri contratti in base alle proprie necessità e non in base alla compatibilità del sistema.

Per lo stesso motivo oltre a rivendicare la riduzione d’orario a 35 ore a parità di salario, cosa che il documento dice, dobbiamo rivendicare anche il ripristino della scala mobile per difendere il potere d’acquisto dei salari dall’inflazione, rivendicazione che nel documento è assente. Le lacune del secondo documento non sono solo di carattere programmatico ma anche di carattere democratico.

Un sindacato combattivo deve anzi tutto essere democratico, sapendo che è nel coinvolgimento della base che trova la forza per lottare. Dobbiamo rivendicare il diritto dei lavoratori di gestire dal basso le vertenze garantendo la possibilità di discutere le piattaforme liberamente, includendo le strategie di lotta e le modalità di sciopero. Oggi ai lavoratori è concesso al massimo di esprimersi con un referendum senza essere coinvolti nella stesura delle piattaforme.

Stesso discorso per la gestione delle trattative, che devono essere portate avanti da delegati eletti dai lavoratori che ne esprimano la reale volontà. Delegati eletti direttamente nelle fabbriche, revocabili in ogni momento. Come revocabili devono essere i delegati eletti nelle Rsu se disattendono le decisioni prese dai lavoratori. Oggi tutto ciò non solo non è permesso, ma in molti, troppi casi i dirigenti hanno anche il potere di decidere chi deve stare nelle rappresentanze sindacali aziendali, e cooptare fino a un terzo dei delegati, in barba a quello che possono pensare i lavoratori.

Per un opposizione di sinistra non burocratica

Ma enunciare dei punti rivendicativi più radicali di quelli proposti dalla maggioranza non è sufficiente. Come sbagliato sarebbe elencare gli errori di Cofferati pensando che la sinistra sindacale non abbia avuto delle responsabilità in questi anni. Intendiamoci, le responsabilità maggiori sono e rimangono della maggioranza, ma dobbiamo anche chiederci: perché con lo sfacelo provocato con la concertazione la sinistra sindacale non si è rafforzata?

Se Cofferati ha sposato in tutto e per tutto la compatibilità del sistema capitalista, con tutte le conseguenze che ne discendono, la sinistra sindacale in questi anni spesso e volentieri si è limitata in alcuni casi a commentare gli errori della maggioranza e in altri a dare un assenso critico.

Da quando è nata Cambiare rotta non è mai stato fatto un bilancio serio della politica sindacale perseguita dai suoi dirigenti, sia dell’opposizione uscita dall’ultimo congresso (Alternativa sindacale e Area dei comunisti) come pure dei compagni che in questi anni si sono riconosciuti (anche se criticamente) nelle posizioni della maggioranza.

La verità è che né Alternativa sindacale, né l’Area dei comunisti, né tanto meno chi solo di recente si è posto all’opposizione, in questi anni è stato realmente capace di portare avanti una battaglia a tutto campo tra i lavoratori; hanno preferito circoscrivere la loro azione in ristretti ambiti sindacali in una logica perdente di battaglie nelle segreterie e negli organismi dirigenti.

Si sono accettati dei contratti vergognosi, e pochi lavoratori in questi anni avranno visto una diversa gestione delle trattative tra un funzionario della maggioranza della Cgil e uno della sinistra sindacale. Anche in quelle categorie o Camere del lavoro dove la sinistra sindacale aveva una certa forza ed esprimeva dei segretari non c’è stata una sola vertenza che ribaltasse la logica della concertazione. Non un contratto alternativo da sottoporre ai lavoratori, non una battaglia coerente e coordinata rivolta alle fabbriche contro gli accordi a perdere firmati dalle segreterie nazionali.

La sinistra sindacale non è tale perché fa delle affermazioni, la sinistra sindacale può aspirare a essere uno strumento per trasformare questo sindacato se viene vista concretamente come un’alternativa, e per fare ciò deve saper dare delle risposte su come intende risolvere la mancanza di democrazia, e non solo chiedere conto a Cofferati, ma innanzitutto a se stessa. La sinistra sindacale in questo momento esprime compagni in posizioni importanti, nella segreteria nazionale della Cgil, il segretario della Fiom del Piemonte, il presidente del direttivo nazionale solo per citare i più significativi, eppure come ha dimostrato l’esperienza di questi anni, tutto ciò non è servito ad arginare le politiche di Cofferati, ma ancora più importante sorge spontaneo chiedersi: quanti lavoratori sanno che nei gruppi dirigenti è stata effettivamente portata avanti una battaglia?

Del resto una delle cose che ha caratterizzato questa sinistra in questi anni è stato proprio quello di riallinearsi prontamente alla maggioranza nei momenti più critici o appena la maggioranza faceva una minima apertura a sinistra. E’ stato così allo scorso congresso della Fiom, dove Sabbatini è riuscito a portarsi dietro la categoria riempiendosi la bocca di promesse ma poi seguendo per filo e per segno i dettami degli accordi di luglio. E’ successo quest’anno sul contratto nazionale dei metalmeccanici, dopo la rottura della Fiom con Fim e Uilm, la sinistra invece di rilanciare (come aveva fatto durante la discussione sulla stesura della piattaforma), si è allineata al segretario.

Questa sinistra sindacale ha abituato i propri attivisti alle svolte più impensabili, e non ci sarebbe nulla di cui stupirsi se domani finiti i congressi di base, pezzi della minoranza tornassero in maggioranza.

Per un sindacato di classe

Quest’anno ricorre il centenario della Fiom, nel 2006 quello della Cgil. Cento anni in cui i lavoratori hanno cercato di organizzarsi per emancipare la propria classe dal giogo dei padroni. Emancipazione della classe operaia nei fatti significa lotta al capitalismo. Gli interessi dei lavoratori non sono compatibili con quelli dei padroni.

Questo è il punto centrale che fa la differenza tra un sindacato combattivo e democratico che lotta per difendere gli interessi di classe dei lavoratori e la politica portata avanti dai dirigenti. Dirigenti che si illudono che possa esistere un capitalismo "dal volto umano".. Ogni qual volta chiedono sacrifici promettono che saranno gli ultimi e fino alla prossima occasione. Oggi vediamo i risultati, negli ultimi cinque anni i padroni hanno aumentato del 50% i loro profitti e i lavoratori hanno visto peggiorare le loro condizioni. Ora ci dicono che è in arrivo una recessione mondiale e questo comporterà nuovi sacrifici.

Per questo dobbiamo lottare per una Cgil che difenda i nostri interessi di classe, spiegando che la compatibilità di sistema è un’illusione fuorviante. Per questo c’è bisogno più che mai di una svolta programmatica, bisogna aprire una vertenza generale che oltre a difendere le pensioni intervenga sugli aumenti salariali, la riduzione d’orario e le garanzie sociali. Il sindacato deve rompere l’offensiva padronale prendendo atto del fallimento della politica della concertazione e del rispetto delle compatibilità.

Nei prossimi mesi con l’esplodere della recessione la chiusura e la ristrutturazione di fabbriche tornerà prepotentemente all’ordine del giorno in tutta la sua drammaticità. Di questo nessuno ne parla non perché non ha niente da dire ma perché preferisce non pensarci, sperando poi quando il problema si presenterà di sistemare la cosa con i soliti strumenti, mobilità, licenziamenti contrattati e promesse di reinserimenti che sempre meno sono alla portata di questo sistema.

Negli usa questo sta già succedendo, e così dopo aver sbandierato la new economy e la fine delle recessioni nei primi otto mesi di quest’anno nell’industria sono stati licenziati un milione di lavoratori. Questa crisi non tarderà a colpire anche l’Italia. Alla Fiat solo per fare un esempio da ottobre 20mila lavoratori cominceranno a fare cassa integrazione per due settimane.

Davanti alle minacce di cassa integrazione, di tagli di personale o chiusura di stabilimenti dobbiamo avanzare la ricetta della nazionalizzazione delle aziende in crisi sotto il controllo dei lavoratori.

Questo è il sindacato di cui abbiamo bisogno, questa è la Cgil per cui dobbiamo lottare.

 
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