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Padroni e governo preparano il massacro sociale Stampa E-mail
Scritto da La redazione di Falce Martello   

La borghesia nei paesi occidentali non mancherà di "sfruttare" la guerra per scaricare sui talebani tutte le colpe di questo mondo a partire dalla recessione economica.

"Per effetto della crisi provocata dagli attentati terroristici ridurremo la produzione di macchine di 100mila unità entro la fine dell’anno" (Il Manifesto 5/10/2001). Con queste parole Gianni Agnelli ha esordito per annunciare la nuova politica di lacrime e sangue alla Fiat.

Così ai 20mila lavoratori previsti in cassa integrazione per una settimana a ottobre con tutta probabilità se ne aggiungeranno altri 15mila. Se poi la tendenza al calo non sarà contenuta solo all’ultimo trimestre dell’anno il colpo di scure sarà ancora più pesante. Soprattutto a Torino, dove si producono 450mila auto all’anno, nelle aziende terziarizzate dell’indotto si calcola che per ogni lavoratore Fiat fermato se ne lasciano a casa altri 3 o 4.

Gli indicatori economici segnalavano da tempo (molto prima dell’11 settembre) l’arrivo di una profonda recessione economica. Si tratta di una classica crisi di sovrapproduzione che già prima dell’attentato stava assumendo un carattere globale e sincronizzato simile a quella del ‘73-’74 che passò alla storia col nome di crisi petrolifera o crisi del Kippur.

Anche in quel caso la borghesia tentò di mascherare i limiti del proprio sistema, destinato ciclicamente a entrare in crisi di questo tipo, attribuendo la recessione alla guerra che si scatenò nel Kippur. Così con tutta probabilità questa recessione prenderà il nome di "crisi talebana" o di "crisi afghana".

Mistificare, mistificare e ancora mistificare, l’importante è dimostrare che la "civiltà occidentale" rappresenta il migliore dei sistemi possibili, dove c’è uguaglianza, benessere e libertà. Se qualcuno ha dei problemi e perde il proprio posto di lavoro, la colpa non è da attribuirsi alla voracità dei padroni che dopo aver fatto superprofitti per tre anni al primo segnale di crisi si sbarazzano brutalmente dei lavoratori, nient’affatto la colpa è di Bin Laden e dei talebani!

Pininfarina ha annunciato 500 esuberi, la Ocean di Brescia 860 (con una perdita di altri mille nell’indotto), la Videocolor 327 lavoratori su un totale di 2000. Le Ferrovie dello Stato seguendo la logica del risanamento imposto dal percorso di privatizzazione ha ridotto da 700 a 470 miliardi di lire la somma da corrispondere alle ditte che hanno in appalto la pulizia dei treni. Questo significa appalti al ribasso con compressione del costo del lavoro e il taglio di almeno un terzo della forza lavoro. Per cautelarsi la prima cosa che le aziende appaltatrici hanno pensato di fare è stato inviare 13mila lettere di licenziamento ai propri dipendenti. Riva, padrone dell’Ilva di Taranto sta minacciando il licenziamento di 4mila lavoratori, 2.500 invece gli esuberi dichiarati dall’Alitalia... la lista potrebbe continuare a lungo.

In tutta Italia almeno un milione di lavoratori sono a rischio, negli Usa un milione di persone ha già perso il posto di lavoro nei primi otto mesi dell’anno e si discute tra gli analisti se questa cifra possa arrivare a tre o cinque milioni entro la fine del 2002.

Queste stime spesso lasciano fuori i meno tutelati: gli interinali, i parasubordinati (che a fine 2000 erano oltre due milioni solo in Italia) che non avranno neanche il "diritto" di apparire nelle statistiche dei licenziati, sono degli "invisibili".

Non a caso proprio in un momento come questo il padronato torna alla carica per abrogare l’articolo 18 dello statuto dei lavoratori e Maroni presenta il suo "libro bianco" (che come giustamente ha osservato Cofferati altro non è che la fotocopia delle proposte fatte a Parma dalla Confindustria) in cui si propone di precarizzare il lavoro introducendo caporalato, gabbie salariali, lavoro a chiamata. Vere e proprie proposte da economia di guerra degne del peggior governo reazionario e che meritano una risposta di massa da parte del movimento operaio.

A partire dallo sciopero generale della Fiom del 16 novembre è necessario che le organizzazioni di classe, in primo luogo la Cgil, preparino uno sciopero generale di 24 ore contro la guerra, i licenziamenti e le misure antioperaie proposte dal governo.

Ormai c’è in ballo molto di più del contratto dei metalmeccanici, c’è il diritto dei lavoratori, di uomini e donne con la loro dignità che non accettano di essere trattati come animali da soma dai quali estrarre profitti.

Ma non possiamo neanche più tollerare che ad essere trattati da schiavi siano i lavoratori del Terzo mondo ai quali gli Usa e gli altri paesi imperialisti impongono dei dittatori, per poi massacrare i popoli quando i fantocci non rispondono più al burattinaio. Dieci anni fa dicevano di voler colpire il dittatore ma Saddam è ancora lì e a morire sono stati un milione di iracheni. Lo stesso sta accadendo oggi con Bin Laden che, almeno per ora, continua a pronunciare i suoi appelli farneticanti mentre a morire sono i civili afghani.

 
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