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Rilanciamo la lotta per il contratto
affondando la concertazione!
Dopo lo sciopero del 18 maggio, l’80% di adesioni e oltre 200mila lavoratori in piazza, per quasi un mese è calato un preoccupante silenzio sullo stato della vertenza dei metalmeccanici. Non a torto qualcuno cominciava a temere che si stesse per concludere sotto banco l’ennesimo accordo bidone.
In verità dopo le manifestazioni del 18 erano riprese, in gran segreto, le trattative tra i vertici sindacali e Federmeccanica. Trattative fallite perché i padroni hanno fatto una ulteriore provocazione per i lavoratori (soprattutto alla luce dei risultati di adesione alle mobilitazioni), che comunque è riuscita a dividere i sindacati.
Quella di Federmeccanica è una falsa proposta di mediazione con i sindacati. Sulle 115mila lire di aumento che propongono, solo 97mila lire sono per coprire l’inflazione, mentre le restanti 18mila lire sono un “gentile” anticipo per gli anni a venire da riassorbire con il prossimo rinnovo contrattuale nel 2003.
È una proposta che mira da un lato a spaccare il fronte sindacale, visto che Fim e Uilm hanno subito “abboccato”, e dall’altro a smantellare il contratto nazionale (cosa che i padroni non hanno mai nascosto) da sostituire con la contrattazione territoriale o aziendale, dove ogni azienda a secondo dei rapporti di forza interni e a secondo dell’andamento dei propri profitti, deciderà quando e come dare qualcosa ai lavoratori.
A quattro mesi dall’inizio delle trattative ecco delinearsi in modo chiaro la situazione.
Da un lato il padronato non ha nessuna fretta di arrivare a una conclusione. Dall’altro i sindacati vedono fallire una strategia, quella della concertazione, difesa con unghie e denti da dieci anni a questa parte. I vertici sindacali, e il segretario nazionale della Fiom Sabbatini, hanno sempre spiegato che la difesa degli interessi dei lavoratori passa attraverso due tappe obbligate: gli accordi di luglio e l’unità sindacale. La determinazione dei vertici a difendere queste posizioni è la causa per cui ora ci troviamo in questa situazione.
La concertazione così come l’abbiamo conosciuta è finita perché i padroni non la vedono più come uno strumento utile per i loro scopi e forse meglio di chiunque altro lo stesso Pininfarina (presidente di Federmeccanica) incarna questo concetto: “il grande accordo del luglio 93 è espressione di un’altra epoca e di un’altra realtà economica” (Il Manifesto 19/06/2001)
Addio all’unità di vertice
Tanti sono stati in questi due anni gli episodi in cui l’unità sindacale tra Cisl e Uil e Cgil è entrata in crisi (Patto per il lavoro a Milano, Zanussi, Skf e ultima in ordine di sequenza la questione dei contratti a termine). Sabbatini ha preferito fare finta di niente e continuare sulla strada dell’unità ben sapendo che questa strada implica continui cedimenti per non spaccare il fronte, snaturando ulteriormente una piattaforma già modesta in partenza.
Del resto non è un mistero per nessuno che le divisioni tra Fim, Uilm e Fiom c’erano sin dall’inizio, essendo le 135mila lire un compromesso al ribasso tra le 165mila richieste dalla Fiom e le 120mila della Fim (di fatto Federmeccanica sta proponendo solo 5mila lire in meno della proposta iniziale della Fim).
Ora la Fiom si trova a dover difendere una piattaforma modesta da sola. Con i padroni e Fim e Uilm che stanno comodamente seduti in platea a godersi lo spettacolo: se la Fiom non riuscirà a portare i lavoratori dalla sua parte verrà sconfitta e Fim e Uilm potranno portare a buon fine il loro abbraccio mortale con i padroni, gli unici che alla fine trarranno dei vantaggi da questa vicenda.
Come conseguenza di questa rottura la Fiom ha convocato il Comitato centrale il 18 giugno, Comitato centrale che ha deciso la preparazione di un’assemblea nazionale dei delegati per il 27 giugno a Bologna, con assemblee nei posti di lavoro e la proposta a Fim e Uilm di tenere un referendum per scegliere tra le due opzioni.
Da dove ripartire
C’è un fatto positivo da tempo non si ricorda una trattativa interrotta per tornare nelle fabbriche a chiedere il parere ai delegati e ai lavoratori. E anche se i lavoratori sono chiamati a esprimersi su due proposte entrambe limitate c’è un accenno di discussione portata alla base.
Ora però è necessario allargare la breccia. I lavoratori e i delegati devono irrompere nella gestione di questo scontro. Possiamo andare anche da soli alla lotta, ma possiamo farlo se l’obbiettivo è di dare finalmente voce alle reali esigenze dei lavoratori, che per dieci anni sono state sistematicamente ignorate. L’obbiettivo non può essere quello di far la guardia a un bidone vuoto.
Dobbiamo utilizzare l’assemblea del 27 giugno per avanzare una battaglia che rilanci la piattaforma più adeguata alle esigenze dei lavoratori. Zipponi (segretario della Fiom lombarda) dopo lo sciopero si pronunciò in questi termini “O si fa l’accordo in pochi giorni a 135mila lire, altrimenti si convoca l’assemblea nazionale delle Rsu per modificare la piattaforma aggiungendo alla nostra richiesta almeno due punti di inflazione pari a 60mila lire al mese.” (intervista a Liberazione, 19 maggio 2001). Potrebbe essere un punto di partenza. È il momento ora di passare dalle parole ai fatti, altrimenti stiamo dicendo che si va a votare tra due proposte con una differenza di 20mila lire.
È una differenza francamente ridicola, se si considera tutte le altre questioni non salariali che dovrebbero entrare a far parte del contratto (flessibilità, occupazione, sicurezza, ferie, orario, ecc).
La sinistra Cgil dov’è?
La cappa soffocante dei vertici sindacali con cui ci siamo dovuti scontrare in questi anni è in crisi. Ora possiamo dargli un colpo che metta fine alla pratica della concertazione.
Per fare ciò abbiamo bisogno di tutte le forze possibili, e di una seria e rinnovata sinistra sindacale. Cambiare rotta, dopo aver detto una cosa giusta l’ha lasciata cadere nel vuoto, votando al Comitato centrale del 18 giugno l’ordine del giorno proposto da Sabbatini. Ancora una volta hanno rinunciato ad offrire un’alternativa ai lavoratori e a organizzare dal basso la mobilitazione su una proposta che possa per davvero difendere il contratto nazionale.
La radicalità espressa dai lavoratori in questi mesi, le importanti lezioni che ci hanno mostrato lotte come alla Zanussi nel Nord-est, dove i lavoratori hanno scioperato uniti e compatti per 40 ore perdendo 500mila lire del loro stipendio (vedi articolo a pag 12), ci mostrano che la voglia e la disponibilità dei lavoratori a lottare c’è. Stiamo portando avanti una battaglia per salari dignitosi, per una vera democrazia sindacale, per una vera unità sindacale che parta dai lavoratori. La sfida per convincerli a schierarsi al nostro fianco è alla nostra portata, a condizione che diamo loro un valido motivo per lottare.
22 giugno 2001
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