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I miracoli di Antonio Fazio Stampa E-mail
Scritto da Claudio Bellotti   

Sogni e realtà dell’economia italiana

"Nei decenni successivi al secondo conflitto mondiale, l’impegno dei lavoratori e delle forze sociali, degli imprenditori, degli uomini delle istituzioni permise all’Italia di trasformarsi in una moderna economia industriale. (…) Dobbiamo ritrovare, con l’apporto di tutti, in un contesto economico internazionale più difficile, ma carico di opportunità, un nuovo slancio. Quel miracolo economico può essere ripetuto.

Possiamo e dobbiamo realizzarlo."

Queste le conclusioni del governatore Antonio Fazio all’assemblea annuale della Banca d’Italia.

Non è la prima volta, naturalmente, che ci sentiamo proporre una prospettiva tanto allettante. Nel 1994 fu Berlusconi a impostare la sua campagna elettorale sulla slogan del "nuovo miracolo italiano". Per non essere da meno, due anni dopo l’allora ministro Andreatta (nel governo Prodi), si spinse a spiegare che eravamo sulla soglia di un ritorno all’età dell’oro degli anni ‘60: forte crescita, poca inflazione, niente debito pubblico.

Di vero, in queste promesse, non c’è nulla, tranne un "piccolo dettaglio" che ci riserviamo di svelare al termine di questo articolo.

L’Italia nell’Unione europea

Nei prossimi mesi torneremo ad analizzare più approfonditamente lo stato dell’economia internazionale; limitiamoci qui ad alcune osservazioni sulla posizione specifica dell’Italia.

A partire dal 1992, con la piena apertura del mercato unico europeo e con l’inizio del percorso verso la moneta unica, il capitalismo italiano ha dovuto affrontare una nuova fase. La borghesia italiana era allora fortemente divisa sulla prospettiva del mercato unico; prevalsero alla fine i settori favorevoli all’integrazione europea, identificati in particolare con l’allora governatore della Banca d’Italia Ciampi e con i partiti del centrosinistra. La loro prospettiva era di superare la tradizionale arretratezza del capitalismo italiano attraverso una "cura da cavallo":

1) Attraverso privatizzazioni a tappeto rilanciare il processo di accumulazione e contribuire a creare un nuovo ampio strato di imprenditoria medio-alta, che colmasse il vuoto che da sempre esiste in Italia tra pochissimi grandi gruppi e la moltitudine delle imprese medio piccole.

2) "Risanamento" del debito pubblico a spese delle prestazioni sociali (pensioni, sanità, ecc.).

3) Abbandonare la vecchia linea della svalutazione competitiva della lira, attaccando frontalmente i salari e le condizioni di lavoro.

Lacrime e sangue, quindi, al termine delle quali però si figuravano di veder nascere un capitalismo più forte, in grado porsi in prima linea nella competizione mondiale.

I risultati, a quasi un decennio di distanza, sono evidenti. Lacrime e sangue non sono mancati, il patrimonio pubblico svenduto, i redditi da lavoro che scendono dal 56 al 40 per cento del reddito nazionale, il precariato dilagante. Ma il capitalismo italiano rimane quello che è sempre stato: un’economia di trasformazione, fortemente dipendente dall’estero per le materie prime e soprattutto per le tecnologie, sostanzialmente esclusa dai settori a tecnologia avanzata, terreno di conquista per il grande capitale straniero (vedi l’accordo Fiat-Gm, o il tentativo di scalata della francese Edf alla Montedison), con imprese troppo piccole per competere sul terreno della ricerca e degli investimenti in tecnologie avanzate.

Esattamente come dieci, venti o trent’anni fa, la concorrenza si fa sui salari e sugli aiuti dello Stato alle imprese.

I dati del commercio estero sono eloquenti. Nei primi anni ’90, grazie alla forte svalutazione della lira, l’economia italiana ha realizzato forti attivi nel commercio con l’estero. A partire dal 1996, cioè da quando la lira è stata nuovamente agganciata alle valute europee, i saldi del commercio estero italiano peggiorano come da tabella 1.

È importante sottolineare come questo peggioramento avvenga nella fase di maggior crescita economica internazionale (la seconda metà degli anni ’90) e di sviluppo marcato del commercio internazionale. Vale a dire che questi sono i risultati degli anni di vacche grasse, e da qui le cose possono solo peggiorare.

Perché nonostante l’aumento dei volumi del commercio estero la posizione dell’Italia peggiora? La spiegazione è presto data (tabella 2): l’Italia non guadagna più dal commercio con i paesi europei, e realizza guadagno solo con il commercio extra-Ue, in particolare con gli Usa, soprattutto grazie alla forza del dollaro rispetto all’Euro, che permette di mantenere concorrenziali i prezzi delle merci italiane.

Questo significa che l’Italia sarà colpita significativamente dagli sviluppi negativi dell’economia americana.

La congiuntura internazionale

"Il superamento della crisi dell’economia mondiale dipende crucialmente dalla ripresa economica negli Stati Uniti. In risposta al forte abbassamento dei tassi d’interesse e a provvedimenti di riduzione del carico fiscale, la ripresa si manifesterà nella seconda metà dell’anno; si consoliderà nel 2002". Sono ancora parole di Fazio, e il tono perentorio sembra non lasciare spazio a dubbi.

In realtà è tutto da dimostrare che gli Usa abbiano lasciato alle spalle il punto più basso della crisi. Wall Street ha avuto un certo recupero in aprile, ma non è affatto fuori dalle secche, mentre una serie di dati indicherebbero come l’economia reale stia entrando in serie difficoltà: nei primi quattro mesi del 2001 c’è stato in Usa un calo regolare nell’utilizzo della capacità produttiva dell’industria (dal 79,7 al 78,5%), un calo regolare della produzione industriale, un aumento delle scorte invendute, un calo delle vendite (-0,5% in aprile, terzo mese di calo), e degli investimenti. Ma sono soprattutto i profitti delle imprese la grande incognita sul futuro della Borsa e dell’economia Usa.

Fuori dagli Usa, continua la crisi profonda del Giappone, il che significa che nessuno dei tre settori decisivi dell’economia mondiale oggi è nelle condizioni di trascinare gli altri in un nuovo ciclo di forte crescita.

La cosa più singolare, tuttavia, è che Fazio riponga tante speranze nel ruolo benefico della politica di Bush come ancora di salvataggio per l’Europa e per l’Italia. In realtà il programma di Bush è di rilanciare il capitalismo americano (ed è tutto da dimostrare che le sue misure siano efficaci) a spese dei lavoratori americani e di tutti i concorrenti esteri, a partire proprio dall’Europa. Bush si prepara a una politica aggressiva su tutti i terreni, dal riarmo spaziale al commercio. La minaccia di ripudiare gli accordi di Kyoto, prima ancora che una dichiarazione di guerra all’ambiente, è una dichiarazione di guerra alle economie concorrenti.

Il vero volto del "miracolo"

Da questa breve analisi ci pare di poter dire che non c’è alcun miracolo in vista per l’economia italiana, ma piuttosto anni duri. Tuttavia nelle favole propagandistiche di Fazio c’è una briciola di verità. Il "miracolo" degli anni ’50 e ’60 aveva alle spalle un contesto internazionale oggi irripetibile: ricostruzione postbellica, afflusso massiccio di capitali americani in Europa, poltitiche espansive (keynesiane) dei governi, ecc. Ma in Italia il "miracolo ebbe anche altre premesse: la sconfitta della sinistra del ’48, la repressione scatenata nelle fabbriche negli anni ’50, l’entrata di milioni di immigrati nelle fabbriche a salari da fame, le "gabbie salariali", la spaccatura dei sindacati con la Cisl e la Uil appiattite sulla linea padronale e la Cgil isolata e esclusa con tutti i mezzi dai luoghi di lavoro. Una realtà distante anni luce dalle parole ipocrite di Fazio sull’"impegno dei lavoratori e delle forze sociali". Ma è proprio a questo che pensa in realtà il signor governatore: non a un "miracolo", ma a un’offensiva a tutto campo contro quello che resta dei diritti dei lavoratori e dello Stato sociale.

Oggi il governo Berlusconi ha nuovamente riunito dietro di sè l’appoggio di tutti i settori decisivi della classe dominante italiana. Se il Vaticano e la Confindustria di D’Amato erano fin dall’inizio schierati col Cavaliere, successivamente si sono aggiunti la Fiat (dichiarazioni di Agnelli subito prima del voto) e oggi la Banca d’Italia.

Tocca al movimento operaio trovare la strada per mettere in campo una decisione e una compattezza pari e superiore a quella ostentata dal fronte avversario.

Tabella 1

Saldi della bilancia commerciale italiana

(miliardi di lire)

<p align="justify">1993    33.223</p>
<p align="justify">1995    45.514</p>
<p align="justify">1996    67.483</p>
<p align="justify">1997    51.541</p>
<p align="justify">1998    47.400</p>
<p align="justify">1999    27.157</p>
<p align="justify">2000     2.702</p>

(fonte: Istat)

Tabella 2

Saldi della bilancia commerciale italiana, aree geografiche

(miliardi di lire)

<p align="justify">anno  Paesi Ue  Paesi extra Ue</p>
 
<p align="justify">1997   6.585    44.956</p>
<p align="justify">1998   7.326    40.072</p>
<p align="justify">1999   2.763    24.393</p>
<p align="justify">2000  -5.638     8.339</p>

(fonte: Banca d’Italia)

 
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