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L’Autonomia Didattica è diventata realtà. Dopo il decreto Zecchino del 3 Novembre ‘99 e il decreto sulle classi di laurea del 4 Agosto ‘00, in molte facoltà sono già partite da quest’autunno le nuove lauree di 1° livello. Nelle altre sono pronte le bozze per l’applicazione del decreto.
Il sistema dei crediti Uno dei punti cardine di questa "riforma" è l’introduzione dei crediti (CFU: crediti formativi universitari). Questi non sostituiranno la valutazione in voti degli esami, ma serviranno per potere andare avanti con gli studi. Ogni anno lo studente dovrà cumulare 60 crediti. Ciascuno di questi corrisponde a 25 ore di "lavoro" da svolgere come studio individuale, presenza alle lezioni, stage esterni. Anche nell’assegnazione di borse di studio e alloggi si terrà conto dei crediti. Non è ancora chiaro cosa succederà se a fine anno uno non avrà tutti i crediti: se dovrà recuperarli o ripetere l’anno. Molte università stanno optando per la prima possibilità: un debito formativo da scontare l’anno successivo. In questo modo chi ha già difficoltà a studiare, avrà sempre più difficoltà a recuperare. I crediti sono un attacco prima di tutto agli studenti lavoratori. Gli studenti-lavoratori, non potendo frequentare, non potranno maturare i crediti. Infatti per loro è stata predisposta una "laurea part-time". Molto probabilmente si tratterà di una laurea con un valore minore nel mondo del lavoro. Si potrebbe arrivare alla situazione paradossale in cui uno studente-lavoratore dovrà dare il doppio degli esami di chi ha soldi e tempo per frequentare l’università. Due livelli L’altra modifica più eclatante è la divisione della laurea in due livelli: una Laurea di base di 3 anni (quindi 180 crediti) ed una successiva Laurea Specialistica (LS) di altri 2 anni, con 120 crediti (vedi tabella 1). Tra un livello e l’altro gli atenei potranno mettere ulteriori forme di numero chiuso. La laurea di base varrà ben poco nel mondo del lavoro. Si tratta di una laurea generica paragonabile ad un normale diploma di scuola superiore. Chi avrà una semplice laurea di base, senza riuscire poi ad essere ammesso ad una laurea specialistica si troverà in mano un pezzo di carta senza valore ed avrà perso tre anni. Uno studente deve quindi mettere in conto che iniziare l’università senza portare fino in fondo tutto il percorso ad ostacoli (Laurea di Base, poi Laurea Specialista, poi Scuola di Specializzazione) sarà inutile. Tra l’altro la Laurea Specialistica e le Scuole di Specializzazione hanno costi esorbitanti, più alti della Laurea di Base. Quello che stiamo vedendo laddove vengono applicati i nuovi ordinamenti è un aumento degli esami e una compressione delle attuali lauree di 4 o 5 anni in quella di primo livello (3 anni). Ad esempio, Biologia aveva 29 esami da fare in 5 anni: i nuovi ordinamenti prevedono in media una trentina di esami da fare nei 3 anni della laurea di primo livello! Alcune università, come quella di Udine ed Ingegneria a Cosenza, stanno dividendo l’anno in tre quadrimestri, molte altre istituiranno dei semestri divisi in 2 periodi ciascuno ed al termine di ognuno di questi ci saranno gli esami. A breve termine però c’è anche un altro problema. Che cosa ne sarà degli studenti che già hanno cominciato l’università? Alcuni presidi semplicemente hanno applicato la riforma ed eliminato i vecchi corsi. Altri hanno elaborato complicatissimi piani di transizione, coi quali per qualche anno coesisteranno corsi di vecchio e nuovo tipo: per fare questo però bisognerebbe raddoppiare aule e professori… Altri ancora hanno promesso di equiparare la laurea attuale con la laurea specialistica, promessa che però si scontra con la contrarietà del ministero. Ma anche per chi vuole passare dall’ordinamento attuale a quello nuovo si preannunciano problemi: infatti non corrispondendo gli esami dei due ordinamenti lo studente si trova in credito, ma contemporaneamente anche in debito. Come esempio concreto prendiamo Torino. Uno studente di Scienze Naturali che ha finito il primo anno e che ha dato tutti gli esami (uno studente modello!) passando alla nuova laurea si trova con un credito di 59 CFU, ma anche con un debito di 24 CFU. "Pluralità" dell’offerta formativa Con l’Autonomia Didattica scompaiono le tabelle nazionali che indicano gli esami di ogni corso di laurea. Ogni facoltà quindi potrà istituire i corsi che vuole, con gli esami che vuole. Ad esempio nella facoltà di Lettere si potrà introdurre la Laurea in Turismo, appartenente alla XXXIX classe (Scienze del Turismo). Anche la stessa laurea sarà diversa da un’università all’altra, sia per gli esami, sia per il loro diverso peso. Le facoltà avranno la possibilità di istituire nuove lauree o di chiudere quelle presenti, in qualsiasi momento. Tutto questo sarà fatto consultando le imprese del territorio, in base al tipo di laureati di cui le aziende hanno bisogno. Questo è il punto fondamentale della "riforma": asservire l’università alle imprese. Un primo effetto di questa "pluralità" sarà, nei fatti, la scomparsa del valore legale del titolo di studio. Oltre ad una diversificazione didattica tra gli atenei, avremo anche una diversificazione qualitativa. Le università infatti, dovranno cercare finanziamenti dalle aziende, che in cambio decideranno quali insegnamenti verranno svolti. La dipendenza dalle imprese diventerà sempre maggiore, in quanto i finanziamenti statali diventano sempre minori. Quelle università che interesseranno alle aziende avranno fondi, le altre no. Si creeranno atenei di serie A e di serie B. Le università "di serie A", grazie ai finanziamenti privati, avranno buone strutture e anche professori prestigiosi. Ma chi potrà accedere a queste università rampanti? La "riforma" stabilisce che le facoltà dovranno sentire le aziende per sapere non solo di quali ma anche di quanti laureati c’è bisogno. Quindi quei corsi di laurea che daranno buoni sbocchi lavorativi saranno di difficile accesso. I livelli già alti di tasse, infatti, aumenteranno ancora. Il primo effetto dell’Autonomia c’è stato prima che questa sia applicata. Nell’ottica della competizione, l’ex Osservatorio di valutazione del sistema universitario ha premiato e punito gli atenei italiani (vedi tabella 1). Ovviamente i tagli sono stati maggiori degli aumenti. Questo alla Sapienza di Roma si è già tradotto in un drastico aumento delle tasse (vedi tabella 2) che colpisce più duramente le famiglie meno abbienti. Si vede come ci avviamo verso un’università d’élite. L’università che vogliono loro Ma perché viene stravolto in questo modo il sistema universitario? "Perché ci sono troppi fuori-corso, troppi abbandoni e soprattutto per stare al passo col mercato del lavoro". Queste le risposte che ci sentiamo dare, ma è la verità? Il libero accesso all’università è stata una conquista degli anni ‘60, ma il "diritto allo studio" è sempre stato un diritto presente sulla carta ma non nei fatti. Basta vedere l’altissimo livello di selezione di classe: su 100 figli di imprenditori che cominciano le superiori, 6 si laureano; su 100 figli di operai se ne laureano 1,4. Oggi vogliono cancellare anche questo: anno dopo anno, tutti i governi che si sono succeduti hanno sempre tagliato lo stato sociale, in tutti i suoi settori, regalando ai capitalisti decine di miliardi all’anno. La borghesia sbraita: "perché lo Stato spende 8 milioni all’anno per studente per dargli un’istruzione. Date i soldi a noi, che gli studenti paghino di più e insegnate loro quello che serve a noi!". Fino ad oggi chi si riusciva a laureare aveva delle ampie conoscenze, poi nell’azienda in cui entrava imparava le sue mansioni specifiche; se doveva cambiare lavoro, comunque aveva le basi per imparare una nuova professione. Oggi i padroni, nella loro ricerca di tagliare i costi, tagliano sulla formazione interna e la fanno fare alle università. Così i pochi che si laureano sono subito pronti per lavorare, ma hanno una formazione adatta solo a quella determinata azienda. Se l’azienda chiude, questi laureati non saranno in grado di riciclarsi sul mercato del lavoro. Questo duro attacco viene giustificato con la formula "formazione permanente": studi, lavori per qualche anno, vieni licenziato, studi di nuovo (ma intanto sei senza stipendio), e così via… Ripartiamo con le lotte! Parecchie strutture studentesche affermano che questa controriforma è brutta, ma che ormai è applicata, per cui bisognerà cercare di gestirla al meglio. Che logica da aspiranti parlamentari! La controriforma aprirà all’improvviso gli occhi a tutti gli studenti sul risultato di dieci anni di Autonomia Universitaria. All’inizio molti studenti proveranno un senso di smarrimento. Ma siamo sicuri che l’attenzione provocata dai nuovi ordinamenti, farà tornare molti a cercare le vie per mobilitarsi in difesa del diritto allo studio. Le leggi, così come vengono fatte, possono essere ritirate. A partire da questa tornata di elezioni universitarie, fino all’arrivo a settembre dei nuovi iscritti, tutti i collettivi dovranno impegnarsi in un grosso lavoro di controinformazione e di spiegazione dell’attuale controriforma. Sarà necessario, non solo saper spiegare le malefatte dell’Autonomia Universitaria, ma fornire un programma alternativo che difenda il diritto allo studio. Un tale lavoro pagherà, rimettendo per il prossimo autunno all’ordine del giorno la ripresa delle lotte universitarie. Tutto questo dipenderà in grossa parte dal nostro lavoro; su la testa compagni, per un’università pubblica, di massa, gratuita e di qualità! Tabella 1 I tagli Roma Sapienza 7,5 Messina 3,7 Napoli Federico II 2,4 Firenze 1,9 Napoli II Ateneo 1,8 Pavia 1,4 Trieste 1,3 Gli aumenti Milano Politecnico 3,1 Bologna 3 Torino 2,3 Milano Statale 2,1 Roma Tre 1,5 Calabria 1 Salerno 1 Gli importi sono in miliardi. Sono elencate solo le principali università. Totale dei tagli: 29,2 miliardi Totale degli aumenti: 23,2 miliardi Tabella 2 Gli aumenti delle tasse alla Sapienza (Roma) I Fascia (0-66 milioni) 1.224.000 (+70%) II Fascia (66-91 milioni) 1.869.000 (+50%) III Fascia (91-122 milioni) 2.190.000 (+35%) IV Fascia (oltre 122 milioni) 2.362.000 (+20%) Per le facoltà umanistiche le cifre vanno abbassate di circa 100.000 lire. |