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L’ascesa di Forza Nuova sulla scia di Berlusconi, Bossi e Fini Stampa E-mail
Scritto da Gabriele Donato   

Conquistare i lavoratori alla lotta contro il fascismo

 

La capacità di presa delle ideologie della destra estrema su determinate fasce della popolazione rappresenta l’evidente portato dei fallimenti politici delle organizzazioni tradizionali del movimento operaio: la rapida crescita del numero delle vittime delle aggressioni messe in atto da gruppi di neofascisti diventa perciò l’esplicito segnale delle difficoltà di una sinistra sempre più incapace di rispondere con efficacia ai problemi posti da un processo di polarizzazione sociale dai ritmi piuttosto serrati.

Non abbiamo alcuna intenzione di drammatizzare tale fenomeno, che si configura ancora come una mobilitazione di forze tutto sommato minoritarie, incapaci oltretutto di sviluppare un’influenza di massa: il fatto di non trovarci, tuttavia, nel bel mezzo di una guerra civile (come avvenne nel biennio ‘21-’22), non ci può consentire di sottovalutare una vicenda che, giustamente, a sinistra sta creando parecchie preoccupazioni.

In particolare, l’analisi del recente consolidamento di un’organizzazione come Forza Nuova (Fn) ci serve per comprendere le dinamiche di un quadro politico in costante evoluzione, caratterizzato innanzitutto dalla crisi verticale del centrosinistra e dall’arrogante ripresa delle forze aggregate attorno al Polo.

A questo proposito, ricordiamo quel che dicemmo nel settembre del ’96 sulle colonne di questo giornale: "(…) si apre una gara tra la capacità dei lavoratori di costruire un proprio movimento non subalterno alla cosiddetta borghesia democratica (?!) che ottenga l’appoggio della maggioranza della società nella lotta per il socialismo, e quella delle destre di sfruttare l’inevitabile crisi della coalizione di governo per schiacciare il movimento operaio (…)". Puntual-mente, le difficoltà nel perseguire il primo obbiettivo hanno rafforzato la seconda ipotesi: il peso delle politiche di "risanamento", ricaduto dal ’96 a oggi completamente sulle spalle dei lavoratori, ha provocato una fortissima crisi di consenso per quelle organizzazioni che, radicate nel cosiddetto "popolo di sinistra", sono state coinvolte in tale politica.

L’esito di tale crisi è stato l’estraniarsi di settori importanti del movimento operaio dalla vita politica attiva, esplicitato da un crollo delle adesioni ai partiti storici della sinistra e dal crescente astensionismo: invece di reagire in maniera attiva all’arrendevolezza disarmante dei propri vertici, tanti lavoratori hanno intrapreso una ritirata silenziosa e disorientata, la quale si è riverberata in una grave impasse organizzativa per tutte quelle strutture fondate sull’attivismo dei lavoratori. Questa ritirata ha creato spazi enormi nella società per quei soggetti politici che tradizionalmente costruiscono le proprie fortune sulla rassegnazione del movimento operaio: la ripresa baldanzosa dei partiti di destra rappresenta l’esito macroscopico di tale arretramento, quella dei gruppetti neofascisti quello meno evidente, ma non meno insidioso. Tanto più che la stagione del risanamento non si è chiusa con un Paese restituito alle "magnifiche sorti e progressive" del benessere, tutt’altro: disoccupazione, precarizzazione e pauperizzazione affliggono una struttura sociale incapace di riprendersi persino nei momenti di parziale riossigenatura dell’economia come quello attuale.

L’ascesa di Forza nuova

Non è un caso perciò che, nonostante i toni roboanti del decreto Mancino (che dal ’92 avrebbe dovuto troncare sul nascere tutti i tentativi di riorganizzazione dell’estrema destra filo-fascista), nel ’97 si sia potuto costituire un movimento come Fn, deciso programmaticamente ad occupare spazi dove non ci sono più concorrenti. Citiamo a questo proposito un’inchiesta su Fn, ben documentata e presente sulla rete (www.contropiani.2000.org) che dà voce ad un militante, esplicito nel sintetizzare questa tattica: "Adesso le università sono libere dalla presenza dei rossi, è giunto il momento di recuperare l’agibilità politica e il consenso negli atenei italiani".

Nel ’99 il movimento fa il salto di qualità: rientrano in Italia i suoi dirigenti carismatici, Roberto Fiore e Massimo Morsello (fuggiti in Inghilterra dopo la sentenza che nel 1985 li aveva condannati per associazione sovversiva nell’ambito

dell’inchiesta sulla strage di Bologna del 2 agosto 1980); Fn conquista così settori consistenti di attivisti delusi dal Msi-Fiamma tricolore di Rauti, ma anche alcune frange provenienti da An e dalla Lega: riesce inoltre a raggruppare parte importante dei gruppetti estremisti riusciti a resistere alla repressione della prima metà degli anni 90 ("Veneto Fronte Skinheads" in Veneto, "Azione Skinheads" a Milano, "Movimento Politico" a Roma, ecc.).

A questa gente Fn offre una solida base economica ed organizzativa ed un programma intriso di demagogia reazionaria: dal primo punto di vista il movimento si avvale delle ricchezze accumulate da Fiore lungo la sua dorata permanenza in Inghilter-ra, durante la quale ha avviato (grazie al denaro della cassa del gruppo nel quale militava, e di cui ha trafugato i fondi, Terza Posizione) un giro di affari commerciali stimato in diverse decine di miliardi l’anno (vedi Liberazione, 3-09-2000); per quanto riguarda il secondo aspetto, invece, il movimento si basa su un programma che coniuga vere e proprie suggestioni fasciste ("Formazione di Corporazioni per la difesa dei lavoratori e della comunità nazionale") ad un integralismo religioso di fondo ("Ripristino del Concordato Stato-Chiesa del 1929", "Abro-gazione delle leggi abortiste" e "Famiglia al centro della politica di rinascita nazionale"), il tutto amalgamato dalla più tradizionale xenofobia ("Blocco dell’immigrazione").

Si tratta di un programma che, in virtù di un evidente eclettismo, parla a parecchi: si rivolge innanzitutto a quei settori di opinione pubblica tradizionalmente conservatori, proponendo la "rigenerazione dei buoni costumi del popolo", ma non disdegna affatto di indirizzarsi verso quelle fasce di popolazione travolte dalla modernizzazione capitalistica e lasciate ai margini polemizzando col sistema finanziario che ruota attorno all’Fmi e che provoca quell’"ingiusto debito che sta portando miseria e fame in un mondo che grazie all’avanzamento tecnologico potrebbe vivere nell’abbondanza".

Non è tuttavia tanto l’elemento programmatico la novità per cui Fn si è segnalata, quanto il frenetico attivismo col quale i suoi militanti propagandano tale miscela di razzismo, sessismo, integralismo e tradizionalismo. È da mesi ormai, infatti, che nelle città nelle quali i suoi nuclei sono presenti (circa 30, sparpagliate in una quindicina di regioni), Fn imperversa con volantinaggi, banchetti, presidi, convegni, cortei; contemporaneamente l’area più militante ha cercato con assiduità lo scontro duro con gli avversari politici: aspiranti eredi della tradizione squadrista, quelli di Fn in parecchie occasioni si sono dati da fare, muovendosi a gruppi, per perseguitare attivisti di sinistra e per terrorizzare immigrati e barboni.

Tale visibilità, garantita alternativamente da speakeraggi e da pestaggi, ha permesso loro di coagulare attorno a sé una periferia significativa di consensi, simboleggiata dall’ingresso delle loro celtiche in tante curve degli stadi italiani, sventolate con orgoglio da ragazzi che il più delle volte provengono da aree depresse del Paese o da quartieri particolarmente degradati.

E proprio questo è il segnale più tangibile della sconfitta pesante subita dalla sinistra italiana: sono sempre di più i giovani proletari e, soprattutto, sottoproletari che, attratti dal populismo di Fn, ingrossano le file della reazione, finendo col costituire la manovalanza per il lavoro sporco che un gruppo di piccolo-borghesi incravattati chiede loro di fare.

I neofascisti nel dopoguerra

È esattamente questo il ruolo che assolve oggi Fn, e che d’altra parte i fascisti hanno ovunque svolto dal secondo dopoguerra: incapaci di riconquistarsi quel sostegno di massa da parte dei ceti medi che fra le due guerre mondiali consentì loro di dare l’assalto al potere, sono stati ripetutamente arruolati dalla borghesia conservatrice e dai suoi partiti tradizionali per portare lo scompiglio fra gli attivisti del movimento operaio e del movimento studentesco, cercando di paralizzarli tramite il ricorso ad aggressioni terroristiche, spesso sotto la forma dell’agguato squadrista.

Quando non sono riusciti ad impaurire i militanti di sinistra, i fascisti hanno fatto di tutto per creare, tramite provocazioni orchestrate dall’alto, quell’instabilità necessaria a consentire alle forze della repressione di intervenire sullo scenario politico, scatenando la loro violenza legalizzata (non meno brutale).

Roberto Fiore è, in questo senso una figura emblematica: al soldo in Italia negli anni ’70 dei servizi segreti "deviati", che manovravano lui e i suoi camerati dell’estremismo nero come pedine fondamentali della strategia della tensione, si è rifugiato negli anni ’80 in Inghilterra dove, secondo la stampa britannica, ha visto i suoi affari prosperare grazie all’accondiscendenza delle autorità inglesi, riconoscenti per le spiate che passava all’M16, il servizio segreto della Corona.

Ritornato, come dicevamo, nel ’99 in Italia, guida oggi Fn mettendone a disposizione la militanza al miglior offerente: ora ai leghisti con i quali Fn raccoglie le firme contro l’immigrazione, ora al Polo cui di tanto in tanto offre generosamente i voti. I rapporti (anche finanziari?) con la destra "perbene" non sono una nostra fantasia: lo dimostra l’invito dello stesso Fiore da parte di Comunione e Liberazione al Meeting di Rimini di quest’estate, dove egli ha potuto farsi applaudire in virtù del proprio farneticante anti-abortismo. I toni accesi che lui e Morsello utilizzano per reclutare aderenti al loro progetto politico servono certo per mascherare il loro disponibile servilismo: essi tuttavia servono soprattutto per comunicare con la domanda di radicalità che, seppur in forme confuse e distorte, proviene da tutti quei giovani i cui problemi affondano nelle contraddizioni della ristrutturazione capitalistica.

A loro oggi riesce a rispondere solo l’estrema destra: essa propone la più classica guerra fra poveri, e riesce a schierare il disoccupato italiano contro quello immigrato, facendo sfogare la rabbia del primo contro la debolezza del secondo e cercando di allontanare il più possibile il momento in cui si salderanno i bisogni dell’uno e dell’altro (e non citiamo a caso i senza-lavoro, visto che a Napoli Fn è riuscita nell’intento di organizzarne alcuni settori).

Quale risposta?

Come dicevamo all’inizio, i successi del reclutamento di Fn in settori significativi degli strati popolari del Paese, mettono in luce le gravi responsabilità delle organizzazioni tradizionali dei lavoratori: solamente un’analisi attenta di queste responsabilità può farci recuperare il tempo perso. La risposta ai neofascisti, infatti, non può essere concepita come una serie di reazioni isteriche alle singole provocazioni, così come non può non passare per il coinvolgimento diretto di quelle stesse organizzazioni sindacali e politiche del movimento operaio, oggi paralizzate dalla linea rinunciataria dei propri dirigenti.

La mobilitazione antifascista non riesce ad essere incisiva se rimane limitata allo sforzo militante di avanguardie combattive ma isolate: non riuscì ad esserlo nei mesi che precedettero la Marcia su Roma dell’ottobre del ’22; allora il movimento operaio seppe respingere vittoriosamente l’offensiva reazionaria delle bande fasciste solo in quelle occasioni in cui a lottare contro di essa non furono solo manipoli eroici di militanti, ma tutti i proletari, e questo avvenne solo in episodi che purtroppo rimasero isolati nelle realtà (Parma, Bari, Roma, Torino) dove i lavoratori riuscirono ad organizzarsi in un fronte unitario schierato sul terreno rivoluzionario. In queste province nulla poterono le "squadracce", nonostante la loro preparazione militare e il sostegno attivo delle forze dell’ordine.

Sottolineate le dovute distinzioni, oggi nessuno deve illudersi che, a differenza di allora, i gruppetti neo-fascisti possano essere sgominati dall’azione diretta di una minoranza di attivisti determinati: la determinazione e il coraggio di quanti non tollerano le violenze fasciste vanno spesi per diffondere, con pazienza e tenacia, la consapevolezza della necessità di una mobilitazione di massa.

Questa prospettiva non si costruisce da un giorno all’altro, e non ci possiamo nascondere di essere in ritardo: questo ritardo può essere colmato, se rinunciamo da subito alle scorciatoie che pure in parecchi propongono di imboccare. Dell’azione diretta abbiamo già detto: storicamente non si è mai rivelata efficace ad arginare il fascismo, ed ha portato all’unico risultato di gettare fra le braccia della repressione centinaia di ottimi militanti, dopo averli usurati ed esasperati in un numero infinito di "duelli individuali" coi fascisti. Ma a sinistra spesso si propone un’altra scorciatoia, ancora più pericolosa: sono parecchi i dirigenti che, invitando la propria base alla calma e all’attesa, non fanno altro che rivolgersi alle forze dell’ordine perché intervengano per raffreddare i bollenti spiriti dei camerati.

Si tratta di dirigenti completamente sfiduciati nei confronti delle capacità di reazione della propria base: essi si sono convinti che un’ordinanza del prefetto possa avere un’efficacia maggiore di una mobilitazione di massa di lavoratori e studenti. Invocando l’intervento di autorità d’ogni grado e colore (sul cui ruolo "super partes" si semina illusioni a piene mani) si consegue solo il risultato di immobilizzare il movimento e di disarmarne gli animatori. E quando prefetto o questore latitano, s’invoca il sindaco di turno, richiamandosi magari alla sua (presunta) coscienza democratica di borghese illuminato.

I compiti dei marxisti

Bisogna imboccare un’altra strada: è necessario smetterla, a sinistra, d’illudersi che esistano dei surrogati alla mobilitazione di massa nella lotta contro i fascisti. I marxisti si devono assumere il compito di chiarire il significato della recrudescenza del fascismo nell’ambito di una crisi organica della società capitalistica, palesemente incapace di prospettare un futuro dignitoso a settori sempre più consistenti delle giovani generazioni: abbiamo di conseguenza il dovere di configurare la nostra lotta contro l’estremismo di destra come l’avvio di una battaglia generale per la trasformazione della società.

In questa prospettiva non ci basterà coinvolgere poche decine di attivisti, ma dovremo saper convincere delle ragioni della nostra lotta migliaia di lavoratori e studenti, città per città: dovremo dimostrarci capaci di una campagna generale, da condurre con metodi che non abbiamo bisogno di inventare, ma che ricaviamo dalla storia del movimento operaio: polemiche specifiche sulla nostra stampa; comizi ripetuti nei quali i nostri interlocutori possano ascoltare le parole d’ordine del momento; campagne finalizzate alla creazione di strutture di autodifesa sindacale e di efficaci servizi d’ordine per la tutela delle nostre iniziative pubbliche e dei nostri militanti; manifestazioni bene organizzate che spazzino la via dalle bande reazionarie; scioperi di protesta; le conclusioni pratiche tuttavia scaturiranno quasi naturalmente da un serio impegno di chiarificazione sulle funzioni del fascismo e sul ruolo dei lavoratori nella lotta contro di esso.

Il nostro compito di marxisti sarà proprio questo, a partire dalle mobilitazioni che verranno promosse in occasione dei convegni novembrini che Fn vuole promuovere a Trieste, Milano e Roma: evidenziare che il salto di qualità necessario per la nostra lotta sarà la conquista ad essa delle nutrite schiere di lavoratori che già oggi iniziano a preoccuparsi per le conseguenze del consolidarsi di quel clima di destra già chiaramente percepibile nei nostri luoghi di studio e lavoro. La probabile prossima vittoria elettorale del Polo, che moltiplicherà pure la baldanzosità dei neofascisti, non possiamo permetterci di attenderla passivamente: già da oggi dobbiamo prepararci ad organizzare una risposta efficace, diffondendo attorno a noi la convinzione della necessità della conquista del proletariato alle idee rivoluzionarie, in funzione della mobilitazione decisiva contro i pericoli della reazione.

Con le parole di Trotskij : "Qual è l’obbiettivo, non solo per il momento, ma per tutto il periodo venturo? È convincere i lavoratori ad intraprendere la lotta ai fascisti prima che questi elementi diventino una forza dominante nello Stato, abituare i lavoratori a non aver paura dei fascisti, insegnare loro come sferrare colpi ai fascisti, convincerli che sono più forti numericamente, nella loro audacia e in altri modi".

FalceMartello n° 141 * 6-9-2000

 
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