Di fronte a queste cifre il Ministro dell’Università Zecchino sa dare poche spiegazioni: la colpa è degli studenti che non hanno voglia di studiare e utilizzano gli atenei come parcheggi per ritardare l’entrata nel mondo del lavoro… Purtroppo invece entrare all’Università è un’impresa, figuriamoci rimanerci parcheggiati: numeri chiusi, tasse universitarie, test d’ingresso a pagamento, costo dei libri, spese di trasporto e aule sovraffollate (pare che mediamente ci sia 1 docente ogni 35 studenti ma si arriva al picco di Giurisprudenza con 1 docente ogni 111 studenti). Tutto questo è un rifugio? Piuttosto scomodo direi …
La verità è che negli ultimi 30 anni gli studenti universitari sono aumentati più del 50% ma la struttura organizzativa delle Università è rimasta la stessa dai tempi in cui ci andavano i nostri genitori. In questa situazione proliferano gli studenti fuori corso. A causa dei costi insostenibili aumentano anche gli studenti-lavoratori, costretti a lavorare per potersi mantenere le spese universitarie. Ovviamente gli studenti-lavoratori sono i primi a rimanere indietro negli studi e a finire fuori corso.
La figura dello studente lavoratore, secondo la logica aziendale del Murst, deve scomparire o almeno ridursi al minimo: di laureati ne bastano pochi, ma devono essere buoni. Per il Ministero uno studente lavoratore è solo costoso e inutile. L’Università del 2000 vuole studenti selezionati accuratamente, che siano "impegnati a tempo pieno nelle attività didattiche" (stage, lezioni, seminari, erasmus all’estero), e che ovviamente siano in grado di permettersele economicamente. Non potendo escludere in modo esplicito gli studenti-lavoratori dall’università, il ministro Zecchino e i suoi predecessori hanno elaborato una riforma che lo farà in modo indiretto.
Tutto ruota infatti su due cardini portanti: il cosiddetto 3 più 2 e l’introduzione dei crediti.
In sostanza la laurea di base viene ridotta a 3 anni, seguita poi da una seconda laurea specialistica di 2. Il problema però è che il passaggio dalla prima alla seconda non è scontato: severi numeri chiusi, frequenza obbligatoria, misteriose verifiche dell’ateneo per consentire l’accesso e costi di entrata non ben definiti, riducono la possibilità di iscrizione a molti. Con questi vincoli si spera di disincentivare le iscrizioni a tutta l’Università: infatti chi ottiene solo una laurea di primo livello, con semplici conoscenze di base, affacciandosi al mondo del lavoro troverà la concorrenza dei diplomati (che a quasi parità di conoscenze costano però molto meno alle aziende) e dei laureati con la specializzazione (che avendo più conoscenze sono più utili anche se costano un po’ di più).
I più disincentivati saranno naturalmente gli studenti lavoratori, che probabilmente sanno già di non potersi permettere i costi di iscrizione al secondo livello e la frequenza obbligatoria. In più chi si immatricola quest’anno (2000- 2001) non sa se è iscritto a un corso di laurea triennale o quadriennale perché il tutto sarà deciso in corso d’opera a seconda della pubblicazione o meno di tutti gli atti ministeriali necessari …
A questo si aggiunge il sistema dei crediti. Pur rimanendo in vigore il sistema di valutazione tradizionale in trentesimi, ogni facoltà assegna a ciascun insegnamento un numero di crediti che sarà riscosso dallo studente al completamento del corso e dopo il superamento del relativo esame. Nella nuova Università però non sarà più sufficiente superare gli esami: se si vuole ottenere i crediti necessari bisognerà anche fare attività didattiche parallele come stage esterni, seminari, tutorato, orientamento … Chi lavora è naturalmente tagliato fuori da tutto questo, anche se in realtà ha la possibilità di "sostituire" i crediti corrispondenti alla frequenza dei corsi con attività aggiuntive (esami in più), fino alla situazione estrema di dover sostenere il doppio degli esami di tutti gli altri (art. 5 Decreto Zecchino).
Peccato però che le singole Università possano anche stabilire "forme di verifica della non obsolescenza dei crediti precedentemente acquisiti": insomma, la cultura diventa come il latte, dopo un po’ scade! Non ti conviene più "prendertela comoda" e lavorare durante gli studi (come se farlo fosse un piacere..!), perché tanto anche se riesci ad accumulare dei crediti, l’Università dopo un po’ non li tiene più in considerazione! Ti conviene andare direttamente a lavorare e non sprecare qui tempo e soldi inutilmente, intasando il normale svolgimento di esami e corsi.
Ecco la soluzione del ministro per il problema dell’affollamento delle aule, del numero eccessivo di fuori corso e del numero esiguo di laureati ogni anno.
Negli ultimi anni noi studenti universitari non siamo stati in grado di imbastire grosse mobilitazioni che fermassero la controriforma dell’università. Questo non vuol dire che il corpo studentesco sia felice di come stanno andando le cose. Purtroppo abbiamo assistito ad un indebolimento notevole dei collettivi e delle organizzazioni studentesche di sinistra nell’università. Questo è stato pagato in termini di mobilitazione e anche di semplice controinformazione. Dobbiamo guardare in faccia la realtà: moltissimi studenti oggi sono ignari delle proposte di Zecchino. Le matricole si iscrivono spesso convinte che l’università sia sempre stata così. E’ proprio da qua allora che dobbiamo ripartire. Con un programma e un analisi chiari, gli studenti non tarderanno a capire che c’è un’alternativa all’università di Zecchino.
La nostra richiesta principe è che dallo 0,9% del PIL si arrivi almeno al 3% da spendersi per Università e ricerca. Questi fondi devono servire alla costruzione di nuove strutture per evitare il sovraffollamento dei corsi; a garantire la completa gratuità dell’iscrizione, dei mezzi pubblici, delle mense e degli studentati e a dare i libri per gli esami in usufrutto o almeno potenziare le biblioteche di facoltà. Inoltre dobbiamo dire basta ai numeri chiusi e alle borse di studio meritocratiche (e non in base al reddito). Basta con il continuo asservimento alle logiche di mercato. Diciamo no alla controriforma Zecchino, al sistema dei crediti e al 3 più 2.
Noi vogliamo un’Università pubblica, di massa, gratuita e di qualità per tutti.