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10 milioni di NO Stampa E-mail
Scritto da Comitati di lotta contro i referendum dei radicali   

NO alla libertà di licenziamento

Sono oltre 9 milioni e ottocentomila gli elettori che domenica 21 maggio si sono recati alle urne per dire NO alla libertà di licenziamento. Il risultato che emerge dal referendum è di vittoria dei lavoratori contro radicali e Confindustria. Infatti anche se non è stato raggiunto il quorum, quello che rende questo risultato una vittoria è la schiacciante maggioranza dei NO che sono stati espressi, 66,6% contro il 33,4% di SI, e il fatto che nella massiccia astensione, moltissimi sono i lavoratori che vi hanno visto anche uno strumento utile per respingere questo attacco.

È stato il referendum più votato, è stato l’unico quesito in cui ha vinto il NO, e soprattutto è stata conseguita una ampia maggioranza di NO nonostante il sindacato non abbia fatto una vera campagna di mobilitazione nei mesi che hanno preceduto il voto.

Pensiamo a quale eccezionale risultato si poteva raggiungere, e quale avvertimento chiaro si sarebbe potuto lanciare ai padroni, se in questi mesi si fosse fatta una reale campagna contro questo attacco.

Una campagna che prevedesse una mobilitazione di massa, organizzando presidi, scioperi, assemblee, costruendo in ogni angolo del paese comitati nei luoghi di lavoro e nei quartieri coinvolgendo la base dei lavoratori. Una campagna insomma in grado di rispondere con determinazione, fin da settembre mentre sui mass media imperversavano gli spot della Bonino, all’attacco di radicali e Confindustria.

Il NO è arrivato chiaro e forte non solo dai grossi insediamenti industriali del centro-nord, dove il voto contro i referendum oscilla tra il 69% e il 77,6%, e l’affluenza è stata più alta della media, superando anche il quorum in alcune città come Bologna, Reggio Emilia e Modena. Ma anche al sud dove l’astensionismo è stato più alto, a Taranto il NO prende il 70,8%.

Ma non è stato solo un voto per punire i padroni, è stato un voto che ha voluto anche lanciare un monito ai vertici sindacali. Infatti il risultato sull’altro referendum "sociale", quello che chiedeva di abrogare le trattenute associative e sindacali tramite gli enti previdenziali, quesito su cui i dirigenti sindacali hanno chiesto di votare NO, il SI prende a livello nazionale il 61,8% dei voti.

I lavoratori capiscono quanto gravi siano le responsabilità dei vertici sindacali nelle politiche concertative di questi anni. Capiscono quanto hanno pesato i continui cedimenti fatti in questi anni sul fatto che oggi padroni e radicali si siano sentiti tanti audaci da sferrare un attacco così evidente, e anche se in questo momento questa comprensione dei lavoratori non si traduce in una contestazione aperta verso l’operato dei vertici sindacali, il voto sul settimo referendum ne fa emergere il malcontento.

Risultato positivo ma non sufficiente

Ma la vittoria del NO in se non può essere considerato un risultato sufficiente per reprimere gli appetiti padronali. Già poche ore dopo il voto abbiamo assistito a una serie di episodi che mostrano come ci sia in atto una campagna per svuotare di significato questo risultato, e per continuare l’attacco con altri strumenti.

I padroni per altro dopo aver aspettato a lungo prima di fare dichiarazioni pubbliche di commento al risultato, evidentemente imbarazzati, ora cercano di ridimensionare l’accaduto. In questa direzione vanno le dichiarazioni di alcuni dei maggiori esponenti di Confindustria, Cipolletta direttore generale uscente di Confindustria ha affermato: "Nessuna sconfitta ma semplicemente, un’occasione persa per tutto il paese. Tutti coloro che hanno fatto appello a votare hanno perso. Noi come la Cgil, non c’è differenza."

Il presidente di Assolombarda va ancora più in là e fingendosi soddisfatto per il risultato ha detto: "Si è evitata una contrapposizione frontale, temi così importanti vanno lasciati alla discussione tra le parti." (Il Manifesto 23 maggio 2000).

Come dire "non è successo nulla", ora si riparte da zero, e infatti per loro zero valgono i 10 milioni di NO.

Come è noto i padroni, al contrario dei vertici sindacali, non si limitano a fare dichiarazioni pubbliche sugli obbiettivi che vogliono raggiungere. Se dicono che in Italia c’è troppa rigidità nel mondo del lavoro, possiamo essere certi che non sarà la sconfitta referendaria a farli desistere.

Importante monito deve rappresentare per tutti quello che è successo la settimana immediatamente dopo il voto.

Con grande sorpresa di molti lavoratori e attivisti sindacali, tra il 23 e il 24 maggio, Cgil, Cisl e Uil stavano per concludere con Confindustria, un’intesa iniziata più di un anno fa riguardante una nuova procedura per gestire le vertenze sui licenziamenti individuali. Stavano concludendo un accordo che avrebbe sostituito il giudice del lavoro con un organismo privato, il Collegio arbitrale, deputato a un "giudizio ultimativo" sui licenziamenti. In questo modo il reintegro in caso di assenza di "giusta causa" non sarebbe più stato un diritto esigibile, ma negoziabile in sede di arbitrato, sul quale in ultima istanza, senza la possibilità di ricorso, avrebbe deciso il giudice arbitrale.

Il fatto che i vertici sindacali si apprestassero a firmare un accordo di questo tipo, dimostra che neanche loro si aspettavano questo risultato. Se la Cgil si è rifiutata di firmare, costringendo anche a Cisl e Uil a fare un passo indietro, questo lo si deve solo ed esclusivamente al fatto che i lavoratori avrebbero reagito con forza a una vera e propria provocazione.

Quanto accaduto non deve essere visto come un episodio isolato. Il tentativo fallito è perfettamente coerente con tutto quello che i vertici sindacali hanno fatto in questi anni.

Lottiamo per quello che ci spetta

Dalla firma degli accordi di luglio del ‘92 e ‘93 ad oggi abbiamo assistito a un costante peggioramento delle nostre condizioni. Hanno firmato un contratto nazionale peggio dell’altro e nello stesso periodo il parlamento ha portato avanti una controriforma dietro l’altra. Sulle pensioni, sulla precarizzazione del lavoro e sulle privatizzazioni.

Oggi siamo costretti a scioperare, quando i dirigenti sindacali ce lo permettono, per difendere degli accordi che non ci danno nessuna speranza di miglioramento. Siamo costretti a scioperare per rivendicazioni da fame, mentre i padroni, che quegli accordi li hanno difesi solo quando ne vedevano un beneficio immediato, oggi ci presentano un conto ben più salato perché percepiscono la debolezza del sindacato.

I quasi 10 milioni di NO alla libertà di licenziamento devono essere visti come il punto di partenza da cui ricominciare per sferrare una controffensiva sul piano sociale.

10 milioni che sono più dei voti che la sinistra ha preso alle ultime elezioni e che ci dicono quale può essere il potenziale che i lavoratori possono esprimere con un programma rivendicativo chiaro e un percorso di lotta efficace.

C’è bisogno di un percorso di mobilitazioni dal basso che si ponga l’obbiettivo di democratizzare il sindacato, di dare ai lavoratori la possibilità reale di incidere per difendere i salari e i diritti fondamentali.

La prima battaglia deve essere contro quella per chiudere definitivamente l’epoca della concertazione e delle infinite concessioni sulla flessibilità che permette alle aziende di assumere l’80% dei lavoratori con contratti precari.

Bisogna aprire una battaglia perché nel sindacato si rompa la cappa burocratica e antidemocratica. Il sindacato deve rinunciare al metodo con cui vengono elette le rappresentanze dei lavoratori nei luoghi di lavoro, dove 1/3 dei delegati non vengono votati ma decisi direttamente dagli apparati confederali. Bisogna rigettare la pratica con cui si gestiscono le piattaforme contrattuali con una delega in bianco per le trattative ai funzionari. Devono essere i lavoratori a portare avanti le trattative a tutti i livelli avendo la possibilità di eleggere dei propri rappresentanti di trattativa revocabili in ogni momento se non rispettano il mandato assembleare.

Bisogna battersi per l’estensione dello statuto dei lavoratori anche alle aziende sotto i 15 dipendenti.

Bisogna rivendicare salari dignitosi e uguali per tutti. Per fare fronte a ciò è necessario lottare anche per un sistema automatico di difesa dei salari contro l’inflazione, una scala mobile che difenda al 100 per cento i salari dagli aumenti del costo della vita.

Le vicende di questi mesi ci hanno mostrato come il lavoro precario vada solo a beneficio dei padroni che possono con il ricatto tenere bassi i salari e tenere divisi i lavoratori.

 
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