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Ogni giorno che passa le condizioni dell’Università pubblica peggiorano. Mai come negli ultimi due anni sono stati sferrati attacchi così consistenti e distruttivi. L’ultimo all’università Statale di Milano è di poche settimane fa: il consiglio del corso di laurea di Lingue ha elaborato la proposta di introdurre l’obbligo di frequenza per gli studenti che si immatricoleranno nell’anno 2001. È chiaro che quello di lingue è solo il primo passo da estendere poi nel più breve tempo possibile anche a tutti gli altri corsi di laurea dell’università.
Introdurre l’obbligo di frequenza non significa migliorare la qualità dei corsi e delle strutture, non è un tentativo di riqualificare o migliorare una situazione allo sfascio; vedendo le aule sovraffollate, l’unica idea che viene in mente ai baroni è quella di impedire con trucchi burocratici l’accesso all’università agli studenti che per qualunque motivo non possono essere quotidianamente a lezione. A questi signori non interessa dare la possibilità a tutti di seguire le lezioni, non interessa chiedere strutture più adatte. La loro unica preoccupazione è quella di ridurre il numero di studenti discriminando soprattutto chi non può permettersi (per motivi di lavoro o perchè abita in zone sperdute della Lombardia) di passare tutta la giornata in università. Un obbligo che costa La realtà è che la frequenza giornaliera ha un costo che grava moltissimo sulle famiglie: non ci sono solo le tasse universitarie da pagare (da un minimo di 900mila lire a una massimo di 5 milioni), ma anche i libri per gli esami (almeno 100mila lire ad esame), i mezzi di trasporto (solo l’abbonamento mensile Atm costa 33mila lire), i soldi per mangiare alla mensa. Senza contare che le borse di studio sono pochissime e meritocratiche. In una società divisa in classi non abbiamo tutti le stesse possibilità e non disponiamo tutti degli stessi mezzi. Chi può frequentare in tutta tranquillità è chi non ha problemi economici: i figli degli imprenditori o dei ceti più abbienti. Chi invece non ha i soldi per studiare è costretto a lavorare o per mantenersi agli studi o per dare un aiuto alla famiglia. Noi non studiamo per poter lavorare, ma lavoriamo per poter studiare. Già oggi su 100 figli di operai che iniziano la scuola dell’obbligo, solo 3 vanno all’università. Inserire l’obbligo di frequenza vuol dire chiudere loro le porte dell’università, oltre che chiuderle ai lavoratori che volessero riprendere gli studi. Tutto questo in un Paese che vanta il triste primato del minor numero di laureati a livello europeo. A ben vedere l’obbligo di frequenza va nella stessa direzione proposta dal ministro Zecchino di introdurre i crediti. I crediti sono un nuovo metodo di valutazione che non si basa più solo sul voto d’esame, ma anche sulla quantità di tempo che lo studente passa in università e a fare tirocini (praticamente gratis) in aziende o laboratori. Ai crediti totali oltre tutto si sommeranno anche il numero di ore dedicate allo studio (sempre ammesso che si sia in grado di calcolarle e che ne esista un numero standard preciso). Non obbligo, ma diritto a frequentare Noi non ci opponiamo all’obbligo di frequenza in linea di principio. Facciamo sempre l’analisi concreta della situazione concreta. Oggi molti studenti non frequentano perchè lavorano. Introdurre l’obbligo vorrebbe dire tagliarli fuori dagli studi. Il problema della frequenza non si porrebbe se avessimo un’Università veramente pubblica che non obblighi gli studenti a lavorare per mantenersi agli studi e garantisse delle strutture decenti. Se si aumentasse il numero dei libri a disposizione nelle biblioteche di facoltà o se venissero dati agli studenti in usufrutto, se la mensa e i mezzi pubblici fossero gratuiti e le borse di studio numerose e solo in base al reddito, se i servizi fossero adeguati e le aule meno affollate non ci sarebbe bisogno di costringere nessuno a frequentare perchè gli studenti lo farebbero da soli. A tutti noi piacerebbe passare più tempo in Università e poter seguire tutti i corsi che ci servono per laurearci. Purtroppo oggi la realtà è ben diversa. All’obbligo di frequenza in un’università d’elitè noi contrapponiamo il diritto di frequentare un’università pubblica e gratuita. Inizia la protesta Per questo un gruppo di studentesse e studenti iscritto alla Statale di Milano ha deciso di scrivere una petizione da far firmare a tutti gli studenti contro l’introduzione dell’obbligo di frequenza a lingue. Siamo riusciti a raccogliere più di 500 firme con 5 banchetti. Considerando le poche forze a disposizione, e che a maggio i corsi sono finiti e il numero di studenti in università è quindi molto basso, penso che possiamo considerarlo un risultato positivo. Risultato tra l’altro confermato dalla spropositata reazione dei professori di lingue. Questi baroni non devono sentirsi del tutto a loro agio e sicuri della loro forza se bastano una decina di studenti e 500 firme per metterli in allarme. Aiutati dai ciellini (lungo braccio del baronato), si sono subito precipitati a mettere in giro la voce che non hanno mai proposto l’introduzione dell’obbligo di frequenza ma solo di "consigliare vivamente agli studenti di frequentare con assiduità" le lezioni. Per ora se la cavano con giochi di parole, vedremo in autunno quando la loro ipocrisia verrà messa in luce dai fatti come si comporteranno di fronte alla reazione di migliaia di studenti. Per noi la raccolta di firme infatti era soprattutto un modo per iniziare a raccogliere tutti gli studenti scontenti del peggioramento delle loro condizioni di studio. Questa raccolta di firme, è l’inizio. L’università di massa è l’obiettivo finale. Questa è la petizione sulla quale abbiamo raccolto le firme: "Al Consiglio di corso di laurea in Lingue e al consiglio di facoltà di Lettere e Filosofia di Milano, siamo a conoscenza dell’ipotesi di introduzione di forme di obbligo di frequenza per le matricole del corso di Lingue. Sappiamo che questa è la direzione in cui si va per tutti i corsi e per tutti gli studenti, se si considera il funzionamento del sistema a crediti. Non possiamo che opporci a simili provvedimenti: l’obbligo di frequenza colpirebbe chi come noi o come molti altri nostri compagni di corso non riescono a frequentare per motivi economici di lavoro o di insostenibilità di spesa. Frequentare ha un costo, questa è la verità. Per molti studenti ha soprattutto il costo di non poter lavorare. Ci piacerebbe non pagare le tasse per iscriverci all’Università. Ci piacerebbe non pagare i libri con cui sosteniamo gli esami. Ma la realtà è che oggi spesso non "studiamo per lavorare", ma "lavoriamo per studiare" e sostenere questi costi. Questa è del resto l’Università che voi stessi avete contribuito a costruire e che state portando avanti: un’Università d’elitè. L’obbligo di frequenza va in questa direzione. Oggi manifestiamo la nostra disapprovazione con queste firme, pronti domani a passare dalle firme ad azioni di protesta. In questi anni abbiamo atteso vedendo quali riforme riservavate per l’Università. L’attesa è finita, la pazienza pure. Siamo sicuri del buon senso con cui farete marcia indietro sull’obbligo di frequenza. Siamo sicuri quanto comprendiate di aver tirato troppo la corda e di non volerci obbligare a spezzarla." |