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Le ragioni del NO
Di tutti i referendum al voto il 21 maggio, il più importante nella percezione delle masse è senza dubbio quello che si propone di abrogare l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. La posta in gioco è alta, è grazie a questa legge se negli ultimi 30 anni decine di migliaia di lavoratori ingiustamente licenziati sono stati reintegrati nei loro posti di lavoro.
Non è un’offensiva che giunge a caso ma è il frutto della deriva del sindacato che in questi anni ha difeso ogni forma di flessibilità e il superamento della logica del "posto fisso".
Il referendum sulla libertà di licenziamento mira a colpire la combattività operaia essendo quella del licenziamento la migliore arma che i padroni hanno sempre usato per ricattare i lavoratori.
L’affermazione di D’Amato, il candidato di quel settore della borghesia più insofferente verso la concertazione e i "tempi lunghi" delle trattative triangolari (governo, sindacati, confindustria) è la dimostrazione che si sta chiudendo una fase e se ne apre un‘altra in cui l’affondo padronale punta ad essere più frontale. Riemerge la "voglia di destra" della borghesia italiana. I risultati elettorali del 16 aprile rafforzano questa tendenza.
La rovinosa sconfitta del centrosinistra e le dimissioni del governo D’Alema, fanno tornare i referendum agli onori della cronaca. La maggioranza dopo averli messi nel cassetto per qualche mese rivendica improvvisamente l’importanza dei referendum, che diventano lo strumento per giustificare la formazione del governo Amato.
Il Polo che ha tutto l’interesse a chiedere lo scioglimento delle Camere e le elezioni anticipate per bocca di Berlusconi manda un messaggio molto concreto alla borghesia: "Lasciate perdere i referendum, penserà il mio governo a fare le leggi necessarie per abbattere le tutele sociali dei lavoratori".
Emerge così da destra una politica astensionista che punta a delegittimare ancor più il governo, preparando il terreno per la riscossa del Polo.
Obiettivamente stando gli attuali rapporti di forza, il ritorno delle destre al governo diventa sempre più probabile e il governo Amato rappresenta l’anticamera di questa prospettiva.
I comunisti non hanno nessuna ragione di difendere questo governo, ma hanno sì interesse ad evitare uno sbocco reazionario alla crisi del centrosinistra utilizzando ogni strumento che permetta ai lavoratori di riprendere a lottare opponendosi agli attacchi padronali.
Il referendum sociale è la prima opportunità che si presenta. Pur essendo quello referendario un terreno sfavorevole per il movimento operaio (sullo Statuto dei lavoratori votano tutti, anche coloro che non sono lavoratori dipendenti), l’attacco dei radicali può trasformarsi oggi in un boomerang per la borghesia.
Con una campagna efficace davanti alle fabbriche e nei quartieri, la convocazione di assemblee e scioperi sarebbe possibile sconfiggere l’ipotesi referendaria aprendo un varco alle mobilitazioni.
È evidente che i vertici della Cgil, che per tre mesi non hanno mosso un dito sui referendum hanno interesse oggi a promuovere la mobilitazione, se non altro perchè i Ds sono interessati a far passare il referendum sulla legge elettorale.
Nelle fabbriche i funzionari della Cgil sono tornati a fare assemblee dove vengono approvate mozioni per il No al referendum sociale.
C’è una contraddizione stridente fra le altisonanti prese di posizione "contro la demolizione dei diritti" e le infinite concessioni che quegli stessi sindacalisti hanno fatto e continuano a fare. Ma proprio questo deve incoraggiarci a intervenire in questa campagna, appoggiando tutto quanto di giusto viene detto oggi dai vertici Cgil e criticando apertamente la loro politica disastrosa che ci ha portati a questo punto.
Il gruppo dirigente di Rifondazione Comunista, con il segretario Bertinotti in testa, temendo l’abolizione del recupero proporzionale alle elezioni politiche decide di sposare invece la linea di minor resistenza, quella astensionista su tutti i referendum, sperando che alla fine non si raggiunga il quorum.
Questa posizione rappresenta un grande azzardo: un’indicazione astensionista, checchè se ne dica è un invito a non fare campagna elettorale perchè il modo migliore per scoraggiare l’elettorato ad andare a votare è parlare il meno possibile dei referendum.
Solo una piccola parte di militanti può giungere coscientemente alla conclusione di non votare per affermare una linea anticapitalista e di classe.
Tra i sindacati di base c’è chi lega la posizione astensionista alla proposta dello sciopero generale. Quello che non capiscono è che la convocazione di uno sciopero generale (se lo sciopero è veramente "generale" e non di sparute minoranze) non porterebbe i lavoratori su posizioni astensioniste. L’esito più verosimile è che dopo aver colpito con l’arma dello sciopero (la più efficace di tutte) i lavoratori tentino di consolidare il risultato anche con il voto nelle urne. Ci sarebbe una pulsione naturale in quella direzione.
L’atteggiamento di Forza Italia di disinteresse verso i referendum, è un’opportunità in più che si presenta. Se la destra si disimpegna, perchè ritiene che l’attacco si possa portare meglio su altri fronti, per il movimento operaio si apre la possibilità di infliggere una sconfitta al padronato su un terreno decisivo.
Una vittoria del No sull’articolo 18 potrebbe avere un effetto galvanizzante sui lavoratori e spingere su una ripresa delle mobilitazioni.
Con una posizione astensionista Rifondazione Comunista rischia di mettersi in rotta di collisione con settori significativi del movimento che nelle prossime settimane potrebbero mobilitarsi, anche con manifestazioni e scioperi, per difendere lo Statuto dei lavoratori.
Nonostante la posizione favorevole al No dei vertici Cgil abbia un carattere chiaramente strumentale e di sostegno ai Ds, crediamo esistano all’interno del sindacato forti contraddizioni che permettono l’inserimento di un iniziativa efficace da parte dei comunisti.
L’alternativa è di estraniarsi da questo processo, rischiando di essere visti come quelli che si "tirano fuori" da una lotta decisiva e di classe come quella per la difesa dell’articolo 18 dello Statuto. I militanti comunisti si troverebbero in una posizione passiva, aggrappati alla speranza che "la gente non vada a votare" che nel migliore dei casi non significa " vincere" ma al massimo rimandare l’attacco di qualche mese.
Inoltre se il quorum nonostante la campagna astensionista venisse raggiunto e si affermasse il Sì, ci sarebbe la peggiore delle sconfitte, si perderebbe senza aver dato battaglia.
Perchè una cosa è assolutamente chiara: se non cambiano i rapporti di forza nel paese e la classe operaia non fa sentire il proprio peso politico e sociale, non c’è mancato quorum che tenga, la legge per la libertà di licenziamento la faranno in Parlamento (Amato o il governo del Polo che verrà dietro di lui) insieme a tante altre leggi peggiori di questa. E anche sul maggioritario non è così scontato che i risultati referendari siano decisivi in un contesto in cui le forze "proporzionaliste" in Parlamento hanno la maggioranza.
Ma anche se così fosse, in caso di mancato quorum, chi ci garantisce che Berlusconi non possa cambiare idea tornando su posizioni maggioritarie. Possono i comunisti affidare le loro speranze di difendere il proporzionale nelle mani del leader di Forza Italia? Non è meglio dare battaglia anche su quel terreno, usando l’effetto di trascinamento che ha il referendum sulla libertà di licenziamento, per quanto sulla legge elettorale si parta da una posizione di netto svantaggio?
Per questo bisogna votare No ai referendum del 21 maggio e a quei compagni che vedono il pericolo che così facendo si contribuisca a far passare una legge maggioritaria diciamo: "Al limite astenetevi sugli altri referendum ritirando solo la scheda per il referendum sulla libertà di licenziamento".
É una posizione quest’ultima che rischia di non essere percorribile tra le grandi masse e quindi sul terreno elettorale, ma che ha il pregio di non disorientare gli attivisti sindacali che potrebbero in questo modo entrare in sintonia con quella base del sindacato decisa a battersi per difendere lo Statuto dei lavoratori.
4 maggio 2000
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