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Le elezioni spagnole Stampa E-mail
Scritto da Michele Fabbri   

Lezione di una sconfitta

Le elezioni spagnole sono state condizionate dall’astensionismo che ha toccato il 30% dell’elettorato, 8 punti percentuali in più rispetto alle politiche del ‘96.

Il Partito popolare (Pp), con un aumento di soli 500.000 voti è salito dal 38,7% al 44,5%, mentre il Partito socialista (Psoe) perdendone 1.600.000 dal 37,6% è andato al 34,1%. Izquierda Unida (Iu) ha perso la metà del proprio elettorato (1.400.000 voti), passando dal 10,5% al 5,4%, una situazione mai vista dal 1977. Iu ha ottenuto 8 deputati contro i 21 della passata legislazione.

"La Spagna va bene", questo era lo slogan centrale del Pp, il partito che ha governato negli ultimi quattro anni, dopo 14 di governo Psoe.

La destra si è giovata di una crescita economica significativa, resa possibile anche dalla selvaggia precarizzazione del mercato del lavoro, dalle privatizzazioni e dalle ristrutturazioni aziendali.

Opporsi alle politiche liberiste del Pp era possibile, lo dimostra il fatto che 700mila firme sono state raccolte sulla proposta di legge di Iu a favore delle 35 ore, e che una manifestazione per la riduzione dell’orario di lavoro a Madrid ha visto la partecipazione di 30.000 persone.

Ma quando la destra ha bloccato la proposta in Parlamento, Iu non ha organizzato alcuna opposizione nelle fabbriche, nei quartieri, nelle scuole.

La sconfitta elettorale del 12 marzo è figlia dunque dell’incapacità dimostrata in questi anni da parte dei dirigenti del Psoe e di Iu di proporsi ai lavoratori spagnoli come un’alternativa al Pp, che invece poteva presentare il proprio governo come il primo che aveva ridotto di 7 punti la disoccupazione e "ammodernato il paese", grazie alla concertazione con i sindacati.

La questione basca

Le vicende del Paese Basco hanno dato sicuramente una mano ad Aznar. Il Pp è risultato essere il primo partito nei tre capoluoghi di provincia quando solo 6 anni fa il suo peso elettorale era insignificante. Iu ha perso l’unico deputato che aveva.

L’Eta aveva fatto un appello all’astensione, il che è stato un chiaro insuccesso giacché la partecipazione al voto nel Paese Basco è stata del 64,36% contro un 70% dell’insieme della Spagna. La differenza è la stessa che ci fu nelle elezioni del 1996.

I metodi terroristi dell’Eta e la sua incapacità di parlare ai lavoratori di tutto lo Stato spagnolo, hanno disperso la simpatia che alla caduta del franchismo c’era in tutta la Spagna verso i diritti del popolo basco.

La ripresa degli attentati e l’assassinio del segretario del Psoe di Alava, Buesa, un mese prima delle elezioni, hanno alimentato un clima reazionario, e per la prima volta in questi mesi ha avuto inizio uno scontro tra "nazionalisti" e "spagnolisti" all’interno del movimento operaio basco, cosa mai vista in passato e che si esprime con la crescita del Pp tra quei settori che non si riconoscono nella proposta nazionalista e che vedono nel terrorismo la minaccia principale.

Euskal Herritarok (braccio politico dell’Eta) ha appoggiato il governo regionale della destra nazionalista (Pnv-Ea) mettendo gli interessi "della ricostruzione nazionale" davanti a quelli di classe. Così nelle elezioni lo scontro principale è sembrato essere quello tra il Partito nazionalista basco (Pnv) e il Pp. Il risultato è che i due partiti (borghesi) si dividono oggi quasi due terzi dei voti del Paese Basco!

Iu è crollata per la subalternità che ha dimostrato verso il governo regionale di destra e perchè è stata incapace di proporre una politica internazionalista e di classe in alternativa al nazionalismo settario nelle due versioni (basco e spagnolo).

Il patto Psoe-Iu

In questo contesto l’unica novità importante che poteva invertire i pronostici che davano una vittoria scontata al Pp è stato il patto Psoe-Iu. Il problema è che questa proposta è giunta tardi e su un programma e un personale politico che la rendevano poco credibile agli occhi di tanti lavoratori, che infatti si sono astenuti.

Nonostante ciò il padronato e la Chiesa erano molto preoccupati per le potenzialità dell’accordo e avevano manifestato la loro contrarietà ad un governo Psoe-Iu.

L’accordo aveva di positivo che metteva fine ad un lungo periodo di settarismo reciproco tra i due partiti, ma nell’insieme costituiva una proposta di gestione del capitalismo spagnolo non molto diversa da quella del Pp.

Sia i dirigenti del Psoe che quelli di Iu hanno dimostrato di non aver imparato nulla dalla sconfitta del 1996. In campagna elettorale hanno parlato più della corruzione del Pp che delle loro proposte alternative, toccando le questioni di classe solo in modo astratto (ricordando ad esempio il legame che molti dirigenti del Pp avevano con il franchismo).

Il programma della sinistra non poteva suscitare grandi entusiasmi. C’erano misure puntuali come l’incremento delle pensioni minime (posizione sostenuta anche dal Pp), ma non si diceva nulla sull’aumento della spesa pubblica per scuola e sanità, sulle 35 ore e la precarizzazione del lavoro.

Il programma non metteva in discussione il patto di stabilità di Maastricht e sulle privatizzazioni (che hanno visto arricchire una minoranza di capitalisti a spese della collettività) si proponeva solo di far pagare una tantum di 6mila miliardi di lire alle aziende che avevano beneficiato di più, per rafforzare così le pensioni pubbliche.

Sul problema cruciale della violenza nel Paese Basco scimmiottavano il Pp, appoggiando la polizia e la repressione e negando qualsiasi difesa del diritto all’autodeterminazione. In questo modo non potevano fare presa nè sui lavoratori nazionalisti, nè su quelli che per opporsi al nazionalismo basco hanno votato il Pp.

Prospettive

Almunia, il candidato socialista, ha presentato le dimissioni e ha lasciato il Psoe in piena crisi. Mentre scriviamo non si è ancora riunito il Comitato Federale, che dovrà decidere quale percorso seguire per l’elezione del nuovo segretario e del Comitato esecutivo. Lo scontro tra le diversi correnti è solo all’inizio, ma già ci sono state dimissioni significative a livello regionale. Lo scontro nella fase attuale è tra la maggior parte dell’apparato, che vorrebbe un segretario "continuista", e gli elementi attorno a Borrell, che propongono un Congresso straordinario e la messa in discussione di tutto il gruppo dirigente.

Per quello che riguarda il Partito comunista (Pce) e Iu, la valutazione che è stata fatta dai dirigenti è che i risultati sono "migliori delle aspettative" (sic!) e ora si tratta di continuare su questa strada sperando in risultati ancora migliori per il futuro.

Il Pp, che ora ha la maggioranza assoluta, si dichiara disposto a continuare la politica di concertazione coi dirigenti sindacali, che finora ha dato "buoni risultati".

Il tutto potrebbe saltare in aria non appena l’economia spagnola segnasse il passo.

A quel punto milioni di posti di lavoro precari potrebbero perdersi e tutto l’edificio della concertazione crollerebbe come un castello di carte, con una forte ripresa della lotta di classe.

Solo la mobilitazione dei lavoratori può essere determinante per il rinnovamento dei due partiti della sinistra spagnola piuttosto che la stanca discussione di vertice a cui si assiste in questi giorni e che non porterà da nessuna parte senza un coinvolgimento della base militante e sociale dei due partiti.

 
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