L’elezione di D’Amato alla carica di presidente della Confindustria pone al centro dell’attenzione la questione dello sviluppo economico del mezzogiorno. D’Amato, oltre che un imprenditore "competitivo" e in "ascesa" era anche l’incaricato dell’associazione degli imprenditori ai problemi del Mezzogiorno sotto la presidenza Fossa. Con la crisi della concertazione, messa in discussione non dal sindacato come sarebbe dovuto essere, ma dalla Confindustria, la linea di competitività "aggressiva" basata su iperflessibilità e supersfruttamento che ha caratterizzato lo sviluppo dell’impresa meridionale sembra voler essere esportata a livello nazionale, e l’elezione del primo presidente meridionale dell’associazione dei padroni in accordo con i piccoli e medi imprenditori e con un altro settore di iper-sfruttamento come il Triveneto sembrano un primo passo per sferrare un ulteriore attacco ai lavoratori.
Negli ultimi anni Confindus-tria, governo e sindacati hanno approvato una lunga serie di misure per rendere competitive le aziende meridionali, abbassando l’unico costo che i padroni sanno abbassare: il costo del lavoro. Per usare le parole del nuovo presidente della Confindustria D’Amato all’assemblea della Finmeccanica: "Perchè le imprese del sud possano continuare ad operare si deve ridurre il costo del lavoro che nel Mezzogiorno è cresciuto oltre il 17% per la riduzione degli sgravi sui contributi e della fiscalizzazione degli oneri sociali". (Manifesto, 15/01/97)
L’approvazione del "Patto per il lavoro" e l’impostazione del pacchetto contro le cosidette "aree di crisi", la deroga ai minimi contrattuali e alle normative sancite dai contratti nazionali di lavoro sono solo la punta più visibile dell’attacco in corso. Il contratto d’area di Crotone, il primo in Italia, ha sancito un enorme peggioramento delle condizioni dei lavoratori. I padroni hanno uno sconto del 25-30% sul costo del lavoro, grazie alla flessibilità che comprende: contratti di formazione lavoro per 36 mesi, inquadramento contrattuale inferiore di due livelli per i giovani apprendisti che non abbiano superato il 26esimo anno di età, mentre il salario iniziale è del 60% rispetto al minimo contrattuale, orari definiti su base annua, moratoria della contrattazione aziendale fino a un massimo di quattro anni.
Precarietà, disoccupazione, emigrazione
Ma i regali ai padroni non si fermano ai contratti d’area. Le "centomila occasioni di lavoro" del Governo Prodi, con la truffa delle borse lavoro, hanno garantito alle imprese migliaia di giovani sottopagati, e come se non bastasse la legge 407 regala ulteriori soldi a quei padroni che hanno sfruttato per anni il lavoro nero e che magari dopo aver intascato i soldi dallo Stato, costringono i lavoratori a firmare una busta paga regolare a fronte di un salario percepito pari al 60% di quello dichiarato, come è accaduto nella vertenza dell’Os-pedale nuovo di Marcianise e come accade a migliaia di lavoratori principalmente nel settore edilizio e nel commercio.
L’ultima delle leggi che regalano soldi alle imprese è la legge 488, con 18.000 miliardi di finanziamenti. Di fronte alla pioggia di denaro pubblico, accompagnata dall’attacco ai diritti dei lavoratori, soprattutto di quelli più giovani e dei neoassunti, il sindacato non ha fatto altro che accettare continui cedimenti assecondando la linea secondo la quale con la flessibilità degli orari e dei salari, lo sviluppo e l’occupazione possono essere ottenuti solo sulla pelle dei lavoratori. Nel 1998, di fronte al continuo peggioramento delle condizioni di vita, il sindacato fu costretto a convocare uno sciopero regionale della Campania. Il 20 marzo 1998 vide 120.000 lavoratori, disoccupati, precari e studenti nelle piazze. Tuttavia non bastò questo a far cambiare strada ai vertici di Cgil Cisl e Uil, che hanno continuato sulla linea delle concessioni oggi per avere domani maggiore occupazione.
Le politiche di "risanamento" legate ai parametri di Maastricht hanno colpito ulteriormente l’economia meridionale, in particolare l’edilizia, punita dalla diminuzione delle commesse pubbliche.
Anni di regali alle aziende non hanno permesso un miglioramento dei livelli di vita delle masse meridionali: secondo i dati dello Svimez il divario tra nord e sud è aumentato e nel periodo 1992-98 il Pil cumulato del sud è cresciuto del 2,9 % (contro il già magro 10,2 del nord) e la disoccupazione è in aumento con una crescita del 7% dal 1992 raggiungendo il 22,8 %, con il più alto livello di disoccupazione giovanile d’Europa, circa il 60%. L’esplosione del lavoro nero tocca il 42,8% dei lavoratori dell’industria .
Non è strano quindi che riprenda su larga scala l’emigrazione sia verso l’estero che verso il centro-nord, con cifre che si avvicinano a quelle degli anni ’60 (88mila nel solo 1998).
Nuovi poli industriali
Malgrado l’aumento della disoccupazione e il peggioramento delle condizioni di vita dei lavoratori, la situazione favorevole per le imprese ha permesso la formazione di nuovi poli industriali negli ultimi anni. L’estrema flessibilità ha permesso un aumento degli occupati (18.000 nell’industria e 7.000 nel terziario) e gli sgravi alle imprese hanno aiutato la crescita degli investimenti che sono aumentati del 3,2%(pur rimanendo il 77% del 1991) interrompendo una serie negativa che continuava da 8 anni.
Gli strateghi della Confindus-tria vedono nel nostro meridione tutte le caratteristiche per attirare investimenti facendo come gli inglesi hanno fatto nel Galles, dove grazie a un vero e proprio massacro sociale, partendo dalla Thatcher fino ad oggi, le multinazionali hanno investito 30.000 miliardi solo nel ‘97. I Patti territoriali e gli sgravi d’ogni sorta hanno certamente attaccato i diritti, ma hanno anche creato nuovi posti lavoro, anche se più precari. A Manfredonia in conseguenza del contratto d’area sono nate 128 nuove imprese e 5.000 nuovi posti di lavoro, la Fiat auto ha più addetti al sud che al nord, il porto di Gioia Tauro è diventato il primo in Italia per movimentazioni dei containers superando Genova e il gruppo Riva chiude stabilimenti al nord per assumere giovani precari nell’acciaieria Taranto, venduta dallo Stato per 1.500 miliardi contro un valore attualmente stimato attorno ai 25.000 miliardi. Secondo gli ultimi dati emersi da alcuni centri studi vicini alla Confindustria, la competitività delle aziende meridionali è cresciuta dal 1995 ad oggi ed è cresciuto in modo considerevole il numero dei poli industriali. Nel 1991 erano solo 17 sui 199 censiti a livello nazionale, mentre questa cifra è quasi raddoppiata fra il 1995 e il 1997 (12 nuovi poli industriali). Così, in un quadro generale di declino dell’economia meridionale, vediamo lo sviluppo diseguale di alcune aree nelle quali si concentrano i nuovi investimenti: un quarto della crescita complessiva del Mezzogiorno è riconducibile ai nuovi poli e le prime due concentrazioni industriali rappresentano da sole il 16% della crescita. Si tratta degli stabilimenti Fiat di Melfi (PZ) e di Pratola Serra (AV). Al sud sono sbarcati altri grandi gruppi industriali come la Siemens ad Avellino e la Breda a Bari. A differenza del passato i grandi gruppi industriali non fanno capo all’industria di Stato ma all’impresa privata con un livello di sfruttamento molto più alto, come dimostra il numero record di incidenti sul lavoro nell’indotto Fiat a Potenza.
Se in questi anni la precarietà e il ricatto della disoccupazione hanno fatto sì che venissero accettate condizioni nettamente peggiori che in passato, la musica è certamente destinata a cambiare nel prossimo futuro.
Con la politica di riduzione del costo del lavoro la borghesia ha rafforzato la classe operaia meridionale, creando nuove concentrazioni di lavoratori giovani, spesso con un alto livello di scolarità, supersfruttati e immersi in un ambiente sociale esplosivo. Presto o tardi sarà inevitabile che questi presentino il conto di tutti i bocconi amari che oggi sono costretti ad ingoiare. Le mobilitazioni degli ultimi mesi che sulla questione dei turni e dei ritmi di lavoro stanno coinvolgendo particolamente i giovani lavoratori dimostrano che, dalla Fiat di Melfi all’ex Olivetti di Caserta, l’ultima generazione di proletari non vuole vivere queste condizioni di lavoro per i prossimi 20 anni e si mobiliterà per cambiarle.