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La sinistra sindacale si costruisce dal basso Stampa E-mail
Scritto da Paolo Grassi   

Ma a Roma si presenta una sinistra d’apparato

Si è svolta a Roma il 3 e 4 marzo l’assemblea nazionale della sinistra sindacale. Assemblea che per l’entusiasmo che aveva raccolto tra centinaia di delegati nelle assemblee regionali che l’avevano preceduto, aveva creato non poche aspettative tra molti delegati. Per quanto quotidiani come Il Manifesto e Liberazione, abbiano commentato questa iniziativa con grande enfasi, l’iniziativa di Roma è stata più una passerella di noti dirigenti che una vera assemblea.

Tra i 500 partecipanti pochi erano i delegati, mentre estremamente numerosi erano i funzionari che hanno monopolizzato il dibattito, mostrando che il distacco tra i vertici sindacali e i lavoratori non è un problema solo della maggioranza di Cofferati ma anche di quei dirigenti che si posizionano alla sua sinistra.

Il dibattito dell’assemblea ha visto succedersi dal palco dirigenti sindacali dei livelli più alti di tutte le categorie che alla fine si sono limitati a denunciare gli arretramenti subiti dalla classe operaia in questi anni. Perdita di potere d’acquisto dei salari, danni prodotti dalla flessibilità, la sottomissione del sindacato nei confronti del governo su questioni come la guerra in Kosovo un anno fa e sulle pensioni in questi mesi. Si è parlato molto della perdita di iscritti, del peggioramento delle condizioni in fabbrica, della mancanza di democrazia nel gestire le contrattazioni nazionali: tutte cose vere, ma certo non era necessario venire fino a Roma per sentircele raccontare. Non una parola è stata spesa sul perché in una situazione tanto grave la sinistra sindacale in questi anni non solo non è riuscita ad avanzare ma, in molti casi, ha perso rappresentatività tra i lavoratori.

Si predica bene, si razzola male

Dov’erano quei dirigenti che oggi denunciano tutto ciò? Alcuni erano nella maggioranza che oggi criticano, e hanno posto la loro firma su accordi scellerati, altri facevano l’opposizione nelle segrete stanze dei gruppi dirigenti, ma tra i lavoratori ben poco si è visto. Non basta opporsi gli accordi di luglio, non è sufficiente opporsi verbalmente a un contratto (vedi metalmeccanici l’anno scorso) senza poi dare ai lavoratori l’opportunità di costruire una piattaforma alternativa. Questa critica non vale solo per Sabbatini, Zipponi, Cremaschi o Agostinelli che peraltro alla fine delle loro denunce hanno fatto capire che nel prossimo congresso non è scontato che sosterranno un documento alternativo, cercando magari la mediazione con emendamenti al documento di maggioranza.

Dobbiamo chiamare in causa anche i dirigenti di Alternativa sindacale, che in questi anni si sono concentrati fondamentalmente in una battaglia nelle segreterie per conquistare posti, con l’illusione che avere uno o due compagni in più in quegli organismi aprisse chissà quale strada. Cosa che non solo non si è avverata ma che anzi ha permesso ai dirigenti della maggioranza di controllare meglio l’opposizione.

Questo vale anche per l’Area dei comunisti che ha applicato le stesse logiche quando al congresso nazionale della Cgil nel luglio del ‘96 ha rotto con Alternativa sindacale proprio su una questione di posti. L’immagine che dà di sé questa sinistra sindacale è quella di chi si appresta a ripetere l’esperienza fallimentare che hanno avuto le sinistre precedenti, se possibile in peggio perché almeno Essere sindacato riuniva realmente tutti coloro che si erano opposti fin dall’inizio agli accordi di luglio del ‘92 e ‘93, mentre in questa sinistra si riuniscono anche dirigenti che questi accordi li hanno accettati e li hanno applicati.

L’indifferenza verso i lavoratori

L’episodio che meglio descrive la distanza dell’assemblea di Roma dai lavoratori è stato quello della GoodYear. È stato concesso a un lavoratore di poter intervenire dal palco per raccontare della loro lotta, ma dopo essere stato ricevuto con un caloroso applauso, pochi sono stati ad ascoltarlo mentre la maggioranza dei presenti era impegnata a discutere dei fatti propri. Il chiacchiericcio a un certo punto ha raggiunto un livello tale che la presidenza ha dovuto fermare l’intervento per fare un appello ai presenti in sala a prestare attenzione o quanto meno abbassare la voce. Finito l’intervento il lavoratore è stato salutato con un altro caloroso applauso, che è suonato come una vera e propria presa in giro.

Il documento Cambiare rotta presentato all’assemblea, nel capitolo conclusivo "per cambiare il sindacato" propone che il sindacato torni ad essere una organizzazione partecipata a tutti i livelli, dove le scelte non devono essere lasciate ai gruppi dirigenti ma ai lavoratori che devono potersi pronunciare e votare sui contratti. Si dice inoltre che i lavoratori devono poter scegliere i propri rappresentanti superando tutte le quote, e che il prossimo congresso dovrà fare un bilancio chiaro dei risultati ottenuti dai gruppi dirigenti.

Di fatto finisce dove invece avrebbe dovuto iniziare, a poco ci serve un documento pieno di buone intenzioni. Siamo tutti d’accordo che manca democrazia nel sindacato, che la base dovrebbe contare di più, che un congresso deve essere un’occasione dove fare un bilancio chiaro dei risultati e delle linee politiche che i dirigenti hanno portato avanti.

Detto questo la sinistra sindacale non è tale perché fa delle affermazioni, la sinistra sindacale può aspirare a essere uno strumento per trasformare questo sindacato se viene vista concretamente come un’alternativa, e per fare ciò deve saper dare delle risposte su come intende risolvere il deficit di democrazia, e non solo chiedere conto a Cofferati, ma innanzitutto a se stessa.

Quale democrazia sindacale?

Una vera democrazia si fonda sul principio che i lavoratori, iscritti e non, devono avere la possibilità di partecipare in una vertenza a tutti i passaggi che la compongono. Dalla stesura della piattaforma, al suo percorso, alla trattativa fino alla firma degli accordi. E soprattutto avere la possibilità di poter eleggere direttamente i propri rappresentanti di trattativa a tutti i livelli, dall’assemblea di fabbrica fino ai livelli più alti con un controllo costante dal basso. Oggi neanche i delegati sono messi in condizione di seguire le trattative, spesso vengono a sapere gli sviluppi delle vertenze dai mass-media prima che dal sindacato. Abbiamo bisogno di rappresentanti che riportino le decisioni dei lavoratori, con un mandato ben preciso, e con il diritto alla revoca in qualsiasi momento del delegato di trattativa che non rispetti le decisioni dei lavoratori. Questa è la democrazia, non quella di poter esprimere un SI o un NO in un referendum quando i giochi sono già fatti.

Questa sinistra risente di una forte logica d’apparato che da un lato trasforma il dibattito sui contenuti in una questione di poltrone, e dall’altro aiuta chi la vuole usare come trampolino per la carriera politica. Come giudicare, altrimenti, tutti questi dirigenti che con una mano firmano i peggiori contratti, o si limitano a qualche mugugno, mentre con l’altra scrivono "brillanti" articoli sulla stampa di sinistra, denunciando i cedimenti del sindacato?

Per chi vuole costruire una vera sinistra sindacale quella dei referendum rappresenta un’occasione per mostrare ai lavoratori in modo concreto e chiaro come organizzare una vera opposizione oggi agli attacchi dei padroni, domani contro la politica suicida della concertazione. Nel documento si dice: "I referendum dei radicali hanno sparso il loro veleno strumentalizzando a fini liberisti e antisociali una caduta di prestigio del sindacato che è reale", ma proprio per questo la sinistra dovrebbe essere in prima linea, dimostrando fino a che punto Cofferati, D’Antoni e Larizza non siano intenzionati a respingere questo attacco. Questo la sinistra sindacale non sembra intenzionata a farlo se non a parole, e di fatto oggi chi vuole organizzare l’opposizione ai referendum deve farlo esclusivamente con i propri mezzi e le proprie forze.

24 marzo 2000 

 
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