Ormai trent’anni fa, il 20 maggio del 1970, il Parlamento approvava lo Statuto dei lavoratori. Per la prima volta i diritti fondamentali degli operai diventavano oggetto di una legge dello Stato.
Oggi i referendum della Bonino ne attaccano proprio uno dei punti fondamentali, quello che attiene alla giusta causa per il licenziamento (articolo 18), che è senza dubbio un aspetto centrale nello scontro che si aprirà nei prossimi mesi.
In questa contesa il movimento sindacale non può limitarsi a difendere simbolicamente lo Statuto ma deve impegnarsi perché venga rispettato dai padroni ed esteso a tutti i lavoratori.
Come è noto lo Statuto non viene applicato nelle aziende con meno di 15 dipendenti, che occupano circa la metà dei lavoratori italiani e in numerose medie e grandi aziende spesso vienedisatteso con la complicità dei dirigenti sindacali. Non solo perché hanno sottoscritto accordi nazionali che ne calpestano il significato (si pensi alla legge 146/90 che limita fortemente il diritto allo sciopero) ma anche a livello aziendale quando si gestiscono trattative a perdere su diritti fondamentali come quelli riguardanti gli impianti audiovisivi, gli accertamenti sanitari, le sanzioni disciplinari, e la tutela della salute nei luoghi di lavoro.
Come si conquistò lo Statuto dei lavoratori
Lo Statuto dei lavoratori non è stato regalato al movimento operaio ma è il frutto delle mobilitazioni della fine degli anni ‘60.
La lotta di classe che esplose in Italia nel ‘68 e raggiunse il suo livello massimo di estensione nell’autunno del ‘69 coinvolgendo oltre 7 milioni di lavoratori, aveva messo in discussione tutti gli assetti politici dominanti.
Il livello delle rivendicazioni operaie non si limitava al terreno puramente economico e sindacale, ma interveniva sugli aspetti politici introducendo nelle fabbriche e nella società forme di contropotere. Era il sistema capitalistico l’oggetto in discussione e i lavoratori si misero chiaramente nell’ottica di trasformare la società.
Di fronte alla profondità di quelle lotte e al livello di radicalizzazione che esprimevano si diffuse il panico nel governo e nella classe dominante. In un primo momento la borghesia tentò di utilizzare l’arma della repressione in fabbrica, ma questa non fece che rafforzare la determinazione alla lotta.
A quel punto decisero di alternare alla "strategia della tensione" (non è un caso che la bomba in piazza Fontana esplose proprio mentre era in corso la vertenza dei metalmeccanici) una "strategia riformatrice" che prese piede con la collaborazione attiva del governo (Donat Cattin, esponente della sinistra democristiana e ministro del lavoro fu uno dei principali protagonisti in quella fase).
In pratica la borghesia concedeva qualcosa per non perdere tutto, usando le bombe per convincere i lavoratori a ridimensionare le loro richieste. Si fecero così delle concessioni per condurre il movimento su un terreno più moderato.
In questa strategia, è inutile dirlo, era fondamentale il ruolo che potevano giocare le direzioni sindacali in fabbrica per ristabilire "l’ordine".
Il governo, con l’assenso della parte più lungimirante della Confindustria, si impegnò attivamente perché Cgil-Cisl-Uil potessero riconquistare il controllo delle mobilitazioni che obiettivamente avevano perso nelle esplosioni spontanee della classe operaia tra la primavera del ‘68 e l’estate del ‘69.
Come riconobbe lo stesso Vittorio Foa, esponente di spicco della sinistra Cgil, in quasi tutte le vertenze aziendali che avevano preceduto l’autunno caldo i lavoratori sopravanzavano il sindacato.
Per conquistare la fiducia nelle fabbriche i vertici sindacali furono costretti a radicalizzare non poco le loro richieste, lasciandosi permeare dalle istanze di base, riconobbero così la figura del delegato, rappresentante diretto dei lavoratori che scalzò la vecchia struttura burocratica della Commissione Interna.
Sul piano legislativo, come su quello sindacale vennero fatte delle concessioni significative. Nel marzo del ‘68 sull’onda di uno sciopero generale fu approvata la riforma delle pensioni, nel novembre del ‘68 quella istitutiva sul divorzio (che divenne in seguito oggetto di un referendum nel 1974). Nel ‘70 migliaia di attivisti vennero amnistiati dai "reati" commessi nelle agitazioni politico-sindacali.
La riforma Gui che aveva scatenato il movimento studentesco venne ritirata, mentre venne riconosciuto nelle scuole superiori il diritto di assemblea (circolare Sullo del gennaio ‘69) e nel dicembre dello stesso anno vennero liberalizzati gli accessi all’università.
Sul piano contrattuale nell’autunno del ‘69 i padroni andarono incontro alle richieste sindacali: nel contratto dei metalmeccanici, firmato il 21 dicembre del ‘69, Finmeccanica accettò la riduzione dell’orario di lavoro a 40 ore settimanali (in precedenza era tra le 42 e le 48 a seconda dei settori), aumenti salariali attorno al 10%, un giorno di ferie in più, copertura al 100% della retribuzione degli operai nel trattamento infortunistico, diritto di assemblea nelle fabbriche con più di 15 dipendenti e riconoscimento dei delegati con otto ore di permesso retribuite al mese.
In questo contesto sociale nel luglio del ‘69 venne presentata al Consiglio dei ministri la prima bozza dello Statuto dei lavoratori che sarà approvata dal Parlamento solo un anno dopo.
Spesso si dice che il padre dello Statuto dei lavoratori è il socialista Gino Giugni, che ne stese il testo, ma la verità è che lo Statuto ha tanti padri, quanti sono i lavoratori che si mobilitarono in quegli anni di forte conflitto sociale.
I limiti dello Statuto dei lavoratori
In realtà lo Statuto è il figlio illegittimo di quelle lotte, che avevano ben altri fini, più avanzati, ma che non seppero trovare uno sbocco organizzato, permettendo alle direzioni sindacali di far rientrare il movimento, che comunque si mantenne su livelli molto alti per circa otto anni.
Non è un caso che in diversi articoli c’è la tendenza a legittimare più le organizzazioni sindacali in quanto tali, che il singolo lavoratore attivo sindacalmente o il suo rappresentante diretto (il delegato di reparto).
L’obiettivo che aveva il governo Rumor era proprio quello di consolidare la forza del sindacato (del suo apparato) in fabbrica confidando nella sua capacità di smorzare l’impeto delle mobilitazioni operaie.
Infatti l’articolo 19 dello Statuto (che fu oggetto da sinistra di un referendum abrogativo nel ‘95) riconosce solo l’ambito:
a) delle associazioni aderenti alle Confederazioni maggiormente rappresentative sul piano nazionale.
b) delle associazioni sindacali, non affiliate alle predette Con-federazioni, che siano firmatarie di contratti collettivi nazionali e provinciali di lavoro applicati nell’unità produttiva.
Ciò ha impedito in questi anni ai sindacati di base, a lavoratori non organizzati o critici con le liste presentate dal loro sindacato di poter presentare delle liste indipendenti nelle elezioni delle Rsu, limitando non poco la democrazia sindacale. Ovviamente questo ha una relazione diretta con i rapporti di forza, ma non va mai dimenticato l’aspetto duplice che ha lo Statuto.
Da una parte riconosce una serie di diritti fondamentali: libertà di espressione politica e sindacale (art. 1, 14) protezione degli attivisti dai soprusi padronali (art. 4, 5, 6, 7, 8, 15, 16, 17, 18, 22), dall’altra tenta di limitare la democrazia nei luoghi di lavoro perché istituzionalizza il ruolo delle organizzazioni sindacali garantendogli dei privilegi (diritto esclusivo alle trattenute sindacali, art. 26, permessi retribuiti per i dirigenti provinciali e nazionali, art. 30, locali per i sindacati confederali all’interno dell’azienda, art. 27) che possono essere condivisibili e accettabili se il sindacato in questione rappresenta veramente i lavoratori, ma che diventano intollerabili quando questo sindacato è slegato completamente dal controllo democratico della base, che è quanto avviene oggi nella gran parte dei casi.
Dal nostro punto di vista le Rsu devono essere gli unici agenti contrattuali, eleggibili e revocabili dai lavoratori in qualsiasi momento. Una testa, un voto, senza quote garantite, ne privilegi per le organizzazioni confederali o firmatarie di contratto.
La lotta in difesa dello Statuto deve andare di pari passo con quella per la democrazia sindacale, senza la quale rischia di essere un’arma spuntata scarsamente unificante.