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Scritto da Gabriele Donato, Roberto Sarti   

Un esempio da seguire?

Per cercare di rispondere alla crisi del Prc, acuitasi dopo gli ultimi risultati elettorali, Bertinotti e la maggioranza del gruppo dirigente del Partito hanno proposto, tra l’altro, "la costruzione di un arcipelago della sinistra alternativa". L’esperienza di Izquierda Unida (Iu) È stata citata da molti come un esempio da seguire. Ma è veramente cosÏ?

La fondazione di IU avvenne nel 1986, in un contesto di crisi profonda del Partito Comunista Spagnolo (Pce), che aveva subito due scissioni e vedeva ridotta la sua rappresentanza parlamentare a soli quattro deputati. Con questa formula organizzativa si cercavano di superare le difficoltà politiche crescenti. Una coalizione che potesse "riunire le diverse realtà della sinistra" e che riuscisse a "superare il vecchio concetto del partito operaio", attraverso l’apertura a settori dell’intellighenzia progressista.

Il radicamento nel movimento operaio non è assolutamente migliorato, mentre si è rinfoltita la burocrazia al vertice della nuova organizzazione, grazie all’ingresso di parecchi "papaveri" dell’intellettualità radicale, che dal punto di vista ideologico non si differenziavano dai dirigenti del Psoe, il Partito socialista.

In realtà la formazione di Iu ha rappresentato una svolta a destra e un annacquamento delle posizioni politiche del Pce, che ancora oggi costituisce l’ossatura fondamentale di Iu, giustificata dalla "necessità di aprirsi ad altre culture e sensibilità".

Tra la fine degli anni ottanta e l’inizio degli anni novanta Iu ha visto una lenta ma costante crescita elettorale, dovuta all’effetto delle mobilitazioni sociali e del calo di popolarità del Psoe al governo, che avevano fatto nascere l’illusione in Anguita e negli altri dirigenti di Iu di poter superare il Psoe in termini percentuali. La fine del governo socialista ha segnato invece l’inizio della crisi di Iu, praticamente ferma al palo nelle ultime elezioni politiche, quelle della vittoria di Aznar, e colpita duramente dagli elettori nelle elezioni europee del 13 giugno.

Le elezioni del 13 giugno

Iu passa da due milioni e mezzo di voti alle ultime politiche a un milione e duecentomila. Si calcola che circa un terzo di questi voti siano andati al Psoe, mentre una buona parte del restante è stata raccolta dai nazionalisti di sinistra in Galizia e nel Paese Basco. Iu ha subito l’anno scorso una scissione di destra, il Partito democratico de nueva izquierda, che alle elezioni si è presentato con il Psoe.

La destra interna accusa che si perde perché si sono adottati programmi troppo radicali. Non si capirebbe perchè una parte dei voti si dirige verso Eh (nazionalisti baschi) e il Bng (galleghi), che non sono certo visti dalla popolazione come formazioni moderate.

Izquierda Unida paga invece una campagna elettorale condotta all’insegna di slogan generici e interclassisti ("recuperiamo l’allegria", "Per migliorare Guadalajara" o "Madrid con la sua gente") che mal nascondevano l’assenza sostanziale di un programma: la richiesta, per esempio, delle 35 ore di lavoro è stata lanciata senza alcun tipo di agitazione effettiva, e complessivamente la piattaforma elettorale ha rivelato una grave assenza di contenuti di classe.

Nel deludente risultato elettorale bisogna leggere inoltre la pessima impostazione della propaganda contro la guerra nella Jugosavia da parte di Iu, che ha presentato Milosevic come un capo di stato di sinistra e che ha chiesto all’Onu di ripristinare la legalità in Jugoslavia dopo le violazioni del diritto internazionale operate dalla Nato.

Come già accennato, la destra interna ad Iu ha utilizzato gli argomenti della stampa borghese per motivare la sconfitta elettorale, sostenendo che l’organizzazione non avrebbe dovuto opporsi alla guerra.

Il risultato elettorale di Iu riflette pure le grosse difficoltà di radicamento nel movimento operaio. Il record negativo di ore di sciopero del 1998 è dovuto a diversi fattori, ma sicuramente non ultimi sono la moderazione e la confusione esistenti a livello dei vertici sindacali.

All’interno delle Comisiones obreras (CC.OO.), il sindacato maggioritario in Spagna con l’Ugt, i comunisti non hanno una posizione univoca: all’ultimo congresso, nel ’96, alcuni di loro si sono schierati in maggioranza con i sindacalisti socialisti, mentre gli altri hanno sostenuto un documento di minoranza di sinistra ( il "sector critico").

Dopo 3 anni le cose non sono cambiate: oggi all’interno del Pce sta acquistando consistenza la volontà di liquidare la sinistra sindacale e di ricompattarsi con la burocrazia di vertice, per evitare l’isolamento. D’altra parte, la sinistra delle CC.OO. fino ad oggi non si è nei fatti distinta dai vertici, e nei settori dove poteva contare sulla maggioranza, non ha fatto nulla di diverso dalla destra, firmando accordi spesso inaccettabili.

Fronte unico

I dirigenti del Pce e di Iu pensavano che bastasse proclamarsi l’unica alternativa di sinistra o avere maggiore "integrità morale" per risolvere i problemi di crescita del partito. Per tutto un periodo, quello terminale del governo Psoe fino al ‘95, hanno preferito fare salire al potere governi del Pp, come quello regionale dell’Andalusia, piuttosto che appoggiare il Partito socialista.

Ciò che i dirigenti comunisti non capiscono è la riserva di consensi di cui ancora dispone il Psoe fra la classe lavoratrice, particolarmente in un paese dove il pericolo della destra, dopo quarant’anni di dittatura, è percepito come ancora molto forte. Anche i risultati di queste ultime elezioni, con il voto massiccio al Psoe in zone operaie come le Asturie o la Catalogna, lo dimostrano.

La necessità di una politica di fronte unico con il Psoe per fermare la destra e difendere gli interessi dei lavoratori, nonché per esporre nell’esperienza di una lotta comune agli attivisti e alla massa dei lavoratori i limiti della politica dei dirigenti socialisti è più che mai evidente.

Ma per portare avanti questa politica un programma anticapitalista e rivoluzionario è altrettanto indispensabile. Quando le parole d’ordine di Iu sono invece quelli che propongono "un’economia sociale di mercato", una "crescita sostenibile" (del capitalismo) o "un’Europa sociale", tutto diventa più difficile. Sono slogan riformisti che si potrebbero ritrovare nei discorsi di un Almunia o di un Borrell, due fra i principali dirigenti socialisti. Molto meglio continuare a votare Psoe, possono pensare molti lavoratori, che fra i due partiti è molto più grande.

L’esito elettorale disastroso potrebbe anche rappresentare il primo passo verso la disintegrazione di Iu, soprattutto se tali risultati verranno confermati nei prossimi mesi: si sono già viste scissioni a destra, e non è impensabile credere che l’emorragia continuerà, visto che la destra interna sta già alzando la voce.

In Spagna, come in Italia, la risposta alla crisi dei partiti di sinistra non si troverà in fantasiose scorciatoie organizzative, ma nella costruzione di una forte opposizione di sinistra attorno a un programma di classe e rivoluzionario.

 

 
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