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Metalmeccanici
Il contratto dei metalmeccanici si avvia alla conclusione. Anche se l’accordo, mentre scriviamo, non è ancora stato raggiunto è chiaro che ormai le parti sono molto vicine a una conclusione. Conclusione che si preannuncia ancora più modesta della piattaforma di partenza.
Più volte, in questi mesi, ci siamo sentiti dire che eravamo entrati nella settimana decisiva per la firma del contratto, e altrettante volte le trattative sono state interrotte e siamo stati informati negli attivi che l’indisponibilità dei padroni ci obbligava a organizzare nuovi scioperi per piegare questa resistenza. Alla fine sono passati otto mesi, abbiamo fatto 32 ore di sciopero, un corteo nazionale eppure sembra di essere ancora da capo.
Questo perché dal primo all’ultimo giorno di questa lunga vertenza, l’obbiettivo principale dei nostri dirigenti sindacali è stato quello di tenere i lavoratori fuori dalla trattativa. I lavoratori e i delegati non sono mai stati coinvolti realmente né nella costruzione della piattaforma, né nel percorso di lotta, tranne nell’ultimo sciopero, quello nazionale, solo ed esclusivamente perché i delegati, il diritto di decidere se lo sono presi con la forza contestando animatamente i dirigenti.
Era da quasi tre anni che i metalmeccanici non facevano una manifestazione nazionale. La manifestazione dal punto di vista della partecipazione è senza dubbio riuscita (grazie al lavoro fatto da migliaia di lavoratori e delegati), il livello di adesioni allo sciopero è stato alto, ancora una volta si è potuto saggiare le capacità che la categoria ha di mobilitare. Nei tre cortei che sono confluiti in Piazza San Giovanni c’erano anche molti giovani (la vera novità come presenza in questa manifestazione) non solo arrabbiati con i padroni, ma anche critici verso i propri dirigenti sindacali. Critici sui contenuti della piattaforma contrattuale e sul modo in cui questa trattativa era stata portata avanti.
Questo corteo rappresenta una vittoria per i lavoratori, perché sono riusciti a imporlo ai dirigenti sindacali, ma nel contesto in cui è caduto non poteva ribaltare le sorti del contratto. Tanto è vero che non è stato sufficiente per far cedere Federmeccanica. Anzi gli esponenti più noti della categoria padronale si sono spesi nel dichiarare inutile e sterile questo sciopero.
Entra in scena il governo
In questo momento, anche se molti sono consapevoli che le richieste del sindacato sono ridicole rispetto ai reali bisogni dei lavoratori, il sentimento che prevale nella maggioranza dei lavoratori è quello di chiudere in fretta il contratto.
Più volte si è spiegato che i padroni avrebbe usato il contratto dei metalmeccanici per portare ulteriore deregolamentazione del mercato del lavoro. Con questo contratto fanno un ulteriore passo avanti. Hanno dovuto temporaneamente abbandonare l’obbiettivo massimo perché, come ha dimostrato la mobilitazione del 14 maggio, nonostante gli arretramenti di questi anni, la categoria è ancora forte, e soprattutto perché dopo la contestazione dei delegati verso i vertici sindacali il 13 aprile a Bologna hanno visto concretamente il pericolo che il sindacato non riuscisse più a controllare la propria base.
L’intervento del governo nella trattativa non ha più (se mai lo ha avuto) lo scopo di fare da mediatore tra le parti in causa, ma bensì di garantire ai padroni, laddove non sono disposti a farsi carico dei costi aggiuntivi delle richieste sindacali, una copertura economica sotto forma di sgravi fiscali e incentivi alle aziende.
Le basi dell’accordo
Sulla riduzione d’orario l’ipotesi più probabile è quella che prevede 8 ore di permessi ogni 16 notti di lavoro, riduzione che i padroni accetteranno solo se, oltre ai finanziamenti dello Stato, sarà limitata alle aziende che in modo facoltativo decideranno di applicarla previo aumento dell’utilizzo degli impianti ricorrendo a più turni e in cambio di ulteriore flessibilità interna. Infatti questa proposta, sarà applicata nella misura che passi la tanto famigerata banca delle ore, cioè quello strumento che permetterebbe di abbattere enormemente i costi degli straordinari, e della cassaintegrazione impiegando, a secondo delle diverse necessita di produzione, i lavoratori in alcune settimane anche 50 o più ore e in altre, di calo degli ordinativi, 20 o 30 ore.
Ma le condizioni imposte dai padroni non si fermano a quanto detto sopra ma vogliono che la flessibilità interna all’azienda e l’orario plurisettimanale stabiliti nella contrattazione nazionale non possano poi essere oggetto di ulteriori e continue contrattazioni a livello aziendale.
Questo obbiettivo è chiaro anche per quello che riguarda gli aumenti salariali, infatti vogliono che nel 3% di aumento del biennio (per rimanere in linea con l’inflazione), non siano considerati solo gli aumenti del contratto nazionale, ma anche gli aumenti dei contratti aziendali. Questo significa che gli aumenti salariali continueranno a essere insufficienti costringendo i lavoratori sempre più a rifugiarsi negli straordinari per garantire un minimo di adeguamento al costo della vita.
Ma la cosa più importante che emerge è che di fatto viene abolita la contrattazione di secondo livello e le Rsu verrebbero ridimensionate nel proprio ruolo all’interno delle aziende a semplici esecutori delle decisioni dei vertici, dove al massimo potrebbero contrattare solo la banca ore e la flessibilità. Questo rappresenta un ulteriore passo avanti nel processo di distruzione delle rappresentanze dei lavoratori nei luoghi di lavoro.
Un accordo così alla vigilia del corteo nazionale non era possibile, vista l’esperienza avuta dai dirigenti in aprile a Bologna, la cosa principale era evitare che il clima nella base si surriscaldasse un’altra volta, ma una volta passato lo sciopero nazionale si sono create le basi per firmare.
Questo contratto peggiorerà ulteriormente le condizioni di lavoro dei metalmeccanici, la fittizia riduzione d’orario non risponde realmente a quella che è l’esigenza prioritaria dei lavoratori su ciclo continuo (in verticale aumento) Di fatto si riduce a qualche giornata di ferie in più, ma non risolve i problemi di chi si trova costretto a lavorare di notte, la domenica e durante le festività. Una vera riduzione sarebbe quella che accorcia la giornata lavorativa per tutti i lavoratori.
Ricostruire l’opposizione
Se a Sabbatini (segretario nazionale della Fiom-Cgil) va riconosciuto il merito di aver sempre avuto una posizione chiara su ciò, altrettanto non si può dire di quei dirigenti nazionali come Cremaschi (segretario Fiom del Piemonte) o Pedò e Zipponi (dirigenti della Cgil di Brescia) che ha parole si sono sempre mostrati critici, ma nei fatti hanno dimostrato tutta la loro incapacità a organizzare una seria opposizione nel sindacato.
Lo stesso vale per le aree programmatiche della sinistra della Cgil, Alternativa Sindacale e l’Area dei Comunisti, praticamente defilate in questa vertenza e totalmente incapaci di mostrare una strategia per organizzare il dissenso e la critica dei lavoratori. Ci servono dirigenti che si dichiarino dalla parte dei lavoratori prendendosi la responsabilità di andare oltre le dichiarazioni e organizzare le lotte per cambiare il sindacato e il corso delle trattative. Prendendosi tutti i rischi che questo comporta come perdere le proprie cariche o essere emarginati. Non rischiano forse anche i delegati di perdere il posto ogni giorno, quanti delegati lo hanno già perso per questioni sindacali?
Per costruire una nuova opposizione c’è bisogno di quadri, di esperienza, di capacità organizzative. Senza una struttura tutte le potenzialità che esistono sono destinate a perdersi nel nulla e a guadagnarci saranno le destre che speculeranno sul disagio sociale. Per questo diventa necessario incominciare ad avviare una discussione tra i delegati e i lavoratori su quale opposizione sindacale abbiamo bisogno. Una volta raggiunto l’accordo il sindacato convocherà le riunioni dei delegati e le assemblee dei lavoratori per ratificare con un referendum l’ipotesi di accordo.
Questa deve rappresentare per i delegati l’occasione per non disperdere quello fatto dall’attivo nazionale, a Bologna ad aprile, fino al corteo di Roma. Dobbiamo costruire comitati per dire NO a questo contratto nel referendum. Comitati che prendano questa opposizione nel referendum come il punto di partenza per far nascere la nuova opposizione nel sindacato. Che quindi non si sciolgano una volta passato il referendum, ma anzi che incomincino a coordinarsi, dandosi una struttura ben definita cominciando a delineare i passi successivi per continuare la battaglia. Con l’obbiettivo di diventare una alternativa credibile a questo gruppo dirigente nel sindacato.
1 giugno 1999
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