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All’attacco all’occupazione rispondiamo con una lotta unitaria! Nella divisione nazionale del lavoro, sud ha sempre significato manodopera a basso costo e produzione scarsamente qualificata, e quindi più fragile dal punto di vista della tenuta in caso di crisi. Così in quello che viene definito il polo industriale più grande del mezzogiorno, e cioè l’agglomerato di fabbriche che si trova tra i comuni di Marcianise e Maddaloni (Caserta), e Caivano, (Napoli), centinaia di posti di lavoro sono a rischio Da oltre un anno sono riprese le ristrutturazioni e le dismissioni, con la stessa devastante forza del periodo a cavallo tra la fine degli anni ’80 e i primi anni ’90.
L’elenco delle industrie coinvolte è lungo: Modinform Olivetti, Italtel, Incard, Texas, Cmf (Iritecna), Ecobat (ex Eni, ora della multinazionale Quexco), Rieter, Nuova Fmi, Firema (coinvolta nella vicenda Ansaldo-Breda), Sniberg (concessionaria Coca-Cola), Marinelli (fabbrica metalmeccanica italo-tedesca con circa 300 dipendenti, chiusa l’anno scorso): questo solo per citare i casi in cui c’è già una crisi manifesta e non ancora in incubazione, e soprattutto dove si lavora con un minimo di diritti garantiti e con una presenza sindacale. Alcune migliaia di operai che si trovano di fronte ad esuberi, cessioni e fusioni che non preannunciano niente di buono. Recentemente i lavoratori di tre delle fabbriche citate si sono (casualmente) mobilitati nello stesso giorno in cui noi del Comitato disoccupati di Marcianise occupavamo il collocamento provinciale. Su questa base abbiamo richiesto alla Cgil di organizzare uno sciopero generale provinciale per il lavoro. La risposta è stata che si tratta di situazioni "diverse fra loro", e nelle quali comunque il sindacato è presente. Al contrario, ci sono almeno tre elementi che non solo accomunano tutte le vertenze aperte, ma offrirebbero anche alcuni spunti per la definizione di una risposta di classe alla crisi. 1) Gli esuberi annunciati, specie tra i cosiddetti indiretti, cioè i lavoratori dipendenti che non appartengono alla produzione: gli addetti alla manutenzione e ai servizi, gli impiegati. La ragione è semplice: sono oramai tutti o già esternalizzati, o in via di esserlo. Anche le funzioni amministrative oramai si avviano ad essere portate fuori dalla fabbrica: anche in questo settore infatti le nuove tecnologie sono usate ad esclusivo vantaggio del profitto. Pensiamo a quello che già fanno molte multinazionali, che si fano gestire la contabilità e altri servizi amministrativi da diplomati sottopagato collegati via internet dall’India. Ma anche nella produzione il discorso non cambi: ad esempio la Modinform Olivetti, personale dimezzato l’anno scorso da prepensionamenti e mobilità, produce 60.000 piastre annue per la Philips, delle quali la metà in fabbrica e il resto fuori, in piccolissime imprese dove il lavoro nero è la regola. 2) Le fusioni: la Telital, un gruppo elettronico friulano, ha rilevato la Texas e si prepara a rilevare la Modinform Olivetti. La concentrazione di più impianti che producono le stesse cose è una caratteristica propria dei periodi di recessione del capitalismo: alla lunga i licenziamenti ne sono conseguenza. Questo è il processo nel quale è già entrata la Rieter, due impianti gemelli nella zona, e che potrebbe coinvolgere indirettamente altri gruppi come il Firema. Di fronte al rifiuto degli operai Modinform di accettare la nuova proprietà, preoccupati per il loro futuro, i dirigenti della Cgil hanno risposto che "gli operai non si scelgono il padrone". Vero! Ma è soprattutto vero che gli operai dovrebbero avere la possibilità di combatterlo il loro padrone, anzitutto per difendere il posto di lavoro, e il sindacato dovrebbe essere lo strumento per farlo. 3) L’intensificazione dei ritmi di lavoro, con tagli alle pause, cicli continui, ecc., la sostituzione di lavoro garantito con lavoro precario: in questi giorni alla Snibeg, gli operai si stanno opponendo alla possibilità di ricorrere al lavoro interinale; la stessa cosa è successa alla Rieter. Anche le cause di questa situazione sono comuni: 1) La recessione già in atto negli altri paesi del mondo: gli operai dell’Incard, ad esempio, sono in cassa integrazione perché il mercato delle carte intelligenti è stato invaso e saturato dalle esportazioni a bassissimo costo provenienti dall’Asia. È un esempio che vale per tutti. 2) Le privatizzazioni, come nel caso dell’Italtel. Come il sindacato creda di poter affrontare la situazione l’abbiamo detto. Il governo, pur ammettendo la gravità della crisi, rilancia gli strumenti fallimentari e pericolosi degli sgravi alle imprese (legge 488), dei Patti territoriali e della flessibiltà. In questo quadro il progetto padronale di mantenere alti i profitti riducendo l’occupazione e il costo del lavoro non ha vera opposizione. Rifondazione comunista spinge qui a Caserta per uno sciopero, ma scavalcando il sindacato o sostituendosi ad esso sarà difficile arrivarci. Tempo fa c’è stato un comizio di Bertinotti qui in zona che è servito a lanciare l’idea nota, oltre alle 35 ore, dei lavori extramercantili in risposta alla crisi. Ci si dimentica che l’unica regione del sud che negli ultimi 8 anni ha visto una crescita reale è la Basilicata, per la presenza della Fiat a Melfi, e che qui al sud ci sono i lavoratori socialmente utili e di pubblica utilità, lavoro nero di Stato extramercantile, che in tutti questi anni non ha risolto un solo problema occupazionale. L’unificazione delle lotte è necessaria per i motivi detti sopra, ma soprattutto per creare le condizioni di una vittoria. La lotta per la difesa dei posti di lavoro in pericolo deve diventare le lotta di tutti i lavoratori, disoccupati, pensionati, studenti, precari. Altrimenti vedremo ancora il vecchio film delle aziende lasciate ognuna per conto proprio a gestore la crisi, che inevitabilmente verranno "risolte" a nostre spese con una nuova ondata di tagli all’occupazione. Dire no a esternalizzazioni, privatizzazioni e intensificazione dei ritmi di lavoro, per la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario e ritmi, salario garantito, questi sono i cardini sui quali lavoriamo alla costruzione dell’unità sindacale tra disoccupati, lavoratori e precari per aprire una vertenza territoriale sul lavoro. Senza scavalcare o sostituire il sindacato, ma spingendolo a difendere i nostri interessi, che devono essere la ragione fondante del sindacato stesso. |