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Il neo-Keynesismo può evitare la crisi economica? Che gli economisti borghesi sputino oggi nel piatto in cui hanno mangiato fino a ieri non è strano: la “scienza” economica borghese è per sua natura incapace di comprendere e spiegare le crisi economiche come quella che si sta sviluppando a livello internazionale, e per tutta risposta si limita a inveire contro gli “errori” e la “cecità” che essa stessa alimenta.
Più importante per noi è invece il fatto che la critica al liberismo nel movimento operaio sta dando luogo a una vera e propria infatuazione per le politiche keynesiane, soprattutto con le vittorie elettorali dei partiti socialdemocratici in quasi tutta Europa. Questo si è visto in modo evidente durante l’ultima crisi di governo, quando Bertinotti ha dichiarato esplicitamente che la proposta del Prc era precisamente un ritorno alle politiche del New Deal americano degli anni ’30, o alla “programmazione” applicata in Italia e in parte dell’Europa negli anni ’60. Bertinotti ha spiegato che con una finanziaria di stampo “keynesiano” si sarebbe potuto fare al tempo stesso un’operazione “razionale” dal punto di vista economico (cioè diminuire i rischi di recessione) e di giustizia sociale. Ma cosa si intende esattamente per keynesismo oggi? a grandi linee si possono indicare tre elementi: 1) Una politica di investimenti diretti da parte dello Stato (infrastrutture, tutela del territorio, settori industriali strategici); 2) Una politica di protezione sociale: reddito per i disoccupati o anche assunzione da parte del settore pubblico, difesa o allargamento dello stato sociale; 3) Una politica monetaria espansiva, cioè un abbassamento dei tassi d’interesse per favorire gli investimenti. L’idea che si porta avanti è che l’insieme di questi provvedimenti, alimentando la domanda di beni sul mercato, potrebbe scongiurare gli effetti di una recessione che anche in Europa appare sempre più probabile. Come ha sottolineato lo stesso Bertinotti, non si tratta di novità, ma delle classiche politiche applicate negli Stati Uniti per far fronte agli effetti disastrosi della grande crisi degli anni ’30 Il New Deal degli anni ’30 Non è fuori luogo ricapitolare qui i punti salienti di quella politica. Il crollo delle Borse nel 1929 fu seguito dalla recessione più profonda che il capitalismo avesse mai conosciuto. La borsa crollò dell’83% fra il 1929 e il 1932 e parallelamente ci fu il crollo dell’economia reale con un calo del prodotto nazionale lordo attorno al 30% fra il 1929 e il 1933. La disoccupazione, prima quasi inesistente, balzò al 24,9% (tabella 1). Esattamente come oggi, vennero messe sotto accusa le politiche economiche seguite negli anni ’20 e si invertì la rotta passando all’intervento pubblico. In cosa consistevano queste politiche? In primo luogo venne messo in atto un sistema di sussidi ai disoccupati gestito a livello federale, che prima non esisteva; vennero poi creati numerosi enti finanziati dallo Stato (le “agenzie” di cui oggi parla Bertinotti) che cercavano di creare posti di lavoro in settori a basso uso di tecnologia, come lavori di manutenzione stradale o di edifici pubblici, ecc. In alcuni casi si fecero piani più complessivi di intervento, in particolare per sollevare l’agricoltura con interventi di risanamento del suolo, bonifiche, ecc. Il motivo per cui queste politiche oggi vengono definite keynesiane è perché fu Keynes, proprio a metà degli anni ’30, il primo economista borghese a dare una giustificazione “scientifica” al fatto che lo Stato potesse avere un bilancio in passivo, gettando le sue risorse sui mercati per sostenere l’economia in crisi. La crisi degli anni ’30 finÌ con la guerra Tuttavia è del tutto falso sostenere che il New Deal risolse la crisi del 1929. L’economia rimase depressa e nel 1938 gli Usa erano di fronte a una nuova recessione, come dimostra la tabella 1. Questa nuova crisi venne superata solo con lo scoppio allo scoppio della Seconda guerra mondiale, che creò una gigantesca domanda per l’industria statunitense prima con la fornitura di armamenti e poi con l’intervento diretto a partire dal 1941. È importante notare che non solo in Usa, ma anche in gran parte dell’Europa gli anni ’30 videro un enorme intervento dello Stato nell’economia, sia sotto governi democratici come il Fronte popolare francese, sia sotto i regimi fascista e nazista. Fu proprio in quegli anni che in Italia fu creato l’Iri e venne nazionalizzata gran parte del sistema bancario. L’intervento statale non è quindi affatto un sinonimo di una politica riformista: è semplicemente la risposta che i capitalisti sono costretti a cercare di fronte alle crisi devastanti che periodicamente colpiscono la loro economia. Attraverso lo Stato il capitale privato redistribuisce le sue perdite e crea un mercato aggiuntivo per i propri prodotti. Lo sbocco fatale della crisi degli anni ’30 non fu quindi il New Deal, ma la guerra per una nuova spartizione del mondo. La guerra creò una situazione interamente nuova. Da un lato la distruzione dell’economia europea e in particolare tedesca lasciò un enorme vuoto nell’economia mondiale. Dall’altra parte gli Usa, emersi come potenza dominante a livello industriale e finanziario, poterono finanziare largamente la ricostruzione con prestiti e aiuti ai paesi europei. Il grande boom del dopoguerra Il boom iniziato alla fine degli anni ’40 e continuato fino al 1973-74 fu senz’altro il più lungo nella storia del capitalismo, e quello nel quale la ricchezza crebbe maggiormente. A partire dal 1945 in Gran Gretagna, con l’elezione del governo laburista, e poi negli anni ’60 si estese in gran parte Europa l’applicazione di una nuova versione delle politiche keynesiane. Questa volta lo Stato interveniva soprattutto con nazionalizzazioni delle industrie di base (energia, miniere, ferrovie, ecc.) e con la creazione dello stato sociale: sistemi sanitari pubblici, sistema pensionistico, ecc. Così come si vorrebbe far credere che il Keynesismo sconfisse la crisi degli anni ’30, si vorrebbe far credere che fu la causa del grande boom del 1945-1973. Ma ancora una volta, le cose stanno ben diversamente. Le ragioni fondamentali del boom furono altre, e in particolare: 1) le distruzioni causate dalla guerra; 2) la sconfitta subìta dal movimento operaio alla fine degli anni ’40, particolarmente in Italia, Francia e Grecia, che creò le condizioni per una “stabilizzazione” politica del capitalismo; 3) La politica di massicci investimenti da parte degli Usa; 4) Lo sviluppo di nuovi settori industriali, in gran parte cominciato durante la guerra: materie plastiche, metalli leggeri, elettronica, industria aerospaziale, ecc. Accanto a questi fattori, certamente l’intervento degli Stati nell’economia aiutò ad ampliare e a prolungare il boom. Lo Stato interveniva soprattutto per assorbire settori industriali che davano poco profitto, ma che erano essenziali per le altre industrie, oppure per costruire infrastrutture che altrimenti ci sarebbero voluti decenni per creare; inoltre, in particolare in Italia, lo Stato è sempre intervenuto per sostenere i grandi gruppi economici nei momenti di difficoltà. Negli anni ’60 e ancor di più nei primi anni ’70, le politiche keynesiane sono state identificate con le riforme sociali a favore dei lavoratori. È giusto quindi domandarsi da dove sorgeva questo spirito di conciliazione fra i capitalisti. In primo luogo bisogna dire che in presenza di grandi profitti e di un boom senza precedenti, risultava evidentemente più facile per i capitale accettare una “spartizione della torta” che lasciasse ai lavoratori qualcosa di più delle semplici briciole. Gli anni ’60 e ’70 videro grandi ondate di lotte operaie in Italia, Francia, Gran Bretagna; di fronte a queste, e conuna situazione economica ancora florida, risultava ragionevole in molti casi fare concessioni piuttosto che andare a uno scontro frontale. Un altro elemento da tenere in considerazione è il ruolo che giocava la competizione fra Usa e Urss. A partire dal dopoguerra, l’imperialismo americano si è sempre preoccupato che le zone strategiche ai confini con “l’impero del male” avessero uno sviluppo economico significativo, e per giungere a questo obiettivo furono disposti a fare certe concessioni sia alle industrie concorrenti, sia alle richieste di riforme che potevano venire dai lavoratori. Per analoghi motivi gli Usa stimolarono la riforma agraria in Corea e Giappone, e rimisero in piedi l’economia giapponese creandole grandi mercati. Una nuova fase dell’economia Questi interventi tuttavia avevano un costo. I bilanci statali tendevano sempre più ad essere in passivo, e gli Stati si dovevano indebitare per coprire la differenza. Il problema esplose negli anni ’70, quando arrivò la prima recessione del dopoguerra: in tutta Europa si vide un’esplosione dell’inflazione, causata dal fatto che gli Stati, sempre più indebitati, si finanziavano stampando carta moneta. Questo a sua volta causava un aumento dei tassi d’interesse, e quindi un maggior indebitamento. Spaventati dalla situazione, i capitalisti fecero una nuova svolta e rinacque così, sotto nuove forme, il vecchio pensiero economico “ortodosso”. A partire dalla fine degli anni ’70 le parole d’ordine furono il pareggio dei bilanci pubblici e il “risanamento”, ovviamente perseguiti con politiche di tagli alla spesa sociale. L’onda lunga di queste politiche, inaugurate in Gran Bretagna dal governo Thatcher (1979) è durata fino alla definizione dei famigerati parametri di Maastricht. L’economia mondiale non è mai tornata ai livelli di crescita del dopoguerra (vedi tabella 2). Al contrario, dopo il boom degli anni ’80 si è entrati in una fase di nuove turbolenze che probabilmente peggiorerà nei prossimi anni. Poiché il pensiero degli economisti non è poi così originale, tanto per cambiare di fronte alla crisi odierna pensano bene di dare la colpa alle teorie economiche in voga fino a ieri, confondendo ancora una volta i sintomi con la malattia. Se negli anni ’80 si diceva che la colpa della crisi era delle “scriteriate politiche keynesiane di spesa pubblica”, oggi si dichiara con altrettanta solennità che la colpa della crisi è degli “eccessi dell’ubriacatura neoliberista”. Le proposte keynesiane oggi Una delle proposte circolate in queste settimane è quella di utilizzare le riserve delle banche centrali europee che con la creazione dell’Euro risulterebbero in eccesso; si azzarda la cifra di 200.000 miliardi di lire da spendere nel giro di alcuni anni. È credibile che proposte di questo genere possano combattere la crisi? Noi crediamo no. In primo luogo la cifra di cui si parla è relativamente ridotta. Per fare un paragone, dal 1991 ad oggi lo Stato giapponese ha fatto investimenti per un totale di 575 miliardi di dollari, cioè da quattro a cinque volte tanto. Ebbene, nonostante questa spesa colossale, il Giappone non ha fatto che rimandare di un paio d’anni la sua crisi, e oggi è fra i paesi avanzati quello con i problemi maggiori, soprattutto perché avendo speso queste enormi somme il suo debito pubblico è oggi attorno al 100% del Pil. 200.000 miliardi sono una spesa non di molto superiore a quello che i paesi europei hanno investito per il nuovo aereo da caccia; chi va a raccontare che con queste cifre si può scongiurare il rischio della recessione vive fuori dalla realtà. Più importante, dobbiamo considerare che in tutto il mondo il livello dei debiti accumulati è molto più alto che non negli anni ’60 o negli anni ’30. I paesi dell’Euro hanno un debito pubblico medio attorno al 70% del Pil, gli Usa sono attorno al 65%, del Giappone abbiamo già detto. A questo si deve aggiungere l’enorme indebitamento che ormai colpisce tutti gli operatori economici: famiglie, imprese, amministrazioni locali, amministrazioni finanziarie. Qualsiasi timida svolta verso una politica di maggiore spesa dovrà fare i conti con questa realtà: i soldi scarseggiano, e aprire troppo i cordoni della borsa significa a breve termine rischiare una ripresa dell’inflazione. Questo non significa che il movimento operaio debba abbandonare la lotta per le riforme, o la lotta difensiva contro gli effetti della crisi. Significa invece che questa lotta assume un carattere diverso dal passato, perché anche gli obiettivi parziali del movimento (difesa del posto di lavoro, dello stato sociale, riduzione dell’orario di lavoro, ecc.) urteranno sempre di più contro il quadro generale delle “compatibilità”. La crescita economica un questi anni non è che un pallido ricordo dei boom del passato, e allo stesso modo il nekeynesismo e il riformismo odierni appariranno come timide caricature dei loro predecessori degli anni ‘60. Un’epoca di declino economico Alla fine quello che è decisivo non è quindi quale politica economica viene adottata, ma l’andamento generale dell’economia reale. Se oggi vi fossero condizioni simili a quelle degli anni ’50 o ’60, gli Stati più importanti potrebbero tranquillamente arrivare a raddoppiare il proprio debito, contando su una crescita economica successiva che faccia recuperare i soldi anticipati. Ma niente lascia prevedere una simile crescita, al contrario: i settori decisivi dell’economia mondiale si avviano rapidamente verso la crisi. In queste condizioni i tentativi neokeynesiani non faranno una fine migliore di quelli degli anni ’30. La risposta del capitale a questa crisi non saranno le riforme sociali, ma la lotta sempre più accanita per tutti i mercati del mondo, la concorrenza sempre più scatenata, la concentrazione senza precedenti dell’industria e della finanza, accompagnata dalla distruzione su larga scala di interi rami industriali. Il futuro del movimento operio non può essere legato ai tentativi di tirare fuori dai sarcofaghi le vecchie mummie del keynesismo, ma ancora una volta, come negli anni ’30, all’alternativa di fondo della nostra epoca: o crisi del capitalismo, con il suo seguito di guerre e di barbarie, o superamento rivoluzionario di questo sistema. Tabella 1
GLI USA NEGLI ANNI DELLA GRANDE DEPRESSIONE
| Anno | Pnl | disoccupati | debito totale | | | (miliardi di dollari) | (migliaia) | (miliardi di dollari) | | 1929 | 104,4 | 1.550 | 16,9 | | 1930 | 91,1 | 4.340 | 16,8 | | 1931 | 76,3 | 8.020 | 16,8 | | 1932 | 58,5 | 12.060 | 19,5 | | 1933 | 56,0 | 12.830 | 22,5 | | 1934 | 65,0 | 11.340 | 27,0 | | 1935 | 72,5 | 10.610 | 28,7 | | 1936 | 82,7 | 9.030 | 33,8 | | 1937 | 90,8 | 7.700 | 36,4 | | 1938 | 85,2 | 10.390 | 37,2 | | 1939 | 91,1 | 9.480 | 40,4 | | 1940 | 100,6 | 8.120 | 43,0 | | 1941 | 125,8 | 5.560 | 49,0 | Fonte: Storia universale Feltrinelli, vol. 30, pagg. 344 e 365 Tabella 2
IL RALLENTAMENTO DELLA CRESCITA MONDIALE Tasso di crescita del Pil reale pro capite (tasso annuo, in percentuale)
| Paese | 1960-73 | 1973-94 | | Stati Uniti | 2,6 | 1,4 | | America del sud | 3,0 | 0,9 | | Unione europea | 4,0 | 1,6 | | Africa e Medio Oriente | 3,1 | -0,4 | | Giappone | 8,4 | 2,7 | | Mondo | 2,9 | 1,2 | Fonte: G. Lafay, Capire la globalizzazione, pag. 28 |