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Scritto da Nicola Di Sarli   

Multinazionali: alle ristrutturazioni contrapponiamo l’esproprio!

UPS, Philips, Ansaldo, Black & Decker, Italtel, Alcatel, Fiat, Postal Market sono solo alcune delle aziende, italiane e non, che hanno condotto pesanti ristrutturazioni negli ultimi anni, in Italia ed altrove. In alcuni casi si è trattato di cessazioni dell'attività, in altri di acquisto da parte di un concorrente, in altri di spostamento all'estero della produzione, in altri ancora di tagli al personale in nome della produttività.

Ci sono state lotte molto forti in queste fabbriche, contro le ristrutturazioni che hanno visto partecipare migliaia di lavoratori. Il problema di quelle manifestazioni era la debolezza della risposta politica. Si portava avanti, comprensibilmente, la richiesta di un qualche intervento statale (una legge, un'ordinanza, tavoli di trattativa) che fermasse il processo. Attorno a queste posizioni erano articolate le parole d'ordine del movimento: vogliamo leggi che, in qualche modo, obblighino le imprese a continuare la produzione, tanto più che spesso queste hanno usufruito di fior di contributi statali di vario genere. Quello che si chiede, dunque, è un intervento dello stato che impedisca alle multinazionali di perseguire solo ed esclusivamente i propri scopi di profitto, senza curarsi delle drammatiche conseguenze sociali che questo implica.

Perché non si resti nel regno della speranza, però, è necessario chiedersi: esiste la possibilità effettiva di fermare le multinazionali con leggi che ne regolino il comportamento, o che tassino la fuoriuscita di capitale, o che gli pongano delle condizioni ben precise all'entrata?

La risposta è no, o meglio, no se vogliamo rimanere in quadro di compatibilità del capitalismo. Il processo di internazionalizzazione del capitale, infatti, è necessario allo sviluppo capitalistico. Quando un'impresa si rende conto che in patria non riesce più a fare i profitti voluti decide di andare all'estero, alla ricerca di miglior rapporto qualità-prezzo per le materie prime, le strutture ed i lavoratori. Questo, innanzitutto, crea concorrenza fra gli stati che cercano di attrarre i capitali con la più vasta gamma d'incentivi possibili: ammortizzatori sociali, contratti d'area, incentivi alla produzione, flessibilità sulle assunzioni, finanziamenti a fondo perduto, sgravi fiscali; in secondo luogo sfrutta la disperazione dei lavoratori dei paesi più poveri che sono disposti a ricevere salari minimi pur di sopravvivere, per poi, come se non bastasse, pagare il debito pubblico che gli incentivi generano con gli alti tassi d'interesse e i tagli allo stato sociale.

I risultati disastrosi di queste politiche sono sotto gli occhi di tutti: la Fiat mette 24mila lavoratori in CIG dopo aver incassato molte migliaia di miliardi sotto forma di incentivi; negli USA il salario medio di un lavoratore non specializzato è passato da 12 a 8 dollari l'ora; i lavoratori dei paesi del sud-est asiatico ed America latina sono alla fame (come quelli cinesi) pur lavorando a ritmi forsennati. Ma nel capitalismo non c'è via di scampo: gli stati che non attuano queste politiche sono tagliati fuori dai flussi di capitale, ecco perché è pura utopia pensare che i governi posano muoversi contro il volere del capitale internazionale (tanto più che la concentrazione di quest'ultimo fa sì che se un governo toccasse una multinazionale nessuno investirebbe più in quel paese).

Qual è dunque l'alternativa al massacro sociale che le multinazionali portano con loro? Innanzitutto, come il capitale è divenuto globale così deve fare anche il movimento operaio, deve coordinarsi su scala più ampia possibile, perché comune ai lavoratori di tutto il mondo è lo scenario cupo dominato dallo strapotere del capitale. I lavoratori UPS, come quelli della Renault, o i portuali australiani, hanno dato un esempio di come la lotta possa essere internazionalizzata anch'essa, svilupparsi da un capo all'altro dell'oceano (cfr. " La lotta dei lavoratori UPS " a cura della RSU-UPS Italia) quando ci si rende conto che i problemi dei lavoratori sono uguali in tutti il mondo. Paradossalmente, forme di produzione come il "just-in-time", pensate proprio per ridurre i tempi della produzione, possono aiutare la diffusione e l'efficacia della lotta. Qualche anno fa ci fu il caso di una piccola fabbrica norvegese di paraurti il cui sciopero ha bloccato per qualche giorno la produzione del colosso Volkswagen. Situazioni del genere permettono, intanto, di vincere la lotta, ma, soprattutto, di far capire ai lavoratori delle aziende coinvolte l'importanza del coordinamento internazionale tra le forze sindacali, attorno a piattaforme comuni, perché comuni sono i problemi dello sfruttamento.

Le multinazionali non si piegheranno davati ad appelli e petizioni, ma solo davanti alla lotta cosciente ed organizzata della classe lavoratrice, che imponga l'esproprio, senza indennizzo, delle multinazionali ed il controllo operaio della produzione. Non dobbiamo mai dimenticare che è la classe operaia che manda avanti la produzione, che sa come si lavora, a prescindere dal padrone, il cui ruolo è solo quello di trovare metodi nuovi per appropriarsi dei frutti del lavoro altrui. La produzione delle merci, per soddisfare i bisogni di tutti, non ha bisogno di padroni, né di concorrenza, né di sfruttamento. Queste cose sono necessarie per mantenere in piedi il dominio dell'anarchia della domanda e dell'offerta sui destini del mondo, così da avere, contemporaneamente, giganteschi sprechi e fame. Solo espropriando i padroni e pianificando la produzione si possono veramente soddisfare i bisogni, nella uguaglianza e nel rispetto dei diritti di tutti lavoratori.

 
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