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1968: l’anno della rivoluzione Stampa E-mail
Scritto da Barbara Areal   

1968: l’anno della rivoluzione

Trent’anni fà il ‘68 aprì un periodo di grandi trasformazioni che sconvolsero l’intero pianeta.

L’autrice del presente articolo sul maggio francese è la compagna Barbara Areal, militante del Pce (Partito comunista spagnolo) oltre che ex segretaria del Sindicato de Estudiantes spagnolo; la ringraziamo per averci concesso di pubblicare il suo articolo e ci scusiamo con lei per averlo tagliato per inesorabili esigenze di redazione.

Il generale De Gaulle, il 31 dicembre del ‘68 concludendo il discorso di fine anno, disse:"Sotterriamo finalmente i diavoli che ci hanno tormentato nel corso dell’anno che si chiude".

Il maggio ‘68 costituisce per la borghesia una pagina amara della sua storia, un periodo da dimenticare e da infangare perchè nessun giovane o lavoratore possa domani essere ispirato da questa esperienza rivoluzionaria.

Non ci proponiamo con questo scritto di fare un trattato accademico o una descrizione dettagliata degli avvenimenti ma trarre le conclusioni fondamentali da quella esperienza che ci permettano di imparare dalla storia per non essere in futuro degli spettatori, ma una parte attiva nella lotta di classe. Il boom del dopoguerra influenzò profondamente il panorama politico, soprattutto le direzioni delle organizzazioni operaie che rimasero abbagliate per le "conquiste" dell’economia di mercato.

Con una crescita media del 5-6%, tra il ‘48 e il ‘60, il capitalismo sembrava aver superato le sue contraddizioni, al punto che la Spd tedesca abolì dal suo programma (nel congresso di Bad Godesberg) la prospettiva del socialismo. Sembrava che nei paesi capitalisti avanzati la lotta di classe fosse superata e la stabilità politica garantita, ma la realtà era un’altra e la classe operaia francese si incaricò di dimostrare le potenzialità rivoluzionarie dei lavoratori.

Un elemento centrale che segnerà l’epoca, saranno le lotte delle masse nei paesi ex-coloniali per liberarsi dall’oppressione imperialista.

Ogni manifestazione, ogni sollevazione popolare, ogni rivoluzione in Africa, Asia e America Latina era una denuncia del supersfruttamento selvaggio subito da gran parte della popolazione da parte dell’imperialismo.

Il trionfo della rivoluzione cubana nel ‘59 e di quella algerina nel ‘62, la resistenza eroica del popolo vietnamita, provocò un’ondata di simpatie tra milioni di giovani e lavoratori a livello mondiale.

 

La lotta contro l’oppressione imperialista

 

In Messico nonostante una crescita del 7% tra il ‘62 e il ‘68, le diseguaglianze sociali si approfondirono; il 3% della popolazione controllava l’83% della ricchezza mentre 10 milioni di messicani erano nella fame assoluta. Il malessere sociale esplose in primo luogo tra gli studenti, che rapidamente guadagnarono la simpatia dei lavoratori.

Il 13 e il 27 agosto ci furono due manifestazioni con 150mila e 500mila partecipanti. Il movimento raggiunse un alto livello di organizzazione come dimostra la costituzione del Consiglio Nazionale di Sciopero che coordinò la lotta sudentesca in tutto il paese.

La risposta dello Stato fu brutale. La borghesia messicana e l’imperialismo temevano che la situazione andasse fuori controllo e che la lotta andasse più in là del dovuto. Il 2 ottobre le forze speciali, agli ordini del presidente Gustavo Dìaz Ordaz, assediarono l’assemblea che si teneva nella Piazza delle Tre Culture assassinando centinaia di persone. Non si seppe mai con precisione il numero delle vittime del massacro di Tlatelolco; stime indipendenti sono arrivate a parlare di almeno 2mila morti.

L’impunità e l’ipocrisia della borghesia messicana non conosceva limiti. Pochi giorni dopo il massacro si inaugurarono in Messico i Giochi Olimpici con il tema "Tutto è possibile con la pace". Effettivamente l’imperialismo conosce un solo modo per mantenere il proprio controllo, imponendo la pace dei cimiteri.

Due anni prima, tra la fine del ‘65 e l’inizio del ‘66, un milione di persone vengono assassinate in Indonesia quando il 5 ottobre il Consiglio Rivoluzionario assumeva il potere con un poderoso Partito Comunista che aveva tre milioni di iscritti.

Quando nel ‘62 l’imperialismo francese si ritirò dall’Algeria dopo 8 anni di guerra, lascierà alle sue spalle un autentico bagno di sangue: 8mila villaggi distrutti e un milione di morti.

Infine l’impressionante resistenza del popolo vietnamita all’intervento militare dell’imperialismo statunitense galvanizzò l’intero pianeta.

Un esercito di contadini scalzi fece fronte e sconfisse l’esercito più forte al mondo. R. Francis Kennedy, dirigente di primo piano del Partito Democratico, riconoscerà che "mezzo milione di soldati americani e 700mila alleati sudvietnamiti, che avevano un controllo aereo assoluto e godevano del sostegno di un enorme quantità di materiali e di mezzi tra i più moderni sono incapaci di garantire la sicurezza di una sola città assediata dal nemico, che dispone di una forza approssimativamente di 250mila uomini".

Il punto di forza dei Vietcong non era il potenziale militare, nè la preparazione dell’esercito, ma la determinazione e la combattività dei contadini poveri che non potevano aspettarsi nulla dal capitalismo, salvo miseria e umiliazione.

Ciò che doveva essere una dimostrazione di forza dell’imperialismo statunitense, si trasformò in uno degli esempi storici più impressionanti della capacità di resistenza di un popolo povero e oppresso.

E quando nel ‘75 l’imperialismo dovette riconoscere la sua sconfitta e ritirarsi definitivamente, fece pagare caro al popolo vietnamita il suo coraggio, lasciandosi dietro più di due milioni di morti e 10 milioni di ettari di terra non coltivabili.

Ancora oggi come conseguenza dell’uso di armi chimiche da parte dell’esercito Usa, si producono ogni tipo di malformazioni nei neonati e enormi quantità di terra continuano ad essere incoltivabili.

Gli Usa, che rappresentavano il cuore e allo stesso tempo il gendarme del capitalismo, vennero scossi da un gigantesco movimento dei giovani che rigettò il massacro iniziato in Vietnam. Il movimento iniziato nel ‘65 raggiunse il suo livello più alto nel ‘68, quando i giovani chiamati alle armi ottenero un tale sostegno sociale da poter disertare in massa. In quell’anno 2.572 soldati profughi vennero processati, quasi 5mila subirono un’istruttoria di processo e 200mila risultarono assenti senza permesso ufficiale.

In Italia ci furono occupazioni universitarie nel ‘68. Ma non si mobilitarono solo gli studenti; i lavoratori iniziarono una estesa ondata di scioperi che si rifletterà nella formazione di organi operai di contropotere (consigli di fabbrica) nel corso del ‘69, il cosiddetto Autunno Caldo, come venne chiamato per l’intensità delle lotte operaie e le numerose occupazioni di fabbrica.

La lotta operaia sembrava non avere confini. Anche i paesi stalinisti del cosiddetto "socialismo reale" vennerò influenzati.

Una lotta impressionante, la cosiddetta Primavera di Praga, fu quella della classe operaia cecoslovacca che cercò di stabilire un regime di autentica democrazia operaia, dimostrando che l’alternativa all’asfissiante regime burocratico non era il capitalismo, bensì il socialismo basato sulla partecipazione attiva dei lavoratori nella gestione della società.

La rivoluzione politica degli operai e dei giovani cecoslovacchi venne schiacciata dall’intervento militare sovietico. La burocrazia di Mosca non solo temeva il trionfo della rivoluzione politica in Cecoslovacchia, ma gli effetti che questa poteva avere nel resto dei paesi dell’Est.

Ci furono mobilitazioni studentesche di massa a Rio de Janeiro, Buenos Aires, Montevideo, ecc. In Spagna, nonostante la repressione, il 1° Maggio del ‘68 venne segnato dalle mobilitazioni, con scioperi, cortei, presidi e manifestazioni; a Madrid e altre città le università vennero chiuse. Ciò nonostante la dittatura franchista non potè impedire che circolassero in modo clandestino documenti, volantini e manifesti sul Maggio ‘68 francese.

 

Rivoluzione in Francia

 

All’inizio del ‘68 si compiva il decennale del regime gaullista. Le organizzazioni di sinistra e i sindacati non prevedevano mobilitazioni generalizzate, tanto meno che ci fosse alle porte una rivoluzione. Anche la borghesia abbagliata dal boom economico del dopoguerra, era profondamente fiduciosa.

Norman Macrae, nello stesso maggio ‘68, scrisse sull’Economist: "... il gran vantaggio della Francia sui loro vicini di oltremanica è che i loro sindacati sono pateticamente deboli."

I momenti rivoluzionari sono eccezionali. Nella maggior parte della loro esistenza i lavoratori anche quando lottano, non mettono in discussione il sistema nel suo complesso. Ma nonostante questo accumulano esperienza e tirano le proprie conclusioni.

Sia tra gli analisti della borghesia, che in settori del movimento operaio, esiste una tendenza, anche se per ragioni differenti, a identificare meccanicamente l’atteggiamento dei vertici del movimento operaio con lo stato d’animo e l’ambiente tra i lavoratori.

Il fatto che i lavoratori non rispondano immediatamente ad un attacco, o permettano che i loro rappresentanti facciano accordi peggiorativi con la borghesia non significa che approvino e siano soddisfatti. Il fatto che non si iscrivano a un partito di sinistra, per il disincanto provocato dalla sua politica, non significa che abbiano abbandonato l’idea della lotta.

Quando arriva il momento si mettono in marcia, senza stare a gurdare se le proprie organizzazioni sono in grado di prendere il potere o a disquisire se i propri dirigenti difendono un programma adeguato.

 

I giovani scendono in piazza per primi

 

Come in altre esperienze rivoluzionarie furono i giovani ad esprimere per primi le contraddizioni in atto nella società francese.

Il 22 marzo hanno inizio a Nanterre le prime proteste per la detenzione di alcuni studenti membri di un comitato di solidarietà col Vietnam, accusati di aver provocato delle esplosioni con la dinamite.

In risposta, gli studenti occupano l’università. La risposta del governo è di tono ancora più repressivo. Il 2 maggio la polizia interviene per impedire una manifestazione contro l’intervento imperialista in Vietnam, il 3 maggio interviene per impedire lo svolgimento di una assemblea alla Sorbona di solidarietà con i compagni di Nanterre e il 4 maggio entrambi le università vengono chiuse.

La repressione risveglia la solidarietà, il movimento si allarga con strabiliante rapidità, gli studenti medi si uniscono alla mobilitazione. Nel quartiere latino sorgono le barricate, gli scontri con la polizia nella notte tra il 3 e il 4 maggio provocano un gran numero di arresti e di feriti.

La classe operaia mostra una grande simpatia verso gli studenti e non resta impassibile di fronte alla brutalità poliziesca. Durante quella notte nel quartiere latino offrono rifugio agli studenti e urlano indignati alla polizia lanciandogli dalle finestre ogni tipo di oggetti. Il malessere accumulato sotto la superficie inizia ad esprimersi.

Alla testa del movimento non si trova la storica Unef (Unione nazionale degli studenti francesi), che da tempo aveva acquisito un atteggiamento conservatore e un funzionamento burocratico.

Con lo sviluppo della lotta erano sorte nuove organizzazioni come il Movimento Ventidue di Marzo. Uno dei suoi leader è Daniel Cohn-Bendit, studente di sociologia, che si definisce "visceralmente anticapitalista, antiautoritario e anticomunista".

Negli interventi dei leader studenteschi appare una profonda critica alle organizzazioni operaie, per il loro conformismo al sistema. Cohn-Bendit, coma altri leader del movimento rifiutano la politica del Pcf e dei sindacati. La loro critica dimenticava però il ruolo decisivo della classe operaia nella lotta per abbattere il capitalismo e non distingueva tra le aspirazioni rivoluzionarie della base della sinistra francese e le loro direzioni riformiste.

La confusione di alcuni dirigenti studenteschi si può riassumere nelle parole pronunciate da Daniel Cohn-Bendit: "Non c’è nessuna differenza essenziale tra l’Est e l’Ovest... la rivoluzione d’ottobre fu una rivoluzione borghese senza borghesia".

Lenin ebbe già modo di spiegare come l’estremismo e il settarismo sono il prezzo che spesso si deve pagare per la capitolazione dei riformisti.

 

Il Pcf si scontra con il movimento studentesco

 

Anche se può apparire sorprendente, la direzione del Pcf, denunciò gli studenti. Il 3 maggio l’esecutivo del Pcf fece una dichiarazione di condanna contro l’atteggiamento degli estremisti che, con la scusa delle carenze governative, speculavano sul disagio degli studenti bloccando il funzionamento delle facoltà e impedendo alla maggioranza degli studenti di lavorare e fare esami. L’Humanite, quotidiano del Pcf, scrisse che si trattava di "falsi rivoluzionari che è necessario smascherare".

Non c’è dubbio che molti dirigenti studenteschi avessero pregiudizi piccolo borghesi e che il loro leader principale attacava il Pcf. Ma non era troppo difficile vedere che dietro le critiche di Cohn-Bendit, in una qualche forma si esprimeva il rifiuto di un settore importante della gioventù contro il riformismo, il carattere autoritario dei regimi stalinisti e non da un punto di vista capitalista.

Questi giovani infatti parteciparono alle manifestazioni contro l’aggressione imperialista in Vietnam, in Algeria; si identificavano con il Che. Rigettavano il capitalismo, però la società a cui aspiravano non aveva niente a che fare con i regimi burocratici dell’Est.

Cosa avrebbe dovuto fare invece il Pcf in quella situazione?

In primo luogo, di fronte alla repressione dello Stato borghese, il Pcf doveva collocarsi a fianco degli studenti. In secondo luogo si trattava di comprendere che era iniziato un movimento che metteva i giovani sul piede di guerra.

Questo approccio era l’unico che poteva far avanzare nel corso della lotta il loro livello di coscienza, superando i pregiudizi offrendo una prospettiva socialista. Si trattava di guadagnare un riconoscimento dagli studenti dimostrando il carattere rivoluzionario del partito. Però il Pcf, come si dimostrò nel corso di tutto il processo, non aveva questo carattere.

Di fronte alle critiche che venivano fatte all’Urss la unica risposta della direzione era disprezzare il movimento dei giovani.

Inoltre Waldeck Rochet, segretario generale del Pcf, giustificò il brutale intervento sovietico che schiacciò il movimento dei lavoratori e dei giovani cecoslovacchi.

Il 4 maggio il sindcato studentesco Unef fu costretto a convocare con il sindacato dei professori Snep-Sup uno sciopero ad oltranza fino alla liberazione dei manifestanti arrestati dalla polizia.

 

La mobilitazione si estende a tutta la società

 

L’escalation di repressione continuò, il 6 maggio vennero chiuse tutte le facoltà di Parigi, e nella manifestazione attaccata dai Crs (celerini francesi), 739 manifestanti finirono all’ospedale. Il movimento progrediva sempre più e la repressione invece di indebolirlo provocava ancora più indignazione e decisione alla lotta.

L’11 maggio il primo ministro, George Pompidou, di ritorno dall’Asia, riaprì la Sorbona volendo mostrarsi aperto al dialogo.
Ma il movimento, correttamente, interpretò questa concessione come un sintomo di debolezza, la lotta continuò.

Nonostante questo nessuno dei grandi sindacati, Force Ouvriere (fondata nel ‘47 dagli scissionisti della Cgt che volevano contrastare l’influenza comunista dalla classe operaia), la Cgt (sindacato legato al Pcf), la Cfdt (cristiano-sociali) e la cattolica Cftc lavorava per unire il movimento studentesco alla classe operaia.

Nuovamente sull’Humanitè si insisteva sul fatto che il sindacato ha obiettivi fondamentalmente economici e non può cadere nell’avventurismo.

Nelle sue memorie Cohn-Bendit ricorda: "La Cgt aveva paura aveva previsto una manifestazione per il 14 perchè il 13 maggio era il decimo anniversario della salita al potere di De Gaulle: era la sfida! Non poteva convocare una manifestazione per lo stato sociale, nessuno ci credeva".

Grazie alla pressione del movimento si riuscì a convocare una manifestazione congiunta per il 13 maggio della Cgt, la Cfdt e gli studenti. Nuovamente la ragione è dalla parte del movimento, la convocazione ha un successo totale con la presenza di mezzo milione di persone.

Il governo retrocede nuovamente e libera i prigionieri. De Gaulle, cercando di mostrarsi calmo, non cambia i suoi programmi e parte per il suo viaggio in Romania. Però questo genere di azioni non contano, il movimento ha la sua propria dinamica e entra in una nuova fase di crescita. In questi momenti, quando la classe si sente forte, la capacità di giungere a conclusioni, di imparare è enorme; i processi si sviluppano molto più rapidamente che in un periodo di calma.

Una delle lezioni più importanti dell’esperienza del maggio ‘68 fu che la classe operaia seppe cominciare una rivoluzione, senza le proprie organizzazioni che non l’avevano convocata, e senza una direzione ferma e decisa. L’istinto di classe fu sufficiente per mettere in braghe di tela la borghesia.

Lo stesso valeva per gli studenti. Daniel Cohn Bendit ebbe modo di dire che "non avevano un obiettivo politico immediato... non c’era un’organizzazione: neppure il Ventidue di Marzo era in grado di assumersi questa responsabilità".

 

La rivolta studentesca, l’anticamera della rivoluzione

 

Il movimento studentesco non tardò a contagiare i lavoratori. Nello sciopero della fabbrica Sud-Aviation di Nantes, lotta che iniziò con richieste puramente economiche, come la difesa salariale, la riduzione d’orario, i lavoratori spontaneamente occuparono la fabbrica e presero in ostaggio il direttore e i suoi collaboratori.

Alla Renault-Billancourt di Parigi una manifestazione studentesca si congiunge agli operai, e uniti con il pugno alzato cantano l’Internazionale. Non si tratta di esempi isolati; con il passare dei giorni, delle ore, gli scioperi si estendono a tutto il paese.

Il 19 maggio si conteranno due milioni di scioperanti, il 20 maggio cinque milioni, il 21 maggio otto e infine il 28 maggio ci saranno 10 milioni di lavoratori in sciopero. Le grandi fabbriche sono alla testa, Renault, Michelin, Peugeot, Citroen, le miniere, i porti, il settore automobilistico, i cantieri navali, la metro, l’elettricità, il gas, nessun settore della produzione si salva dall’avanzare della lotta.

Milioni di lavoratori occupano le fabbriche, istintivamente, fanno tremare uno dei pilastri del sistema capitalista: la sacrosanta proprietà privata. Si sentono proprietari delle fabbriche.

In diverse città sorgono comitati di quartiere per organizzare la lotta. A Nantes l’organizzazione degli scioperanti andò più in là. I comitati di quartiere si unirono in un Comitato centrale di sciopero di tutta la città che venne appoggiato dai sindacati operai, dai contadini e dagli studenti. Rapidamente il comitato prende il controllo della città.

Cosciente del ruolo che assume il 27 maggio si installa nella sede del Comune e si dichiara nuova autorità municipale.

I suoi compiti saranno il controllo della attività economica: emise buoni alimentari da utilizzare nei negozi, ai distributori di benzina, organizzò i trasporti e l’istruzione, creando asili dove i lavoratori potevano lasciare i bambini durante la lotta.

L’esperienza di Nantes è specialmente importante perchè dimostrò fino a che punto potesse arrivare il movimento, i lavoratori potevano assumere il controllo della società.

Assieme all’occupazione delle fabbriche, questo è uno degli aspetti fondamentali di un processo rivoluzionario: i lavoratori dimostrano che la borghesia, le sue istituzioni, il suo Stato non sono necessari per governare la società.

In questo comitato di lotta possiamo vedere l’embrione di un soviet come quelli che emersero nella Russia rivoluzionaria del 1917.

 

I ceti medi vengono attratti dalla lotta

 

La forza e la decisione del movimento operaio influenzarono altri settori sociali come i ceti medi e la piccola borghesia, che in altri tempi costituivano la base della reazione.

I contadini organizzarono manifestazioni di protesta contro la politica agricola del governo. Gli intellettuali e gli artisti parteciparono attivamente nel movimento: a metà maggio gli attori occuparono il teatro Odeon, il festival di Cannes si interruppe e cinque premi Nobel francesi, appoggiarono gli studenti.

Una prova dell’ambiente che c’era fu l’insuccesso totale che ebbero i tentativi di mobilitazione organizzati dalla reazione. Con l’arrivo di De Gaulle il 18 maggio in Francia, i sedicenti comitati per la difesa della Repubblica convocarono una manifestazione alla quale parteciparono solo 2.000 persone.

I media falliranno allo stesso modo. I lavoratori poligrafici, anch’essi in sciopero daranno un contributo fondamentale: attraverso i loro comitati censureranno le bugie nella stampa dei loro editori.

Un dirigente degli studenti ricorda l’accoglienza che ricevette quando fu a un dibattito televisivo: "Arrivammo alla Tv ... ricevemmo subito la simpatia dei tecnici, di tutti i presenti".

La stessa polizia non viveva in una campana sotto vuoto. Settori significativi vennero influenzati dalla lotta; quando le piazze saranno piene di manifestanti sorgono le prime simpatie verso il movimento. Il Times, nel suo editoriale del 31 maggio informa che "la polizia francese bolliva di malcontento"

Il sindacato di polizia avvertirà il Governo che "gli agenti di polizia apprezzano le ragioni degli scioperanti e deplorano il fatto che anche noi in base alla legge non possiamo partecipare con il resto del movimento operaio... Le autorità pubbliche non dovrebbero utilizzare sistematicamente la polizia contro le lotte operaie".

È un vero incubo per la borghesia, la classe operaia è da tutte le parti. Tutti gli strumenti su cui si appoggia la classe dominante, indispensabili per il suo dominio ideologico e fisico, come le forze di repressione, le scappano di mano.

L’enorme apparato dello Stato borghese che in tempi "normali" appare come onnipotente e invulnerabile appare come un colabrodo quando si scontra con il movimento operaio.

 

I dirigenti operai rinunciano alla presa del potere

 

In poche settimane si produsse una svolta decisiva; non si trattava di una mera rivolta studentesca ma era la classe operaia che si metteva sul piede di guerra.

La classe dominante era profondamente demoralizzata. Anni dopo l’ambasciatore americano ricorderà come De Gaulle gli disse al ritorno dalla Romania: "È finito il gioco. In pochi giorni, i comunisti saranno al potere".

In quelle circostanze cosa poteva fare la classe dominante? Aveva una sola possibilità: ricorrere ai dirigenti socialisti, comunisti e dei sindacati per salvare il capitalismo.

Il 25 maggio iniziarono i negoziati tra il governo i padroni e il sindacato; il 27 si giungerà a un accordo che verrà ricordato come il patto di Grenelle.

Come è possibile che mentre la classe operaia fa una rivoluzione, i dirigenti si riuniscano con la borghesia per discutere su come salvare il capitalismo? Lo stesso Pcf riconobbe che "il movimento si orientava verso una trasformazione profonda e decisiva del mondo in cui viviamo".

Ma come Lenin spiegò in Stato e Rivoluzione: "Chi riconosce solamente la lotta di classe tuttavia non è un marxista, può rimanere comunque prigioniero del pensiero borghese... è marxista solo chi estende il riconoscimento della lotta di classe al riconoscimento della dittatura del proletariato".

La lotta di classe era una realtà che nessuno poteva negare nel ‘68 in Francia, però riconoscere la realtà non è sufficiente, un autentico partito rivoluzionario deve essere preparato a intervenire nella lotta e rendere possibile la vittoria della classe operaia.

I dirigenti del Pcf mancavano di un programma rivoluzionario perchè da lungo tempo avevano rinunciato a basarsi sui lavoratori per abbattere il capitalismo e costruire una nuova società.

In mezzo a questa situazione Francois Mitterand dirà al primo ministro Pompidou: "Che avete fatto dello Stato?".

Il fatto che Mitterand fosse indignato perchè lo Stato borghese era incapace di reagire dava una idea della sua concezione del mondo, mettere in discussione il dominio della borghesia è qualcosa di blasfemo. È certo che se Pompidou avesse potuto rispondergli gli avrebbe detto che faceva tutto quello che poteva ma la classe operaia non voleva essere "ragionevole".

I dirigenti del Pcf dichiararono in più occasioni la loro volontà di favorire "lo sviluppo del movimento di massa, nella lotta per l’avvento di un governo antimonopolista che aprisse la strada al socialismo".

 

Era possibile prendere il potere?

 

Ma al momento della verità, quando giungeva l’ora di prendere il potere, quando la vittoria o la sconfitta della rivoluzione dipendeva interamente dal partito, sorsero ogni tipo di giustificazioni per rinunciare a una politica rivoluzionaria.

Infine la direzione del Pcf fece cadere la responsabilità sulle spalle del movimento che non era sufficientemente maturo per affrontare questo compito.

Waldeck Rochet dichiarò: "... i rapporti di forza non permettevano alla classe operaia e ai suoi alleati di prendere il potere politico nel maggio, come pretendono di dire certi gruppi estremisti irresponsabili."

E ancora "Senz’altro, e questa è un’altra lezione essenziale, quello che è mancato... l’esistenza di una vera alleanza tra la classe operaia, i settori progressisti e antimonopolisti delle città e dei villaggi". Tutte le dichiarazioni di Rochet contraddicevano il corso autentico degli avvenimenti.

Per caso la classe operaia non aveva la forza per trasformare la società? Francamente, se Lenin e il partito bolscevico avessero seguito la stessa politica della direzione del Pcf, l’Ottobre ‘17 non sarebbe mai esistito, tutto si sarebbe fermato al
febbraio del ‘17.

Gli stessi avvenimenti negano l’analisi di Rochet. I contadini convocarono mobilitazioni a fianco alle lotte operaie, ci furono momenti di fraternizzazione con i contadini che distribuivano cibo gratis ai picchetti degli scioperanti che facevano blocchi stradali. I lavoratori delle banche, dell’amministrazione, professori, cattedratici, scienziati, calciatori e artisti si univano al movimento.

Questi settori della società soffrivano le contraddizioni del sistema, erano sensibili alle sue ingiustizie; e in un momento di ascesa rivoluzionaria la classe operaia poteva guadagnare il loro appoggio.

Tuttavia l’appoggio della classe media ai lavoratori non è stabile nè incondizionato; se non c’è la decisione ad andare fino in fondo, la reazione può tornare a conquistare questi settori.

 

L’assenza di direzione consolida la reazione

 

Con gli accordi di Grenelle la borghesia fece concessioni che erano state rifiutate durante anni, con la speranza di raffreddare gli animi: aumenti salariali (settore ferroviario dal 13,5 al 16%, trasporto urbano del 12%, gas e elettricità dal 12 al 20%, miniere dal 12,2% al 14,5%, metalmeccanici dal 10 al 12%, funzionari dal 13 al 20%, ecc...), riduzione d’orario di un’ora, aumento dei giorni di ferie pagati da 25 a 26, ecc.

Anche se i dirigenti erano soddisfatti, la classe operaia non avrebbe abbandonato facilmente le posizioni che aveva conquistato, perchè il movimento si sentiva in condizioni di ottenere molto di più.

L’accordo venne ampiamente respinto dalla base dei sindacati. Le espressioni "potere operaio" e "governo popolare", iniziarono a pronunciarsi nelle assemblee e nelle manifestazioni, la situazione era matura per estendere l’esperienza di Nantes a tutto il paese.

Un partito con un programma autenticamente rivoluzionario si sarebbe collegato allo spirito di lotta delle masse, proponendo la creazione e l’estensione dei comitati di lotta locali e regionali, riuniti in uno nazionale e integrati da rappresentanti democraticamente eletti in ogni luogo di lavoro, in ogni quartiere, università, istituto e villaggio.

Questi comitati si sarebbero fatti carico di orientare politicamente la lotta, di stampare propaganda, di discutere ogni passo, di definire una strategia diretta alla trasformazione socialista della società, garantendo che le decisioni si prendessero in modo democratico dopo un dibattito aperto a tutti.

Una delle prime misure doveva essere la riduzione della giornata di lavoro, per garantire ai lavoratori il tempo necessario per la loro partecipazione attiva nel movimento. Immediatamente i nuovi organi di potere operaio dovevano stabilire un piano di produzione per coprire tutte le necessità sociali: case, scuole, università, ospedali, centri culturali, centri sportivi, ecc.

Con la partecipazione attiva della classe operaia l’economia sarebbe stata gestita secondo i bisogni della maggioranza della popolazione.

Se la minoranza dei privilegiati che controllava i monopoli, le banche, i mezzi di produzione si negava ad accettare questo piano doveva essere espropriata: la classe operaia aveva la forza per portare avanti questo programma.

I piccoli commercianti e proprietari sarebbero stati rispettati, volontariamente e attraverso la loro esperienza potevano comprovare i vantaggi del nuovo sistema.

La rivoluzione non si sarebbe fermata alle frontiere francesi ma si sarebbe estesa a livello internazionale.

Purtroppo la capacità rivoluzionaria della classe operaia non è sufficiente per trasformare la società. Il fattore soggettivo, l’esistenza di un partito rivoluzionario di massa è indispensabile per la vittoria. Quando la rivoluzione incomincia, la controrivoluzione alza la testa. La borghesia non rinuncerà volontariamente alla società che garantisce i suoi privilegi.

L’atteggiamento "ragionevole" dei dirigenti del movimento operaio diede loro respiro, anche se il rigetto di massa contro l’accordo mantenne la situazione piuttosto instabile.

De Gaulle, che fu molto più conseguente nel difendere gli interessi della sua classe, viaggiò in Germania il 29 maggio, per incontrarsi con il generale Charles Massu, comandante in capo delle forze francesi stazionate in Germania.

Massu era responsabile diretto del massacro dell’imperialismo francese in Algeria; l’obiettivo di De Gaulle era quello di sondare se c’erano le possibilità di un intervento armato.

La borghesia non era sicura che l’uso della forza non si sarebbe ritorto contro di lei, considerato gli effetti che la lotta aveva già avuto sulla polizia.

Ma i giorni si susseguivano uno dopo l’altro e la stanchezza tra i lavoratori cresceva considerando che per responsabilità della direzione non c’erano passi in avanti.

Il giorno 28, il governo gaullista si dimise e convocò un referendum che De Gaulle trasformò in un plebiscito. Il 29 ci fu una manifestazione a Parigi convocata dalla Cgt alla quale parteciparono 500mila persone: nonostante i dirigenti, il movimento aveva ancora una enorme forza. Il 30 maggio le truppe del generale Massu iniziarono manovre militari alla frontiera. La controrivoluzione capiva che stava recuperando terreno e agiva con determinazione.

De Gaulle e la borghesia affrontarono il referendum nei seguenti termini; "Il caos o noi", parlando della "minaccia di una dittatura totalitaria". Di fronte a questa propaganda la risposta del Pcf gettò altra acqua gelata sul movimento.

Invece di ribattere gli argomenti della borghesia, la direzione comunista tentò di competere con essa in "responsabilità" e "serietà"; nei cartelli elettorali si poteva leggere: "Contro l’anarchia: per la legge e l’ordine, vota comunista".

I lavoratori erano definitivamente soli, i loro dirigenti facevano appello alla legge e all’ordine, che sotto il capitalismo significa il rispetto della proprietà borghese, e delle sue istituzioni e la rinuncia a qualsiasi cambiamento profondo.

I ceti medi giunsero alla conclusione che se era vero che tutte le mobilitazioni delle ultime settimane avevano provocato disordine e anarchia la scelta tra De Gaulle e il Pcf per gestire il capitalismo non poteva che essere per il primo.

La situazione aveva subìto un cambiamento fondamentale e i ceti medi furono attratti dalla politica più decisa della reazione. Il 30 maggio la destra organizzò una manifestazione alla quale parteciparono quasi un milione di persone. Il 31 maggio il Pcf e la Cgt firmarono un accordo, accompagnato da un invito a tornare al lavoro.

Il 30 giugno le elezioni politiche daranno una maggioranza schiacciante al partito gaullista e ai suoi alleati.

I dirigenti del Pcf si giustificheranno così; "Non c’è dubbio che, sfruttando la paura e ricorrendo allo spauracchio della guerra civile, il potere gaullista ottenne un successo elettorale il 23 e il 30 giugno scorsi".

 

Per la classe operaia la lotta non è finita

 

La borghesia ha un interesse molto speciale a screditare le idee comuniste, e non è un caso che sottolineino come il maggio del ‘68 fu un gran errore; come prova di questo ci ricordano che fine hanno fatto molti dei suoi dirigenti.

In una delle sue memorie, Daniel Cohn Bendit, raccontando del periodo successivo al maggio ‘68 racconta: "Tutto questo periodo fu allo stesso tempo un esilio e una vita da parassita. Vivevo sfruttando le idee che rappresentavo e per le quali avevo lottato".

Però la classe operaia non può fare la vita dei parassiti, deve lavorare per vivere. E nonostante le sconfitte non avrà altro rimedio che ritornare ad alzare la testa e tornare alla lotta.

Nel dicembre del ‘95 abbiamo assistito in Francia alle mobilitazioni più importanti dal maggio ‘68. Milioni di lavoratori si sono ribellati agli attachi del governo Juppè. Come prodotto di queste lotte è in atto una radicalizzazione nella società: la lotta dei camionisti, la manifestazioni e le iniziative dei disoccupati sono il riflesso di una situazione nuova.

Presto o tardi le contraddizioni del capitalismo spingeranno la maggioranza della popolazione verso nuovi ‘68, non solo in Francia assisteremo a nuovi processi rivoluzionari che porteranno alla costruzione di una nuova società realmente socialista.

 

 

 
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