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Sciopero del 1 marzo
La
campagna xenofoba lanciata dalle forze di destra e legittimata dall’azione del
governo Berlusconi non accenna a finire, provando a penetrare in profondità
nella società italiana.
Dagli atti quotidiani di razzismo ai fatti
di Rosarno, esiste un progetto complessivo volto a criminalizzare una parte
significativa del proletariato italiano, circa il 20% del quale costituito da
migranti, e a dividere con il veleno dell’odio etnico i lavoratori.
La presenza di immigrati in Italia,
secondo l’Eurispes, è aumentata dal 2003 al 2009 del 151,1%, arrivando a 3.891.295
unità, con l’ultima sanatoria che risale ormai al 2002. Da allora in poi, i
decreti flussi sono serviti a regolarizzare una minima
parte degli immigrati, lasciando in clandestinità e nello sfruttamento totale
centinaia di migliaia di lavoratori, giustificando tutto ciò con lo spauracchio
della “sicurezza”. Del tutto ingiustificato, se si pensa che a fronte di un
incremento del 500% dei permessi di soggiorno, i tassi di criminalità sono
rimasti pressoché invariati.
Un’atmosfera cupa, in cui ogni diritto
minimo viene negato, in cui si aumentano le spese per emergere dalla
clandestinità (500 euro per l’ultima regolarizzazione di colf e badanti a
settembre scorso), e aumenta lo sfruttamento selvaggio, incentivato da una
politica che permette di cancellare i diritti civili e sociali dei lavoratori
migranti.
La rivolta di Rosarno testimonia come di
fronte ai soprusi dei padroni e alla ribellione dei lavoratori, la risposta
dello stato e delle forze dell’ordine sia di affiancarsi a chi spara sugli
immigrati, casomai deportandoli nei Cie di tutta Italia.
In questa situazione, la nascita dal basso
di uno sciopero degli stranieri convocato per il primo marzo rappresenta una
novità importante, in grado di suscitare una risposta di classe al razzismo e
allo sfruttamento. Il Primo Maggio 2006 negli Usa, dove non si celebra la festa
dei lavoratori, 12 milioni di lavoratori e di lavoratrici migranti si
fermarono, dando vita a manifestazioni imponenti a Los Angeles, Washington e
altre città americane, proprio per fermare una legge che rendeva un reato la
clandestinità.
La forte risposta messa in campo da quel
movimento nasceva da condizioni simili a quelle vissute in Italia: salari
bassi, lavori rischiosi (l’Afl-Cio calcolava che dal 1992 al 2002 gli incidenti
sul posto di lavoro riguardanti stranieri erano aumentati del 46%) e negazione
di assistenza sanitaria, diritto all’istruzione e quant’altro sia utile per
vivere dignitosamente.
L’opportunità di un movimento dei
lavoratori migranti in Italia, dopo il corteo nazionale del 17 ottobre e i
fatti di Rosarno, è gigantesca per la costruzione di un’unità di classe tra
italiani e non, provando a intersecare le lotte di questi giorni contro i
licenziamenti e i fallimenti di numerose aziende (Fiat, Alcoa, Eutelia,
Merloni…).
Se Rifondazione sosterrà, come è giusto e
logico che sia, la mobilitazione del primo marzo, la Cgil non aderisce allo
sciopero, sostenendo come esso sia “pericoloso” per gli stranieri. Le
dichiarazioni di Piero Soldini, responsabile delle Politiche Migratorie della
Cgil, rilasciate all’Unità del 7 febbraio sono esemplificative di una presa di
posizione pericolosa per il sindacato: lo sciopero sarebbe sbagliato “perché
rischiano tendenzialmente una segregazione nella società che li ospita e
rispondere con l’auto-segregazione nelle forme di lotta è un errore”. Più
opportuna, a suo giudizio, sarebbe l’idea di uno sciopero generale, magari di
un’ora sola, ma “di tutti e contro il razzismo”.
La scelta che compie così il vertice della
Cgil è pericolosa per il movimento operaio italiano e per l’antirazzismo,
perché nasconde dietro la prudenza e la preoccupazione per la sorte dei
migranti un’incapacità politica e sindacale di organizzare l’unità tra essi e
il proletariato italiano, e non solo di svolgere un’attività, certamente utile
ma di “servizio”, di sportello per documenti e permessi di soggiorno. Uno
sciopero generale di un’ora è una sorta di contentino, senza la possibilità di
incidere sui rapporti di forza del paese, dato ai migranti per provare a
placare la rabbia di chi ogni giorno rischia i Cie o aggressioni razziste.
Il sindacato
ha sempre organizzato gli sfruttati, anche in tempi peggiori di questi, e con
lotte molto dure, come testimonia la storia del movimento operaio italiano e
internazionale, e spesso cominciando proprio dalla manodopera immigrata, come
negli Usa a inizio secolo con le lotte degli immigrati italiani, o in Germania
con gli scioperi dei lavoratori polacchi. Lotte che, seppur partendo da logiche
separatiste, si estesero ai compagni di lavoro di tutti i giorni, portando a
importanti vittorie e avanzamenti per le condizioni di vita degli oppressi.
I sindacati devono aderire allo sciopero,
intavolando un dialogo e un percorso di lotta comune verso il primo marzo, come
auspicato dall’assemblea de “La Cgil che vogliamo”, ma che va concretizzato con
casse di resistenza, assistenza legale, partecipazione ai cortei e costruendo
nel movimento una piattaforma rivendicativa da portare avanti nelle battaglie.
Il rischio di “separatismo”è in realtà
generato da una posizione errata, che lascia ampio spazio alla demagogia delle
destre (non a caso il Giornale di Feltri si è mostrato molto attento a tale
dibattito), e che rischia di far percepire la Cgil come indifferente, se non
impermeabile, alle istanze dei lavoratori migranti, alimentando così
indirettamente posizioni di divisione all’interno del mondo del lavoro.
Sarebbe un errore
con conseguenze incalcolabili per la Cgil e per la sinistra in generale,
isolare le ragioni dei migranti e perdere l’occasione storica del rilancio
dell’unità delle lotte e delle mobilitazioni antirazziste.
Permesso di soggiorno, sanatoria,
assistenza sanitaria, accesso all’istruzione di ogni ordine e grado, diritto di
voto: da qui partire per lanciare un’offensiva contro il razzismo. Parole
d’ordine che vanno unite al blocco dei licenziamenti (chi perde il lavoro perde
automaticamente il permesso di soggiorno) e ai conflitti sociali in corso,
facendo pagare la crisi ai padroni.
Come comunisti il nostro posto naturale è
in questo movimento, solidarizzando e favorendo la partecipazione dei
lavoratori italiani alla costruzione del riscatto degli immigrati, per
costruire un’alternativa di classe al governo Berlusconi, al razzismo e alla
pavidità dei vertici sindacali. È il caso di scriverlo ancora una volta:
proletari di tutto il mondo, unitevi!
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