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La lotta degli immigrati è la lotta di tutti i lavoratori! Stampa E-mail
Scritto da Giovanni Savino   
mercoledì 17 febbraio 2010

Sciopero del 1 marzo

La campagna xenofoba lanciata dalle forze di destra e legittimata dall’azione del governo Berlusconi non accenna a finire, provando a penetrare in profondità nella società italiana.

Dagli atti quotidiani di razzismo ai fatti di Rosarno, esiste un progetto complessivo volto a criminalizzare una parte significativa del proletariato italiano, circa il 20% del quale costituito da migranti, e a dividere con il veleno dell’odio etnico i lavoratori.

La presenza di immigrati in Italia, secondo l’Eurispes, è aumentata dal 2003 al 2009 del 151,1%, arrivando a 3.891.295 unità, con l’ultima sanatoria che risale ormai al 2002. Da allora in poi, i decreti flussi sono serviti a regolarizzare una minima
parte degli immigrati, lasciando in clandestinità e nello sfruttamento totale centinaia di migliaia di lavoratori, giustificando tutto ciò con lo spauracchio della “sicurezza”. Del tutto ingiustificato, se si pensa che a fronte di un incremento del 500% dei permessi di soggiorno, i tassi di criminalità sono rimasti pressoché invariati.

Un’atmosfera cupa, in cui ogni diritto minimo viene negato, in cui si aumentano le spese per emergere dalla clandestinità (500 euro per l’ultima regolarizzazione di colf e badanti a settembre scorso), e aumenta lo sfruttamento selvaggio, incentivato da una politica che permette di cancellare i diritti civili e sociali dei lavoratori migranti.

La rivolta di Rosarno testimonia come di fronte ai soprusi dei padroni e alla ribellione dei lavoratori, la risposta dello stato e delle forze dell’ordine sia di affiancarsi a chi spara sugli immigrati, casomai deportandoli nei Cie di tutta Italia.

In questa situazione, la nascita dal basso di uno sciopero degli stranieri convocato per il primo marzo rappresenta una novità importante, in grado di suscitare una risposta di classe al razzismo e allo sfruttamento. Il Primo Maggio 2006 negli Usa, dove non si celebra la festa dei lavoratori, 12 milioni di lavoratori e di lavoratrici migranti si fermarono, dando vita a manifestazioni imponenti a Los Angeles, Washington e altre città americane, proprio per fermare una legge che rendeva un reato la clandestinità.

La forte risposta messa in campo da quel movimento nasceva da condizioni simili a quelle vissute in Italia: salari bassi, lavori rischiosi (l’Afl-Cio calcolava che dal 1992 al 2002 gli incidenti sul posto di lavoro riguardanti stranieri erano aumentati del 46%) e negazione di assistenza sanitaria, diritto all’istruzione e quant’altro sia utile per vivere dignitosamente.

L’opportunità di un movimento dei lavoratori migranti in Italia, dopo il corteo nazionale del 17 ottobre e i fatti di Rosarno, è gigantesca per la costruzione di un’unità di classe tra italiani e non, provando a intersecare le lotte di questi giorni contro i licenziamenti e i fallimenti di numerose aziende (Fiat, Alcoa, Eutelia, Merloni…).

Se Rifondazione sosterrà, come è giusto e logico che sia, la mobilitazione del primo marzo, la Cgil non aderisce allo sciopero, sostenendo come esso sia “pericoloso” per gli stranieri. Le dichiarazioni di Piero Soldini, responsabile delle Politiche Migratorie della Cgil, rilasciate all’Unità del 7 febbraio sono esemplificative di una presa di posizione pericolosa per il sindacato: lo sciopero sarebbe sbagliato “perché rischiano tendenzialmente una segregazione nella società che li ospita e rispondere con l’auto-segregazione nelle forme di lotta è un errore”. Più opportuna, a suo giudizio, sarebbe l’idea di uno sciopero generale, magari di un’ora sola, ma “di tutti e contro il razzismo”.

La scelta che compie così il vertice della Cgil è pericolosa per il movimento operaio italiano e per l’antirazzismo, perché nasconde dietro la prudenza e la preoccupazione per la sorte dei migranti un’incapacità politica e sindacale di organizzare l’unità tra essi e il proletariato italiano, e non solo di svolgere un’attività, certamente utile ma di “servizio”, di sportello per documenti e permessi di soggiorno. Uno sciopero generale di un’ora è una sorta di contentino, senza la possibilità di incidere sui rapporti di forza del paese, dato ai migranti per provare a placare la rabbia di chi ogni giorno rischia i Cie o aggressioni razziste.

Il sindacato ha sempre organizzato gli sfruttati, anche in tempi peggiori di questi, e con lotte molto dure, come testimonia la storia del movimento operaio italiano e internazionale, e spesso cominciando proprio dalla manodopera immigrata, come negli Usa a inizio secolo con le lotte degli immigrati italiani, o in Germania con gli scioperi dei lavoratori polacchi. Lotte che, seppur partendo da logiche separatiste, si estesero ai compagni di lavoro di tutti i giorni, portando a importanti vittorie e avanzamenti per le condizioni di vita degli oppressi.

I sindacati devono aderire allo sciopero, intavolando un dialogo e un percorso di lotta comune verso il primo marzo, come auspicato dall’assemblea de “La Cgil che vogliamo”, ma che va concretizzato con casse di resistenza, assistenza legale, partecipazione ai cortei e costruendo nel movimento una piattaforma rivendicativa da portare avanti nelle battaglie.

Il rischio di “separatismo”è in realtà generato da una posizione errata, che lascia ampio spazio alla demagogia delle destre (non a caso il Giornale di Feltri si è mostrato molto attento a tale dibattito), e che rischia di far percepire la Cgil come indifferente, se non impermeabile, alle istanze dei lavoratori migranti, alimentando così indirettamente posizioni di divisione all’interno del mondo del lavoro.

Sarebbe un errore con conseguenze incalcolabili per la Cgil e per la sinistra in generale, isolare le ragioni dei migranti e perdere l’occasione storica del rilancio dell’unità delle lotte e delle mobilitazioni antirazziste.

Permesso di soggiorno, sanatoria, assistenza sanitaria, accesso all’istruzione di ogni ordine e grado, diritto di voto: da qui partire per lanciare un’offensiva contro il razzismo. Parole d’ordine che vanno unite al blocco dei licenziamenti (chi perde il lavoro perde automaticamente il permesso di soggiorno) e ai conflitti sociali in corso, facendo pagare la crisi ai padroni.

Come comunisti il nostro posto naturale è in questo movimento, solidarizzando e favorendo la partecipazione dei lavoratori italiani alla costruzione del riscatto degli immigrati, per costruire un’alternativa di classe al governo Berlusconi, al razzismo e alla pavidità dei vertici sindacali. È il caso di scriverlo ancora una volta: proletari di tutto il mondo, unitevi!

 
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