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L'editoriale del nuovo numero di Falcemartello
La rabbia di
Termini Imerese e dell’Alcoa chiama. Chi risponde? Come salviamo i posti di
lavoro, il patrimonio produttivo, tecnologico, professionale che i padroni
vogliono mandare a rottamare?
La combattività
dei lavoratori è anni luce più avanti delle risposte messe in campo dal
sindacato e dalle forze della sinistra. Alla volontà di resistenza non
corrisponde una altrettanto alta capacità di dare una risposta all’altezza del
pericolo, ossia lo smantellamento definitivo di interi settori della nostra
economia e la trasformazione di centinaia di migliaia di lavoratori in numeri
nelle liste della Cassa integrazione a perdere, della mobilità, o la loro
semplice sparizione dalle statistiche dei lavoratori attivi.
Questa è la
contraddizione drammatica alla quale siamo chiamati a rispondere.
Mentre il
governo vive nel suo mondo fatato (“l’Italia resiste meglio di altri, la crisi
la si combatte con l’ottimismo” e via sproloquiando), l’opposizione
parlamentare non è certo messa meglio. Il Pd si dimena fra primarie e
candidature, Di Pietro sceglie precisamente questo momento per dire che è l’ora
di finirla con la sterile protesta. Ma più di tutto grida vendetta la completa
incapacità del vertice della Cgil di porsi all’altezza dello scontro in atto.
Si parla di uno sciopero generale il 12 marzo per ottenere sgravi fiscali. Un
“richiamo” al governo, dice Epifani. E ai padroni, non abbiamo proprio nulla da
dire?
La risposta oggi
può venire solo dai lavoratori stessi, dalla loro capacità di alzare il livello
del conflitto, di estenderlo fino a rendere chiaro che il massacro dei posti di
lavoro non può passare.
Esiste una
difficoltà obiettiva nel perseguire questo obiettivo: le aziende che sono in
lotta partono da condizioni molto diverse; dimensioni, territori, condizioni
aziendali e sindacali: non esiste una omogeneità di partenza che renda
immediatamente evidente il terreno di unificazione delle lotte. Una indicazione
ci viene però dalla vertenza Eutelia, che da mesi resiste e ha raggiunto un
primo parziale risultato con il sequestro cautelativo dell’azienda da parte di
un giudice, che correttamente ha valutato che lasciarla nelle mani della
proprietà significava semplicemente assistere all’ultimo atto del saccheggio,
al termine del quale resterebbe solo una scatola vuota.
Tuttavia
dobbiamo sapere che nessuna di queste procedure (sequestro cautelativo,
gestione commissariale, procedura fallimentare) di per sé contiene la
soluzione. Sono infatti tutti strumenti volti alla ricerca di nuovi proprietari
o, nel peggiore dei casi, a tentare di salvare il salvabile in termini di
diritti dei lavoratori (salari arretrati, contributi, ecc.), ma in nessun modo
sono modulate su una situazione come quella che stiamo vivendo. In tali
situazioni i lavoratori sono ridotti a spettatori passivi, il controllo rimane
sempre in mano ad altri; giudici, ministero, commissari, eventuali nuovi
acquirenti.
Ma il punto è
precisamente questo: la crisi non è semplicemente un uragano di fronte al quale
tutti sono schiacciati; per i padroni, la crisi è anche ristrutturazione. In
altre parole per loro la crisi è una occasione.
Le imprese ne
approfittano per riposizionarsi sui mercati: spostamento di produzioni,
ristrutturazioni interne, fusioni e acquisizioni, spostamento degli
investimenti verso settori potenzialmente più profittevoli. Per costoro (non
cambia se siano imprese “italiane” o “estere”), i lavoratori, il territorio e
le finanze pubbliche sono semplici merce di scambio in un continuo gioco al
rialzo (per loro) e al ribasso (per tutti gli altri): classico esempio Alcoa
che benevolmente fa balenare la possibilità di produrre ancora per qualche anno
(giusto il tempo di rendere operativo un nuovo stabilimento in Cina…) se Enel
concederà tariffe energetiche più vantaggiose. La barzelletta dell’anno è
quella di Montezemolo, che dichiara che la Fiat non ha mai goduto di incentivi
statali. Come se potessimo dimenticarci l’Alfa Romeo regalata per un tozzo di
pane (e poi chiusa ad Arese e a rischio a Pomigliano), la fabbrica di Melfi
costruita con fior di finanziamenti statali e regionali e con sciagurate
deroghe al ribasso da parte dei sindacati sulle condizioni contrattuali, le
ripetute campagne di rottamazione, le milionate di ore di Cig…
Esistono poi gli
squali sul modello di Agile-Eutelia-Omega: padroni specializzati nel rottamare
aziende dopo averle svuotate della liquidità e di ciò che di valore vi sia
contenuto.
Due sono le
rivendicazioni che possono costituire un primo immediato terreno di
unificazione delle vertenze in corso. La prima è il blocco dei licenziamenti.
La seconda dovrebbe essere una legge che permetta il sequestro di quelle
imprese che chiudono o licenziano, in particolare quelle che hanno inquinato o
che hanno goduto di finanziamenti pubblici sotto qualsiasi specie. Tali imprese
devono essere tolte con urgenza dalle mani dei loro proprietari, poste sotto il
controllo diretto di coloro che vi lavorano e conferite a una rete di poli
industriali pubblici. Come ci hanno insegnato i ricercatori dell’Ispra di Roma,
vittoriosi dopo due mesi di mobilitazione, in Italia non mancano tecnici e
ricercatori che capiscono perfettamente la necessità di una ricerca pubblica e
di qualità e che sarebbero più che disposti a mettere le loro competenze a
disposizione non del profitto privato, ma di un rilancio produttivo condotto
nell’interesse della popolazione.
Salvare e
rinnovare la dotazione industriale del nostro paese è oggi un compito che solo
i lavoratori possono assumersi, nell’interesse della maggioranza della
popolazione, del soddisfacimento dei bisogni sociali, dell’ambiente. Ma per
farlo è necessario innanzitutto mettere le mani su questa enorme ricchezza a
rischio.
La strada per
arrivare a questo obiettivo è quella dell’autorganizzazione dei lavoratori
stessi, che superi le resistenze del sindacato e si ponga da protagonista al
centro dello scontro. Sono maturi i tempi per lavorare a un serio percorso di
raccordo e di unificazione delle vertenze in atto; una grande assemblea nazionale
di delegati e rappresentanti delle aziende in lotta dovrebbe essere il primo
passo, il fatto che siano scese in campo grandi aziende, che già di per sé
possono contribuire a creare la massa critica necessaria, è un elemento che può
facilitare il compito.
Da un’assemblea
come questa, che faccia sentire alta la voce dei lavoratori, senza filtri, può
concretizzarsi l’appello a momenti di unificazione delle lotte, fino a uno
sciopero generale non astrattamente “contro la crisi”, ma per precise
rivendicazioni quali quelle qui accennate e altre che sorgono dal movimento
stesso.
I precedenti non
mancano, in tanti momenti in cui le latitanze sindacali si facevano
intollerabili, i lavoratori italiani hanno costruito percorsi dal basso,
autorganizzati, per superare l’ostacolo e fare sentire la loro voce. In questo
dobbiamo oggi impegnarci, non c’è compito più urgente per chi vuole fare uscire
la sinistra dalla sua situazione di discredito e di marginalità.
8 febbraio 2010
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