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Contro sfruttamento e razzismo - Ribellarsi è giusto! Stampa E-mail
Scritto da La redazione   

Mentre scriviamo abbiamo ancora negli occhi le immagini della rivolta di Rosarno. Alcuni commentatori si sono sorpresi per le caratteristiche, durissime, della rivolta dei lavoratori migranti.

Noi siamo sorpresi e stupiti per il fatto che un’esplosione di rabbia di tal genere non sia avvenuta ben prima. Migliaia di uomini ammassati a vivere per mesi in ruderi o in baracche fatiscenti lavoravano dodici ore per venti euro al giorno: uno sfruttamento bestiale davanti al quale questi lavoratori hanno detto basta, e si sono ribellati giustamente. 

Le ragioni della rivolta di Rosarno hanno ben poco di straordinario. Altri episodi di ribellione contro la crisi capitalista si verificano in tutto il paese. Eutelia, Alcoa, Ispra, Phonemedia, Fiege di Brembio, Manuli: sono focolai isolati, alcuni dei quali sconosciuti ai più, di cui parliamo nelle pagine di questo mensile. Quando si analizzano queste vertenze, quello che colpisce è l’estrema determinazione dei lavoratori di Eutelia quando occupano i siti dell’azienda da diversi mesi o quella degli operai di Alcoa quando sfidano le manganellate della polizia per difendere il proprio posto di lavoro. Nel frattempo, i lavoratori della Fiat scaldano i motori in vista di nuove mobilitazioni, di fronte al progressivo disimpegno del gruppo in Italia. Ci sono certamente differenze, ma comune ai migranti di Rosarno è la volontà di andare fino in fondo nella lotta, costi quel che costi. La caratteristica delle lotte all’interno di questa crisi capitalista è che non consentono mediazioni o spazi per la concertazione. O vincono i lavoratori o vincono i padroni.


Non c’è dubbio che nell’ultimo decennio hanno stravinto i padroni. La polarizzazione tra ricchi e poveri è cresciuta notevolmente: secondo Bankitalia, nel 2008 il dieci per cento delle famiglie italiane deteneva il 48% della ricchezza del paese (nel 2000 era il 41), mentre all’estremo opposto la metà delle famiglie italiane possedeva il 10% (nel 2000 era il 23). I ricchi sono sempre più ricchi, come dimostra il volume dei capitali “rimpatriati” grazie allo Scudo fiscale, mentre milioni di famiglie di lavoratori sono sempre più povere, fenomeno che al sud assume proporzioni ancor più allarmanti.

Queste sono le basi economiche di quella che non esitiamo a definire la “polveriera Italia”.


A Rosarno abbiamo assistito a un punto di svolta. Un precedente si era verificato a Castelvolturno nel settembre 2008, quando la camorra massacrò a colpi di mitraglia sei immigrati africani. Un altro avvertimento c’era già stato all’Eutelia di Roma, quando una squadraccia aveva attaccato i lavoratori mentre occupavano l’azienda. Nella cittadina calabrese bande organizzate dalla ‘ndrangheta e dai padroni, armate di pistole e bastoni, hanno scatenato una caccia all’uomo, malmenando decine di migranti solo per il colore della loro pelle. Maroni li ha incitati e lo Stato li ha aiutati, le Forze dell’ordine hanno infatti operato una vera e propria pulizia etnica deportando 1.500 immigrati in 24 ore lontano dalla Piana di Gioia Tauro. A Rosarno abbiamo visto il volto feroce della reazione che, quando è a rischio l’ordine e la proprietà privata, non si ferma davanti a nulla.

A questa dimostrazione di forza e di violenza della classe dominante è del tutto evidente che i richiami alla tolleranza e alla convivenza pacifica sono più che mai fuori luogo. Allo stesso tempo non basta esprimere una sacrosanta solidarietà con i migranti: ciò che serve è un programma e una mobilitazione che punti all’unità di tutti i lavoratori contro mafiosi e padroni, dal nord a sud.

Oggi la parola d’ordine di unificare le vertenze operaie alle lotte antirazziste o alle mobilitazioni per la difesa dei diritti democratici e antiBerlusconi come quella straordinaria del 5 dicembre è divenuta imprescindibile. Una proposta come questa non può tuttavia avanzarla un social network o un gruppo di intellettuali: serve una risposta di classe.

Dando un’occhiata al panorama offerto dai vertici della sinistra, molti potrebbero dire che tale risposta non verrà mai. Nelle elezioni regionali del marzo prossimo, è impossibile trovare un candidato che difenda anche lontanamente gli interessi dei lavoratori. Addirittura in alcune regioni come il Lazio le rispettive candidate, Bonino e Polverini, potrebbero essere interscambiabili fra centrosinistra e centrodestra. Quasi ovunque il Partito democratico vuole disfarsi del Prc all’interno delle alleanze e tuttavia la direzione di Rifondazione comunista va all’inseguimento di Bersani, implorandolo di non escludere il nostro partito. In mancanza di una strategia alternativa ai due poli, la Federazione della sinistra si prepara probabilmente ad una nuova debacle elettorale.

La contraddizione della “fase” si può così riassumere. Il conflitto c’è ed anzi le lotte che si sviluppano tendono ad assumere caratteristiche sempre più esplosive. Da una parte c’è chi, data la forza e il radicamento di cui dispone, potrebbe organizzarle ma si rifiuta coscientemente di farlo, come i vertici della Cgil (del Pd è inutile parlare). Chi invece vorrebbe intervenire in esse, come il Prc, non ci riesce perché ha perso molto del radicamento nei luoghi di lavoro e di studio di cui godeva solo cinque o dieci anni fa, e stenta a recuperarlo per chiari limiti politici.

Le esplosioni sociali come quella di Rosarno o lotte come quelle dell’Eutelia non saranno un’eccezione nel prossimo periodo. Questi focolai, oggi isolati, possono trasformarsi in un incendio. La radicalità espressa in queste lotte cercherà un’espressione sindacale e politica e potrà fornire l’opportunità di trasformare le organizzazioni sindacali e della sinistra, a partire dal Prc, e farle diventare di nuovo un punto di riferimento per larghe masse di lavoratori e di giovani. Il compito dei comunisti è lavorare a questa prospettiva, aggregando intorno a sé i migliori attivisti nel movimento operaio e giovanile e intervenendo nel conflitto di classe avanzando un programma rivoluzionario.


12 gennaio 2010
 
Leggi l'indice con tutti gli articoli di Falcemartello n° 223 (13 gennaio 2010)
 

 

 
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