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Sosteniamo il documento La Cgil che vogliamo
Il sedicesimo congresso della Cgil cade in un contesto particolare. La crisi economica, la crisi della sinistra, la crescita della
destra e l’imposizione delle sue leggi xenofobe e antioperaie, in poche
parole la crisi di un sistema marcio e corrotto che si rivale sui
settori più deboli della società per mantenere i propri privilegi,
richiederebbe al gruppo dirigente del principale sindacato italiano
un’attenta analisi sulla fase che stiamo attraversando e proposte
puntuali per permettere ai lavoratori di respingere i continui attacchi
padronali.
Cosi invece non è, e i vertici del sindacato portano gravi responsabilità rispetto alla situazione che attualmente stiamo vivendo.
Il documento “I diritti e il lavoro oltre la crisi”
Il documento di maggioranza sostiene la tesi che la causa della crisi è la speculazione “cattiva” che ha fatto entrare in crisi i padroni industriali “buoni”. La speculazione e la relativa bolla che alla fine è esplosa sono il male assoluto. Non si prende neanche in considerazione la possibilità che alla base della crisi del sistema capitalista vi è il problema della sovrapproduzione ovvero che si produce più di quello che la popolazione del paese e del mondo è in grado di consumare.
Se comunque si volesse considerare solo la speculazione l’origine di tutti i mali poi nelle proposte non si traggono le debite conclusioni. In particolare bisognerebbe essere contro i fondi pensione che invece continuano ad essere promossi nonostante siano strettamente funzionali alla “ripresa incontrollata” della speculazione. Promuovendo i fondi pensioni si promuove proprio quella finanza speculativa fuori controllo che si denuncia come causa di tutti i mali.
Quando si viene alle politiche economiche, si presentano come positive le politiche degli altri paesi occidentali, come se tranne Berlusconi, i governi europei fossero tutti a favore dei lavoratori. E dall’altro lato di fatto si fa una critica moderata al padronato italiano che firmando l’accordo separato “si è sottratta (...) all’esigenza di affrontare uniti la crisi”.
Esaltando quindi da un lato i governi occidentali che contemporaneamente a pompare soldi pubblici alle banche e ai padroni hanno sottratto soldi allo stato sociale del proprio paese e nello stesso tempo il documento ripropone l’aspettativa di rimettersi al tavolo coi padroni “buoni”.
Ecco a proposito cosa ha dichiarato Emma Marcegaglia, presidente della Confindustria: "Quella degli assetti contrattuali è stata l'unica vera riforma istituzionale italiana di quest'anno: ha segnato la fine del conflitto ideologico tra capitale e lavoro. La "questione Cgil" me la sono posta, certo, ma ho firmato pensando che modernizzare le relazioni sindacali fosse essenziale e che il pragmatismo delle parti sociali avrebbe portato all'equilibrio. Così è stato. Quello che era sembrato un momento di divisione è poi stato superato: non è un caso che, metalmeccanici a parte, su tutti i contratti poi l 'unita' sia stata ritrovata firmando accordi innovativi prima della scadenza e senza conflitti. Lo considero un successo."(Corriere della sera del 24 dicembre 2009)
Ci si dimentica dell’appoggio dato dalla Cgil ai governi che hanno contribuito significativamente alla politica di distruzione sociale (Amato, Ciampi, Dini, Prodi) e che sono alla base dello scollamento tra sindacato e lavoratori. Anzi la controriforma pensionistica di Dini del 1995 viene ampiamente esaltata. Ci si dimentica del fatto che si è appoggiato il pacchetto Treu, e si continua a enfatizzare il nefasto accordo del luglio 2007 con Prodi. Per poi però dichiarare bisogna finirla col precariato, garantire pensioni non inferiori al 60%, opporsi ai licenziamenti, puntare a far si che il monte dei salari italiani torni ad essere superiore del 50% del Pil.
Il contratto dei chimici farmaceutici
In compenso dopo aver promesso fuoco e fiamme contro l’accordo separato sulla contrattazione nazionale del 22 gennaio 2009, che giustamente la Cgil non ha firmato, si deve ormai prendere atto della rinuncia di Epifani a voler contrastare quell’accordo. Non solo perché a un anno dalla firma nulla è stato fatto di incisivo per respingerlo (se non due manifestazioni al sabato e qualche presidio), ma anche perché i contratti di categoria unitari con Cisl e Uil che rispettano le linee fondamentali di quell’accordo continuano ad aumentare. Ultimo quello dei chimici farmaceutici firmato a dicembre. Contratto in cui si conferma la triennalità degli aumenti, 115 euro lordi in tre anni in tre tranches per la maggioranza degli operai, vengono abrogati gli scatti di anzianità per i nuovi assunti, i contratti a termine potranno durare 54 mesi (la legge dice massimo 36 mesi), vengono introdotti gli enti bilaterali finalizzati a integrare i salari in caso di cassa integrazione, pagati anche dai lavoratori, ci si impegna a istituire la conciliazione e l’arbitrato sulle vertenze aziendali (riducendo la libertà sindacale), si confermano le deroghe a livello aziendale sulle normative nazionali (come prevede l’accordo separato).
Il conflitto c’è
La novità più importante rispetto al passato è però che oggi molti lavoratori si stanno mobilitando. Dalla lotta della Innse con la vittoria degli operai dopo 15 mesi è stato un proliferare di vertenze molto radicali in tutto il paese. Molte, moltissime fabbriche e aziende al contrario di quanto succedeva in passato, davanti all’intenzione del padrone di chiudere o ridimensionare l’azienda i lavoratori si sono mobilitati mettendo in piedi, in molti casi, forme di lotta radicali per impedire i licenziamenti. Lotte come quelle che attualmente stiamo vedendo che coinvolgono piccole e grandi aziende, operai e impiegati, vedi Eutelia, Omnia, Alcoa, la Fiat di Termini Imprese e Pomigliano, la Nokia, insieme a decine di altre aziende sono la prosecuzione di questo movimento che dice che solo col conflitto si può avere la speranza di difendere occupazione e condizioni di lavoro. Ma di questo nel documento neanche se ne accenna. Eppure oggi più che mai esisterebbero le condizioni, partendo dalle tante vertenze avanzate che attraversano il paese in ogni settore, per coordinare, organizzare, indirizzare i lavoratori in una vertenza generale che strappi le singole vertenze dall’isolamento e ricostruisca le condizioni per una controffensiva a ampio raggio.
Il documento La Cgil che vogliamo
Il documento di minoranza, che si pone in alternativa a quello di Epifani, sicuramente non è il documento che avrebbe promosso una sinistra sindacale che si pone l’obbiettivo di lottare per una Cgil democratica e di classe, il documento stesso soffre di una generale mancanza di organicità e coerenza a causa delle numerose concessioni e mediazioni al ribasso raggiunte per poter essere accolto da un settore dell’apparato sindacale più ampio. Cosa non certo positiva perché cosi facendo sono stati imbarcati molti di quei dirigenti che molte responsabilità hanno sull’attuale situazione. È innegabile però che quanto meno il documento ha due punti di forza. Il primo che vede nel suo principale sostenitore la Fiom di Rinaldini, che pur con tutti i suoi limiti è l’unica categoria della Cgil, (come ricorda il presidente di Confindustria) che coerentemente ha rifiutato di firmare il contratto imposto da padroni, Cisl e Uil, e tenta di portare avanti una propria piattaforma più avanzata. In secondo luogo il documento criticando l’incoerenza della Cgil rispetto all’accordo separato esplicita chiaramente che non si puo’ più legare la contrattazione con le compatibilità del sistema (cioè dobbiamo rivendicare in base a quello che ci serve non a quello che ci vogliono dare), si pone il problema di riunificate e ricomporre la classe lavoratrice (partendo dalla riunificazione dei troppi contratti di categoria e sottocategoria che esistono attualmente), si nega l’unità con Cisl e Uil a prescindere. Soprattutto, si attacca espressamente la concertazione e questa è forse la discontinuità concreta più importante del testo.
Tra i 7 gennaio e il 20 febbraio si svolgono circa 50mila assemblee di base, centinaia di migliaia di lavoratori verranno coinvolti nel dibattito, questa è la grande opportunità che ci offre il congresso della Cgil, quella di poter andare direttamente nelle aziende a proporre un’alternativa all’attuale direzione e cercare di intercettare quei tanti lavoratori e lavoratrici che anche sulla base delle mobilitazioni viste in questi mesi condividono la necessità di organizzare una battaglia efficace che prosegua anche dopo il congresso insieme a quei tanti compagni della Rete 28 aprile che oggi difendono il documento alternativo ma nulla hanno da spartire con chi in quel documento ci è entrato dopo aver condiviso le politiche concertative. Da li ripartiremo per ricostruire una vera sinistra in Cgil, per questo sosteniamo il documento “la Cgil che vogliamo”.
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