I fatti di Rosarno sono una cartina al tornasole della "polveriera Italia". Il capitalismo genera lo sfruttamento disumano in cui gli immigrati lavorano e vivono e produce la giusta rivolta di questi sfruttati. Allo stesso tempo il capitalismo genera anche l'odio razziale di cui si sono resi protagonisti tanti "onesti cittadini" italiani. La destra alimenta la xenofobia e il Pd insegue la paranoia securitaria. C'è bisogno di una risposta di classe da parte dei comunisti e della sinistra.
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Li chiamate "clandestini", ma sono il prodotto delle leggi razziste che non concedono possibilità di lavoro regolare. Li considerate "delinquenti", ma sono vittime di tanti atti di violenza. Vogliono solo lavorare, hanno lasciato condizioni spaventose e ne hanno trovato di peggiori. Ma la loro voce, le loro parole, i concetti che esprimono dimostrano una dignità che ministri razzisti, media di regime e politici ignavi non avranno mai. Arturo Lavorato, regista e giornalista calabrese.
Il 7 gennaio a Rosarno, cittadina in provincia di Reggio Calabria, i lavoratori immigrati africani si sono ribellati un’altra volta alla mafia che li sfrutta e al razzismo che li circonda. In contrada Spartimento, nei pressi dell’ex Opera Sila di Gioia Tauro che ospita centinaia di raccoglitori di arance, due africani sono stati feriti con un fucile ad aria compressa. Uno di loro è un rifugiato politico del Togo con regolare permesso di soggiorno. "Lo so che adesso daranno tutta la colpa a noi. E quei ragazzi che si divertivano a utilizzarci come tiro al bersaglio chissà dove sono a spassarsela", dice un lavoratore marocchino alla “Repubblica”. E racconta: "Ridevano, tre ragazzi su una macchina scura. Ridevano e urlavano: `Oggi non si lavora? Dalla statale la macchina ha cominciato ad accelerare e dai finestrini due si sono messi a sparare". "Siamo qui solo per lavorare", urla un giovane del Ghana con l`accento bergamasco. Dopo gli attentanti, alcune centinaia di africani hanno iniziato a protestare bruciando dei copertoni, danneggiando diverse auto e negozi nella cittadina della Piana. Secondo il Ministro dell’interno Maroni, l’immigrazione clandestina a Rosarno alimenta criminalità e degrado.
I lavoratori africani, però, nel dicembre del 2008 si sono resi protagonisti di una protesta che ha portato all’arresto di tre imprenditori per riduzione in schiavitù. Un vero e proprio movimento di protesta contro mafia e sfruttamento. Gli oltre 2500 lavoratori immigrati presenti nella piana di Gioia Tauro vivono in condizioni disumane in ex capannoni, in casolari abbandonati e in capanne di cartone, dove lavorano come braccianti agricoli. Nella Piana si suddividono in tre grossi nuclei. Il primo raggruppamento si trova nella ex Opea Sila a Gioia Tauro, dove in capannoni di una fabbrica abbandonata, vivono oltre 1000 persone; il secondo è a Rosarno in località “La Rognetta”, dove in capanne di cartone si trovano circa 400 immigrati. La prima è una ditta per la produzione di succo, fallita (o fatta fallire) da anni. La seconda doveva distillare ottimo olio calabrese, ma è abbandonata da tempo. Ed infine a Rizziconi, in località “La collina”, dove gli immigrati sono oltre 700 e si trovano in ex capannoni industriali e capanne di cartone. Gli africani dormono, lì, nei silos di metallo. Sono l`ultimo anello di un sistema malato.
Opera Sila, ARSSA o ESAC. Sono tutti acronimi degli enti per l’agricoltura, agenzie per lo sviluppo, che avevano impiantato qui uno stabilimento per la raffinazione dell’olio. Uffici e capannoni, binari e grandi contenitori. Nella regione con il più alto tasso disoccupazione tutto viene abbandonato, come la vicina area industriale: il più grande monumento italiano allo spreco di denaro pubblico, dove la n’drangheta apre e chiude imprese dopo aver intascato i soldi con la legge 488. In estate è stata sgomberata e murata la "Cartiera", altra ex fabbrica abbandonata che per anni ha ospitato la comunità africana. Erano stati promessi interventi strutturali ed altri per fronteggiare l`emergenza umanitaria, ammesso che questi avrebbero risolto il loro stato di sfruttamento. Non è stato fatto nulla, se non progetti astratti (infopoint, orientamento al lavoro), proposte ridicole (villaggio della solidarietà, museo dell`agricoltura), piccoli interventi (bagni chimici installati e poi tolti, cisterne inviate e ritirate). Gli africani sono "poverissimi in un mare di soldi", al pari dei calabresi costretti all`emigrazione.
Nel 1992, l’anno dei primi arrivi gli africani, gli uomini e le donne dell’Est Europa, iniziano a sostituire i braccianti locali nella raccolta degli agrumi. Nel corso degli anni, il prezzo delle arance però scende inesorabilmente: da 1400 lire al chilo fino ai 10-20 centesimi odierni. Ma non tutti si sono impoveriti a Rosarno. Non lo sono ad esempio gli organizzatori della mega-truffa delle «arance di carta» scoperta nel 2007, agrumi virtuali da conferire alle associazioni dei produttori, pesare di fronte a funzionari compiacenti ed infine scambiare coi lauti compensi dell’Unione Europea.
Nell’ultima stagione le problematiche meteorologiche, che hanno compromesso il raccolto, e la crisi economica, che ha portato al crollo del prezzo delle arance, hanno portato le aziende agricole e i piccoli proprietari che “usavano” tale manodopera, ad abbassare le retribuzioni, aumentando il loro sfruttamento. Un episodio di razzismo ha portato ad una rivolta di massa. Ma la rabbia covava da tempo.
I lavoratori immigrati chiedono solo di lavorare in condizioni dignitose, ma si trovano ad essere considerati clandestini per le leggi razziste varate da un governo che alimenta razzismo e xenofobia. Bisogna ricordare che gli immigrati sostengono l’economia agricola del Sud e dell’intera Italia a fronte di salari da fame. Senza di loro arance, pomodori, olive, marcirebbero nei campi. La rabbia dei lavoratori africani di Rosarno è la rabbia di milioni di lavoratori stranieri che sostengono l’economia italiana, tengono in piedi interi settori produttivi e non ne possono più di essere sfruttati e criminalizzati. La disoccupazione, l’erosione del potere d’acquisto dei salari, i tagli allo stato sociale e la precarizzazione dei rapporti di lavoro creano un terreno favorevole per alimentare divisioni fra i lavoratori italiani e stranieri, una guerra fra poveri che favorisce solo i padroni e la n’drangheta, in cui gli strati più sfruttati e ricattabili vengono usati dal padronato per peggiorare le condizioni di vita e di lavoro di tutti. Tutto questo al solo scopo di aumentare i privilegi e il potere di pochi.
È interesse dei padroni costringere centinaia di migliaia di persone al ricatto della clandestinità, alla privazione dei più elementari diritti. È interesse dei padroni dividere i lavoratori italiani da quelli immigrati ed incitare all’odio razziale, che può trovare terreno fertile in un territorio martoriato come quello calabrese. La destra gioca le sue carte, il leghista e ministro dell’Interno Maroni spiega che “siamo stati troppo tolleranti”, gettando altra legna sul fuoco. Ma l’opposizione targata Pd fa da sponda a Lega e Pdl, con le campagne all’insegna della tolleranza zero dei suoi sindaci sceriffi. E quando era al governo, insieme alla sinistra, ha lasciato intatta la Bossi-Fini.
La lotta per condizioni di vita e di lavoro dignitose senza discriminazioni di sesso, religione o razza deve essere posta alla base dell’azione delle organizzazioni sindacali, del PRC e della sinistra per fronteggiare efficacemente gli attacchi del padronato. All’odio razziale e alla caccia all’immigrato il movimento operaio e le sue organizzazioni devono rispondere, non con vuoti appelli all’intervento delle forze dell’ordine ma organizzando la difesa dei lavoratori migranti e una grande manifestazione nazionale a Rosarno contro razzismo e lavoro nero.
La rivolta di Rosarno deve riaprire nel nostro partito la discussione sul tema dell’immigrazione, sul programma di lotta per la difesa dei diritti dei lavoratori immigrati e di tutti i lavoratori e sui metodi per intervenire. Bisogna mettere al centro dell’attività dei circoli il lavoro di intervento politico di radicamento nei luoghi di lavoro, di studio e nei quartieri popolari per spiegare che non c’è differenza tra il lavoratore immigrato che viene sfruttato nei campi dalla n’drangheta e il lavoratore calabrese a nero che rischia la vita sul posto di lavoro: non c’è differenza tra l’immigrato africano che lavora 12-14 ore al giorno per 20-25 euro e il calabrese che viene sottopagato per lavorare senza diritti in un centro commerciale; sono vittime di un sistema di sfruttamento messo in atto dalle logiche del mercato e dalle organizzazioni mafiose. Lo slogan da lanciare è quello dell’unità contro mafia e capitalismo tra lavoratori e studenti di qualsiasi razza, lingua e religione perché il proletariato non ha nazione.
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