Nel settembre ‘96 governo, sindacati e Confindustria siglarono il patto per il lavoro. Le conseguenze di quel patto furono in sequenza il pacchetto Treu (che introdusse il lavoro interinale), le borse di lavoro (che produssero oltre 100.000 nuovi occupati, ma a tempo determinato e sottopagati, quindi nessun effetto sul problema strutturale dell’occupazione) e infine i contratti d’area.
Contratti d’area che hanno visto la loro prima applicazione a marzo a Crotone e Manfredonia. Questi contratti da portare avanti in tutte quelle aree depresse con gravi problemi di occupazione sono di fatto un peggioramento di tutta la flessibilità che i padroni hanno inserito nel mondo del lavoro negli ultimi anni.
Là dove, fino a questo momento, sono state raggiunte delle intese, esse prevedono: Contratti formazione lavoro (Cfl) di 36 mesi, contro i 24 attuali, con due livelli salariali d’inquadramento inferiori alle qualifiche di riferimento. Contratti d’inserimento a tempo determinato per disoccupati di lunga durata, lavoratori in cassa integrazione o in mobilità, con uguale retribuzione dei Cfl. Moratoria della contrattazione economica aziendale per quattro anni, rapporto di apprendistato per i giovani fino a 26 anni di età, della durata di quattro anni, con un salario iniziale del 60% del minimo contrattuale. Possibilità di fare assunzioni a tempo determinato fino a un 20% in più delle quote dei contratti nazionali.
A tutto ciò, che permetterà di abbattere in media il costo del lavoro di circa un 25-30% bisogna aggiungere tutte le concessioni sui contratti nazionali già esistenti. Si avrà inoltre piena libertà nell’utilizzo degli impianti e quindi nel lavoro su turni, di notte, festivi, ciclo continuo, part-time, stagionali e week-end.
Se ciò non basta si da all’azienda la possibilità di adottare orari annui medi, cioè l’introduzione di una settimana lavorativa media di 40 ore che sarebbe il risultato di "picchi" lavorativi alternati a momenti di "morta", con ulteriori vantaggi per i padroni che potranno abbattere significativamente il costo degli straordinari.
L’esempio dello stabilimento della Fiat di Melfi ci può servire per capire quali veramente siano gli interessi che si nascondono dietro queste strategie per il lavoro.
Quando venne approvato l’insediamento dello stabilimento, con parecchi finanziamenti dello Stato a fondo perduto, ci furono sconti contrattuali notevoli. Eppure ciò non diede vita a uno sviluppo industriale sul territorio. L’investimento della Fiat a Melfi non fu neanche alternativo all’insediamento di nuovi stabilimenti all’estero, infatti la Fiat 500 ora viene fabbricata in Polonia. Viceversa gli sconti operati sulle condizioni di lavoro hanno incominciato a risalire la penisola e sono diventate terreno di competizione tra gli stabilimenti del nord e del sud. Quando i padroni del nord chiedono sconti al sud li considerano anche esperimenti da riportare a casa il più presto possibile. Quello che si propone come un modello di sviluppo per il
sud è in realtà un modello di reindustrializzazione selvaggia del nord.
I dirigenti dell’Unione degli industriali di Torino, a tale proposito, hanno già avuto diversi incontri con rappresentanti dei sindacati e del governo con l’obbiettivo di arrivare a fine anno con una proposta per l’area piemontese.
Così recita un dépliant prodotto dell’Agenzia per gli investimenti a Torino e in Piemonte e destinato agli imprenditori esteri: "Venite a investire in Piemonte dove la qualità della forza lavoro e del capitale umano è a buon mercato: la regione si presenta con una retribuzione media minore delle regioni limitrofe italiane e contenuta rispetto alle retribuzioni svizzere e tedesche."
In poche parole con i contratti d’area si porta avanti una strategia di competizione tra le varie aree dove per attirare investimenti, si patteggiano costi del lavoro sempre più bassi.
Vogliono eliminare il concetto stesso di contratto nazionale e di fatto aprire la strada alla deregolamentazione completa del mercato del lavoro e nello stesso tempo usufruire il più possibile di quella pioggia di miliardi che il governo ha stanziato per l’occupazione. Dei 20mila miliardi promessi dal governo per il rilancio del mezzogiorno solo 1500 saranno utilizzati direttamente per assunzioni. L’obbiettivo che si propongono con questo accordo è creare 10mila posti di lavoro nei prossimi anni. Poca cosa se si considera i livelli che ha raggiunto la disoccupazione al sud. Una media del 20% in tutto il mezzogiorno. Oltre il 55% dei disoccupati ha una età tra i 15 e i 24 anni, solo Napoli conta oltre 160mila iscritti nelle liste del collocamento. Obbiettivi occupazionali quindi decisamente al disotto della portata del problema. In cambio una pioggia di miliardi, tra i 13 e i 14 mila, ai padroni. Oltre i notevoli sgravi fiscali provenienti dalle assunzioni con i contratti precari.
Questo come tutti gli accordi peggiorativi degli ultimi anni è la logica conseguenza degli accordi di luglio ‘92 e ‘93. Non basta però dire che va rifiutato, bisogna rompere con la logica concertativa che i nostri dirigenti sindacali stanno portando avanti e che ci fa cedere su ogni punto senza miglioramenti occupazionali. Il sindacato infatti in questi anni ha cercato nella flessibilità coogestita uno strumento per combattere la disoccupazione. La precarizzazione va avanti da parecchi anni ma l’occupazione non è mai aumentata, anzi è diminuita e ora ai circa 3 milioni di disoccupati si aggiungono 5 milioni di precari. Ma l’aspetto peggiore è che si alimenta una concorrenza suicida fra i lavoratori di zone diverse, che travolge il sindacato spingendo le diverse strutture territoriali a rivendicare il "proprio" contratto d’area.
A differenza di quanto sostengono i padroni i bassi salari e più flessibilità non portano sviluppo. Aumenteranno piuttosto gli straordinari e lo sfruttamento con le conseguenze disastrose che abbiamo visto fino ad ora. Per la prima volta nella storia del capitalismo la disoccupazione cresce anche nei momenti di espansione economica.
Il nocciolo del problema è capire perché c’è sempre più disoccupazione e meno lavoro. La risposta sta nel fatto che il capitalismo con le nuove tecnologie è in grado di produrre più di quanto non riesca a vendere. Meno lavoratori ha bisogno di usare nella fabbrica moderna, meno salari ci saranno e quindi meno domanda sul mercato. Il capitalismo, quindi, più licenza o precarizza la mano d’opera e più sarà costretto a licenziare e a precarizzare.
La lotta per l’occupazione, dunque, non può che essere collegata alla lotta più generale per una società che superi i limiti del capitalismo.
Questa prospettiva ha bisogno di un programma alternativo alla politica del capitale, a nostro parere questo programma deve passare per alcune richieste obbligate come:
- la riduzione d’orario a parità di salario
- la lotta contro la precarizzazione
- la difesa di un reddito per i disoccupati
- estensione dei diritti dello statuto dei lavoratori a tutte le imprese
- difesa del principio "a pari lavoro, pari salario" e dei contratti nazionali
- contro la fuga delle imprese la risposta non è una gara al ribasso nel costo del lavoro, ma la lotta per contratti europei e mondiali, e lo sviluppo di un movimento sindacale internazionale a partire dalle grandi imprese multinazionali.
Contratti d’area: ecco dove sono già partiti o dove sono in via di definizione.
-Crotone: Il primo, firmato il 3 marzo. Obbiettivo realizzare 277 posti di lavoro mediante 14 iniziative imprenditoriali, con un investimento di 45,6 miliardi di cui il contributo pubblico e di 35,9 miliardi. La maggior parte delle imprese che dovrebbero stabilirsi nella zona provengono da Milano.
-Manfredonia (FG): Sottoscritto il 4 marzo. Si prevede un investimento finale di 400 miliardi, anche in questo caso quasi tutti dello Stato, e si dovrebbero creare 2.550 posti di lavoro. Le imprese interessate a stabilirsi nell’area provengono in maggioranza da Treviso e Vicenza.
-Torre Annunziata e Castellammare di Stabia (NA): Sottoscritto in aprile ha l’obbiettivo di creare 404 posti di lavoro con un investimento di 87,5 miliardi di cui 58,8 dello Stato.
-Porto Torres (SS): Firmato a maggio punta a creare 212 posti, investimenti per 44,4 miliardi. Il contributo pubblico è di 18,6 miliardi.
-Ottana (NU): Secondo contratto d’area che interessa la Sardegna. L’obbiettivo è realizzare 178 posti inizialmente con un investimento di 38,7 miliardi di cui 22,2 dallo Stato. L’obbiettivo finale è di 2.166 addetti con una spesa di 534,6 miliardi.
-Gela (CL): La firma dl contratto è avvenuta il 27 maggio scorso. L’obbiettivo occupazionale è di 121 assunzioni con un investimento di 18,7 miliardi. Questa dovrebbe essere la prima parte di un progetto che prevede 1.000 posti e investimenti per 348 miliardi, in gran parte a carico dello Stato.
-Terni: È uno dei contratti ancora da definire, riguarda anche Narni e Spoleto.
Si ripropone di creare occupazione per 1.700 lavoratori con investimenti per 385 miliardi. È il primo contratto che riguarda un territorio fuori dal Mezzogiorno.
-Avellino, Salerno, Potenza: È in corso l’attività istruttoria per determinare le proposte di investimenti. Stesso ragionamento vale per altre zone in cui è aperta una trattativa ufficiale. Zone non tutte del sud. Le province sono Crema, Agrigento, LaSpezia, Porto Marghera e Catania.