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Il 5 dicembre Rifondazione Comunista e L’Italia dei
Valori di Antonio Di Pietro daranno vita ad una manifestazione per chiedere le
dimissioni di Silvio Berlusconi per “indegnità morale”; “una
manifestazione né di destra né di sinistra ma di persone perbene” come
dichiarato da Di Pietro stesso. Come dimostrano i suoi recenti successi
elettorali negli ultimi anni L’Italia dei Valori ha trovato spazio anche tra
tanti giovani e lavoratori grazie ad un abile campagna mediatica ed alla politica
contraddittoria e confindustriale del Partito Democratico, oltre che alla crisi
del Prc e della sinistra.
Le ultime elezioni europee hanno sancito
questa crescita di consensi attraverso un voto di opinione che è arrivato a
2.452.569 voti pari all’8% tale da eleggere 7 deputati, che formano parte del
gruppo liberale al parlamento europeo.
Le origini dell’Italia dei Valori
Antonio Di Pietro ex magistrato del pool
di Mani Pulite inizia la sua carriera politica con una breve esperienza come
Ministro dei Lavori pubblici durante il primo Governo Prodi nel 1996, dal quale
si dimette solo sei mesi dopo. Il suo battesimo elettorale invece è molto più
significativo. L’ex magistrato si presenta nelle elezioni suppletive nel
collegio del Mugello nel 1997. La sua candidatura è contrapposta a quella del
candidato di Rifondazione Comunista Sandro Curzi. Di Pietro imposterà la
campagna elettorale attaccando frontalmente non solo in candidato comunista ma
soprattutto quei comitati popolari che si stanno battendo contro la
speculazione e la distruzione del territorio prevista dal cantiere della Tav
che lui sostiene apertamente.
L’anno successivo nel 1998 viene fondata
l’organizzazione politica che a lui fa capo: L’italia dei Valori lista di
Pietro (Idv).
Dopo aver galleggiato per molti anni ai
margini del sistema politico italiano negli ultimi anni questa forza politica
ha avuto una crescita significativa di interesse.
Uno dei motivi fondamentali è stato certamente
una campagna costante contro la “casta” dei politici, la corruzione e
l’inconsistenza dell’opposizione politica ai governi Berlusconi e
all’imprenditore di Arcore e la delusione generata dal governo Prodi nel
“popolo della sinistra”. Questa campagna ha avuto il sostegno di giornalisti
come Marco Travaglio e di un settore di intellettuali delusi dal Pd che in
passato avevano dato vita al cosiddetto movimento dei girotondini. Un opposizione a Berlusconi dal carattere liberale sul terreno
economico che fa del conflitto di interessi e del terreno della difesa della
costituzione il cuore della propria battaglia politica. Non è un caso che nel
parlamento spesso sulle questioni di indirizzo economico l’Idv voti assieme al
Pdl e che nel parlamento europeo circa l’80% delle leggi vengano votate assieme
dal gruppo liberale, di cui fa parte l’Idv, e dal gruppo popolare cui
appartiene il Pdl di Silvio Berlusconi.
Sotto il vestito niente
Malgrado Di Pietro e la stampa borghese
presentino l’Idv come il partito dell’anticasta la realtà è ben diversa. Il
personale politico del partito dell’ex magistrato proviene spesso non solo
dalla vecchia Democrazia ma anche da transfughi di Forza Italia, dell’Udc di
Casini e addirittura dell’Udeur di Clemente Mastella. Non mancano ex poliziotti
con un passato da dirigenti di sindacati di polizia di estrema destra come il
Sindacato Autonomo di Polizia (Sap) e veri e propri ex fascisti.
Il coordinatore ligure dell’Idv Giovanni
Palldini ne è un esempio lampante: ex consigliere regionale della Margherita
eletto con Di Pietro alla camera nel 2008 ha un passato da dirigente del Sap è
stato capace nei mesi precedenti al congresso di passare da 700 a 7mila
tessere.
Palladini ha animato una campagna a
sostegno delle forze dell’ordine dopo il G8 di Genova dal nome “chi difende
i difensori” ed assieme ai deputati dipietristi
Costantini e Donati ha dato un contributo decisivo, in accordo con Alleanza
Nazionale e Forza Italia, ad affossare la commissione parlamentare sulle
drammatiche giornate di Genova 2001.
Il vecchio personale politico della prima
repubblica ha portato con se anche le vecchie pratiche tipiche dei partiti
borghesi.
Infatti malgrado le tante sbandierate
campagne per la “legalità” e contro la “la casta” anche tra i dipietristi fioriscono
conflitti di interessi, doppia morale tra dichiarazioni pubbliche e
atteggiamenti istituzionali e condanne penali di vario tipo.
Il caso più emblematico tra tanti è
certamente quello della Campania. Dopo le fragorose denunce sul fatto che L’Idv
sarebbe uscita da tutte le giunte di Centrosinistra in seguito allo scandalo
Global Service poco o nulla è stato fatto. è
noto che Di Pietro mantiene un assessore nella giunta di Benevento il cui
presidente Cimitile a Giugno è finito ai domiciliari per una inchiesta sui
falsi collaudi del locale Cdr.
La Campania è da sempre la punta di un ben più
grande iceberg. è a Napoli che Di
Pietro nel 2006 ha candidato il famoso De Gregorio, ex direttore craxiano
dell’Avanti, transitato in Forza Italia e nella Nuova Dc, imprenditore
plurindagato in odor di camorra cui addirittura era astata affidata la
direzione editoriale del quotidiano del partito Italia dei Valori. In molte città della Campania come a Torre del Greco e San Giorgio
a Cremano i dipietristi governano con il centrodestra e annoverano tra le loro
fila personaggi come l’ex Udeur, deputato e sindaco di Recale (Ce) Americo
Porfida indagato per associazione camorristica o come il capogruppo alla
regione Campania Nicola Marrazzo, imprenditore nel settore dei rifiuti alle cui
imprese è stato ritirato il certificato antimafia per legami con il clan dei
casalesi.
Il problema tuttavia non è solo campano.
Nelle Marche il principale dirigente del partito il deputato David Favia è
legato all’ex re del cemento di Ancona Edoardo Longarini, protagonista negli
anni 90 della tangentopoli marchigiana. Il quadretto dei dirigenti del “partito
anticasta” si può chiudere con il sostegno di Di Pietro alla candidatura alle
politiche del 2001, poi non realizzata, di Fillippo de Jorio, avvocato
andreottiano di estrema destra coinvolto nel Golpe Borghese membro della P2 di
Licio Gelli (tessera P2 n°1.965 fascicolo 511).
Un uomo solo al comando
Spesso nella propaganda contro la casta la
critica ai partiti è uno degli elementi dominanti nella propaganda dell’Italia
dei Valori. Ma come è organizzata questa formazione politica? è vero che il muro della burocrazia dei
partiti è una pratica aliena ad Antonio Di Pietro?
Anche su questo la verità è ben diversa
dalla propaganda che leggiamo sui giornali e negli editoriali di Marco
Travaglio. L’Idv dalla sua nascita non ha mai svolto un congresso nazionale e
lo statuto del 2004 rimasto in vigore fino a pochi mesi fa rappresenta il
classico modello berlusconiano del partito basato sul leader indiscusso.
L’associazione Italia dei Valori infatti era
composta da 3 soci: Antonio Di Pietro, la sua consorte Susanna Mazzoleni e
Silvana Mura, amica di famiglia e tesoriera. Lo statuto recitava “fino alla
sua rinuncia, il ruolo di Presidente viene assunto dal fondatore del partito,
onorevole Antonio Di Pietro”: questa forma
autocratica di organizzazione ha portato Alberto Giostra biografo di Di Pietro
a definire l’Idv “una struttura sostanzialmente inespugnabile, in quanto
sottratta al libero evolversi degli equilibri politici interni, ai quali invece
dovrebbe essere sottoposto qualunque organismo di comando di un partito
politico” (A. Giostra, Il Tribuno. Storia Politica di Antonio Di Pietro, Castelvecchi, Roma 2009, pag. 300).
Le recenti parziali modifiche allo statuto
con cambiano la natura di un partito basato sull’infallibilità del leader e sul
peggior personale politico borghese riciclato dalla Prima Repubblica.
Di Pietro al fianco dei lavoratori?
Nella campagna propagandistica per
accreditarsi come unica opposizione parlamentare al Pdl, l’Idv ha sfruttato le
difficoltà della sinistra all’interno del movimento operaio dovute al distacco
dalla condizione dei lavoratori, ma anche alle numerose leggi antioperaie
approvate con il sostegno del Prc nell’ultimo governo di centro sinistra.
I dipietristi sono spesso presenti alle
manifestazioni della Cgil con le loro bandiere e nell’ultimo periodo hanno
messo maggiore enfasi sulle questioni del lavoro.
Tuttavia l’impianto programmatico dell’
Idv resta profondamente liberista sul terreno economico e rifiuta il conflitto
di classe e la centralità dei lavoratori per uscire a sinistra dalla crisi.
Infatti se si sceglie la concertazione come fa l’Idv è impossibile, in
particolare in una fase di crisi del capitalismo come quella attuale, difendere
le riforme che pure L’Idv dice di voler difendere. Senza la lotta di classe il
risultato sarà quanto proposto da Filippo Callipo, prossimo candidato a
presidente della Regione Calabria ex presidente di Confindustria calabrese,
sostenuto entusiasticamente dall’Idv il quale si vanta di avere raggiunto un
accordo per la zona di Lametia che prevedeva per i lavoratori il 70% del
salario nazionale per i primi 3 anni.
Nell’ ultimo governo Prodi Antonio di Pietro ha
ricoperto il ruolo di Ministro delle Infrastrutture sostenendo la politica
delle grandi opere, in primo luogo la Tav ed il Ponte di Messina ma si è anche
battuto perchè il governo assumesse posizioni ultraliberiste come nel caso
della legge che prevede l’obbligatorietà della privatizzazione dei servizi
pubblici locali o la Riforma del Welfare.
Non è un caso nell’alternativa di governo
in 10 punti siano presenti la “liberalizzare i servizi pubblici locali:
apertura al mercato, avvio delle privatizzazioni” e
la necessità di “avviare una politica comune europea per il controllo
dell’accesso degli extracomunitari” in poche parole
il vero volto razzista e liberista di una formazione politica nella quale un
settore di giovani e lavoratori ripongono fiducia per combattere Berlusconi.
Non è
affidandosi a Di Pietro o, come fa la segreteria nazionale del Prc, pensando di
costruire con lui un asse, magari per poi allearsi con Bersani, che riusciremo
a sconfiggere Berlusconi e le sue politiche padronali ma con un programma di
classe, riprendendo il filo delle mobilitazioni e costruendo una sinistra
politica all’altezza dello scontro.
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