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Come abbiamo già scritto più volte su queste pagine, la
Manuli Rubber è una fabbrica di 375 dipendenti di Ascoli Piceno, in lotta
dall'inizio di agosto per contrastare il piano dell'azienda che vuole portare
avanti un piano che prevede 240 esuberi e la chiusura di diversi reparti.
All'inizio di novembre Cgil Cisl e Uil si
incontravano a Roma con l'azienda e il governo, per definire e firmare
un'ipotesi d'accordo fortemente contrastata dai lavoratori, che presidiavano in
maniera permanente la fabbrica, e che non è stata firmata da Ugl ed SdL.
Una settimana prima dell'incontro un
gruppo di un centinaio di operai era anche entrato all'interno dello
stabilimento, facendo un piccolo corteo interno. Si era a un passo
dall'occupazione, prospettiva più volte presa in considerazione da tutto il
coordinamento dei lavoratori del Piceno, che vede la partecipazione di delegati
di diverse realtà produttive del territorio.
Fra i lavoratori era netta la sensazione
che si doveva ostacolare l'accordo e che per farlo occorreva alzare il livello
dello scontro, anche se c'era una forte incognita rispetto all'atteggiamento
che avrebbero tenuto gli iscritti della Cgil.
Nell'ipotesi d'accordo firmata dai
dirigenti nazionali di categoria si prevedevano 254 mobilità, di cui 245 nella
sede di Ascoli Piceno, accompagnandole con cassaintegrazione straordinaria e
una buonauscita complessiva di 3milioni e 700mila euro, al netto circa 5mila
euro a testa. Inoltre si prevedeva il frazionamento del sito produttivo e altre
facilitazioni per la proprietà pagate dalle istituzioni.
A completare il quadro, l'assenza completa
di un piano industriale che potesse garantire un futuro per l'azienda, a parte
quei 140 posti che serviranno per gestire le commesse a breve e nulla di più.
Ciliegina sulla torta, questo accordo
doveva essere discusso e votato tramite referendum dai lavoratori.
Con due piccolo particolari: il testo sarebbe
stato votato anche dai dipendenti di Milano (uffici centrali) e Calderara di
Reno (Bo), che subiscono complessivamente 9 esuberi, ma che vengono chiamati a
votare anche perchè lì non c'è una posizione attiva per il No all'ipotesi
d'accordo, e il referendum si sarebbe dovuto effettuare non in fabbrica, ma
presso la Camera di Commercio!
Discutendo davanti ai cancelli della Manuli, ci
siamo spesso trovati a dire che lo scopo del padrone era chiudere la fabbrica,
anche se con il contagocce, e che la fine anche solo di una parte della
produzione avrebbe rappresentato un precedente pericolosissimo per tutti i
lavoratori del Piceno, già duramente colpiti dalla crisi.
Una posizione fatta propria dagli operai, che
hanno deciso che se il terreno su cui bisognava scendere era quello del
referendum, bisognava starci mobilitandosi al massimo per il No.
Sono stati prodotti volantini ed è stato
fatto un presidio riuscito davanti alla Camera di Commercio.
I lavoratori sono poi entrati in massa
nella sala e hanno deciso di dire la loro, intervenendo e votando in massa
(erano più di 200) e in maniera palese per il no.
Anche gli iscritti Cgil si sono espressi
per il No, contrariamente alle indicazioni dei loro dirigenti.
Presso atto della rabbiosa opposizione da
parte dei lavoratori, i dirigenti della Cgil sono stati costretti a dichiarare
il mancato accordo.
Questo punto è un passaggio molto importante e
molto giustamente gli operai lo percepiscono come una vittoria. Sono molto
decisi e questo deve dare la forza necessaria per continuare a presidiare i
cancelli e organizzare una presenza massiccia davanti alla Manuli durante e
dopo le trattative, per mostrare come ogni attacco ai posti di lavoro dovrà
fare i conti con loro, in una situazione in cui hanno fatto vedere la capacità
non solo di imporsi alle burocrazie sindacali, ma anche di mettere in
discussione il controllo della fabbrica.
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