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Quello che è accaduto a Stefano Cucchi in soli sei giorni
mette i brividi; viene arrestato venerdì 16 ottobre, in possesso di venti
grammi di hashish e due di cocaina, l’indomani il processo per direttissima;
Stefano si presenta in tribunale con evidenti segni di percosse. Sabato 17
ottobre viene ricoverato, giovedi alle 6.30 muore.
I genitori e la sorella rivedranno il suo
viso irriconoscibile da uno vetro di una struttura ospedaliera. L’inchiesta
prosegue, ad oggi ci sono sei indagati, tre guardie penitenziarie accusate di
omicidio preterintenzionale e tre medici accusati di omicidio colposo, perché
il giovane è stato lasciato morire, denutrito e disidratato; il suo corpo verrà
riesumato per ulteriori perizie. Questo perché la famiglia decide di non
arrendersi alla versione ufficiale dei fatti; diffonde le foto, zittisce
signori come Giovanardi che parlano di uno spacciatore abituale, anoressico.
La morte assurda di Stefano riapre una
doverosa riflessione sullo stato del sistema penitenziario italiano e su altre
morti sospette avvenute per mano delle forze dell’ordine.
Perché Stefano non è stato l’unico. Ci
sono molti casi di “suicidi” che cozzano con referti medici che parlano di
lesioni importanti ad organi interni, costole spaccate, volti tumefatti,
contusioni. Sono almeno trenta le inchieste per morti da accertare; è il caso
di Marcello Lonzi, Aldo Bianzini e Giuseppe Saladino.
Oltre a casi di evidente abuso di potere,
tanti sono quelli che in galera vengono lasciati morire: Emiliano Masciano 47
anni muore di peritonite nel carcere di Catanzaro nel 2003, Emanulea Fozzi 26
anni, sieropositiva muore di varicella nel carcere di Rebibbia nel 2005, per
citarne alcuni.
Lo stato delle carceri in Italia fotografa
il degrado civile e democratico del nostro paese: strutture fatiscenti,
sovraffollamento, mancanza di norme igieniche, inadeguatezza di cure sanitarie.
Ogni anno muoiono in media 150 detenuti, un terzo dei quali per cause da
accertare, aumentano i suicidi e i casi di autolesionismo. In nome della
sicurezza, nelle carceri si consumano tragedie quotidiane: minacce, pestaggi e
abusi sessuali.
Il numero dei detenuti è aumentato, da 39.005
dell’ottobre 2006 a 57.239 nell’ottobre 2008, oggi le carceri contano 65mila
detenuti, il 55,32% di questi in attesa di sentenza definitiva; il 15,2% viene
arrestato per violazione della Legge Fini-Giovanardi sulle droghe leggere, il
3,2% per crimini di associazione a delinquere di stampo mafioso. È il caso di
dire che spesso la detenzione è la soluzione per quelli che la madre di
Giuseppe Saladino definisce “ladri di polli”; certo è più facile sbattere un
giovane in una cella piuttosto che investire in strutture pubbliche di sostegno
psicologico, di reinserimento sociale e lavorativo!
Gli immigrati sono il 37% della
popolazione carceraria, erano il 29,3% prima della legge Bossi-Fini. Al Regina
Coeli il 63% dei detenuti è di origine straniera, ci pare evidente il nesso con
le politiche securitarie e xenofobe di Alemanno.
L’esasperata militarizzazione dei
territori ha facilitato un ritorno della repressione fisica esercitata anche
sui movimenti di lotta; è successo ad Acerra e Chiaiano, è successo a Genova
nel 2001 e continua a succedere tutti i giorni nelle nostre città. La logica è
punire, in ogni modo, chiunque alzi la testa!
Il silenzio
comincia a rompersi con la storia di Stefano, molti sono i presidi fatti per
tutti i morti ammazzati dalle forze dell’ordine, sono nati comitati per
Marcello, Stefano, Aldo, Aldro, massacrato a Ferrara dopo un fermo. La rabbia
per la morte selvaggia di Stefano è il punto di partenza per riprendere una
lotta più generale sui diritti in questo paese e legarla alla lotte più
generali per i diritti democratici, per uno stato sociale all’altezza, per una
scuola migliore, per un lavoro sicuro e dignitoso. Il disagio che soprattutto
le nuove generazioni vivono e che si riflette in un aumento nell’utilizzo di
sostanze stupefacenti e di “piccoli” crimini non si combatte con la reclusione,
con la repressione sfrenata; il vero antidoto è lottare contro il sistema che
genera questo malessere. L’unico modo per dare dignità a queste morti è
indignarsi, lottare insieme e non arrendersi!
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