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La lotta a un punto decisivo
Questi giorni sono decisivi per il futuro dei dipendenti della Manuli Rubber di Ascoli Piceno. è la settimana in cui dovrà partire la mobilità per tutti i 376 lavoratori dello stabilimento. Mentre scriviamo sta terminando a Roma l’ultimo incontro tra proprietà, istituzioni e sindacati.
Fino a poche settimane fa le intenzioni della ditta erano quelle di chiudere l’intera fabbrica, poi la straordinaria mobilitazione del 19 settembre ha mostrato una combattività senza precedenti da parte dei lavoratori, fatto di cui il padrone e il governo hanno dovuto tenere conto.
Già da tempo giravano indiscrezioni in base alle quali sembrava che la direzione volesse riaprire alcuni reparti, garantendo il lavoro solo a una parte degli operai e degli impiegati. L’incontro di queste ore sembra confermarlo, con un’azienda che non ha presentato un piano industriale degno di questo nome, ma un vero e proprio ricatto. La Manuli sarebbe pronta a far ripartire alcune macchine, facendo rientrare circa un centinaio di dipendenti per farle funzionare e rispondere alle richieste di alcuni clienti.
Per tutti gli altri lavoratori partirebbero gli ammortizzatori sociali.
In maniera più che comprensibile è esplosa la rabbia dei lavoratori, che si sono sentiti presi in giro e usati per l’ennesima volta.
Chiaramente la soluzione non può e non dev’essere il “si salvi chi può”, ma la consapevolezza che la storia della Manuli Rubber è quella di una fabbrica che fino a pochi anni fa aveva il doppio degli operai che ha ora, che fino all’anno scorso aveva decine di interinali che ha poi messo per strada, e che allungare questa agonia serve solo ad anestetizzare i lavoratori.
Inoltre la soluzione proposta è puramente transitoria, anche perché assieme agli ammortizzatori sociali l’azienda ha chiesto anche il cambio di destinazione d’uso del lotto di terreno su cui sorge la Manuli Rubber. Il progetto è chiaro: contrapporre i lavoratori reinseriti in produzione a quelli espulsi dal ciclo produttivo, rispondere alle ultime commesse e infine rendere disponibile il terreno per ogni tipo di speculazione edilizia.
Sappiamo che i sindacati, almeno per ora, non hanno intenzione di firmare questo accordo. Questo va bene ma non è sufficiente.
Se questa storia sembra la stessa di tante altre fabbriche che hanno chiuso i battenti negli ultimi anni, ci sono segnali che possono gettare le basi per poter scrivere un finale differente.
Da settembre, anche su proposta dei compagni del Circolo “Beppe Fanesi” del Prc, si è strutturato un coordinamento di lavoratori che ha visto partecipare Rsu e lavoratori di parecchie altre aziende (Prysmian, Novico, Deatech, Consorzio Agrario, Ykk, Cover, Ahlstrom, Itac, Maflow, Bentel per citare le principali). Questa struttura ha visto una discussione importante, segnata dalla presa di coscienza di nuovi settori operai e dallo sviluppo contagioso della mobilitazione.
Negli ultimi due mesi abbiamo assistito a uno sviluppo importante della combattività operaia e della voglia di rivalsa dopo anni di sconfitte. Settori prima passivi hanno incominciato a partecipare alla discussione, ponendosi obiettivi importanti, tant’è che nell’ultima settimana sono stati attivati presidi anche davanti a Novico e Ahlstrom.
Ora queste forze si devono concentrare per difendere la Manuli. Se lì si riesce a difendere ogni singolo posto di lavoro, creeremo le condizioni perché a pagare siano i padroni, una razza che ha saputo solo depredare questa terra, prosciugandola e regalandole chiusure e licenziamenti.
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