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L'editoriale del nuovo numero di FalceMartello
Lasme 2, Manuli, Cnh, Novico, Esab, Ercole Marelli, Alcatel di
Battipaglia, Metalli Preziosi..., sono solo alcune delle realtà dove i
lavoratori sono impegnati in lotte molto dure per la difesa dei posti
di lavoro. A queste si unisce la mobilitazione dei precari della scuola
(insegnanti e Ata), che hanno perso il posto grazie alla riforma
Gelmini.
L’elemento scatenante che ha colpito l’immaginazione collettiva e ha contribuito alla diffusione di questo movimento è stata la vittoria degli operai della Innse, una lotta densa di insegnamenti e dalla quale è necessario trarre le giuste indicazioni per permettere al movimento di andare avanti, di estendersi e generalizzarsi.
Lo slogan “Fare come all’Innse” si sta diffondendo a macchia d’olio ed è naturale che sia così dopo un periodo di cocenti sconfitte come quello che abbiamo alle nostre spalle.
Alla Innse il punto di forza ed elemento centrale è stata la determinazione a resistere da parte degli operai, che ha permesso di superare gli alti e bassi, inevitabili, in una lotta che è durata oltre 15 mesi; importante è stato anche aprirsi all’esterno, ai centri sociali, ai Giovani comunisti, agli studenti dei collettivi, che ha permesso in certi frangenti di avere una massa critica tale da limitare e scoraggiare l’opera di repressione poliziesca e di smantellamento della fabbrica.
L’Innse ha avuto la ribalta dei mezzi di informazione nel mese di agosto quando gli operai, sono saliti sulla gru. Ma quello è stato solo l’ultimo atto di una mobilitazione che aveva fino allora seguito una strategia centrale: difendere la fabbrica con ogni mezzo ed impedire la fuoriuscita dei macchinari, evitando che si riproponesse una situazione come quella che si era verificata, ad esempio alla Indesit, che ha poi pregiudicato la mobilitazione rendendo vana la resistenza dei lavoratori.
Questo evento di salire sulla gru è stato mistificato dai media ma anche da molti a sinistra.
Da una parte ci sono le dichiarazioni di Cofferati (a cui fanno eco quelle della Camusso e di altri dirigenti della Cgil) che contestano quelle “forme di lotta individuali” (come scioperi della fame e occupazione dei tetti) che romperebbero, a loro dire, con la tradizione di lotta collettive del movimento operaio.
Dall’altra chi nella sinistra “radicale” individua in queste modalità la panacea a tutti i problemi, ponendo l’aspetto simbolico al di sopra di quello politico e sostanziale.
Due posizioni che seppur diverse sono ugualmente sbagliate.
I primi puntano, lo diciamo senza esitazioni, al sabotaggio delle attuali mobilitazioni che temono possano andare fuori dai binari del controllo degli apparati sindacali, cosa di cui si preoccupa non a caso anche la presidente di Confindustria, che incontra Epifani a Cernobbio, valorizzando “il ruolo della Cgil”.
I secondi invece hanno talmente assunto la sconfitta politica e sindacale degli ultimi 30 anni che non confidano sullo sviluppo del movimento oltre un certo livello e sono alla ricerca di gesti eclatanti, che possano di un botto farli uscire dalla crisi in cui versano. La cosiddetta “mossa del cavallo” di bertinottiana memoria che non pochi danni ha fatto a sinistra. Per cui invece di disegnare strategie, piattaforme, proposte di lotta e soprattutto lavorare alla formazione di quadri politicamente e sindacalmente preparati a gestire una fase così complessa del conflitto di classe, pensano di risolvere magicamente i problemi salendo su un tetto o un carroponte. Magari fosse tutto così semplice.
Non si capisce a quel punto perché i lavoratori nell’ultimo secolo si siano dati la pena di costruire partiti politici e sindacati se bastasse reclutare un esercito di arrampicatori professionali. La logica della disobbedienza, portata avanti nel movimento altermondialista, rischia in questo contesto di essere ancora più nociva e di limitare fortemente le potenzialità del movimento.
L’atteggiamento dei lavoratori della Innse non era “ci buttiamo di sotto se non ci accontentate”; stiamo parlando di una comunità operaia che ha accumulato una gran quantità di esperienze e sa che questo tipo di azioni hanno i loro limiti se abbandonate a se stesse: basti pensare a quando “Celentano”, l’operaio della Maserati all’inizio degli anni ’90 “salì” su un serbatoio di 50 metri senza impedire con questo la chiusura della fabbrica.
Salire sulle gru, sui tetti, fare lo sciopero della fame o minacciare di ardersi vivi sono modalità che in queste settimane stanno trovando molti imitatori tra i lavoratori che sperimentano situazioni di licenziamenti, chiusure, ecc. e che testimoniano che siamo all’inizio di una presa di coscienza collettiva che tuttavia è ancora nella sua fase iniziale.
Stanno seguendo la strada che era già stata intrapresa dai lavoratori francesi che sostanzialmente dice: “con la classica gestione ‘sindacale’ non andiamo da nessuna parte, bisogna fare qualcosa di più estremo, di più radicale per rispondere a questa crisi”.
Questa è una conclusione politica di fondamentale importanza, ma alla quale i comunisti non possono semplicemente accodarsi, ma devono trasformarla in una leva per far avanzare ulteriormente il livello di coscienza.
Si diffonde la parola d’ordine “arrampichiamoci dappertutto”, e poi che si fa? Non possono i padroni lasciarci marcire su quei tetti? Sì che possono.
Non è questa la logica che ha permesso alla Innse di vincere.
L’occupazione dei tetti non esaurisce la discussione su una strategia da opporre alla crisi del capitalismo, può essere al limite un anello della catena ma niente più e lo stesso vale per tutte quelle forme “estreme” di lotta che verranno inscenate dai lavoratori di questa o quella realtà.
La lotta della Innse non va solo elogiata, va studiata in ogni singolo aspetto del suo sviluppo se si vuole realmente trarne le giuste conclusioni. Una vittoria che è stata possibile grazie a 15 mesi di lotta dura (di cui i primi tre in regime di autogestione operaia) senza alcuna regia sindacale, visto che non un solo sciopero è stato organizzato né a Milano, nè nel comprensorio a sostegno della mobilitazione, se non di un’ora il 3 agosto del 2009, a 15 mesi dell’inizio della vertenza e in pieno periodo di vacanze. E la generosa presenza di un funzionario della Fiom salito sulla gru con gli operai non fa venir meno questo elemento di verità.
I lavoratori della Innse hanno sempre mostrato una sostanziale, e ci verrebbe da dire sana, diffidenza verso le burocrazie politiche e sindacali che si sono avvicinate a loro nei momenti alti della lotta per guadagnare le luci della ribalta. Il fatto che non abbiano mai delegato le loro scelte a nessun apparato ha fatto sì che anche la Fiom alla fine si sia dovuta “subordinare” alle loro indicazioni e questo ha rafforzato ancor più la mobilitazione.
In fondo facevano parte di una storia che è quella di un gigantesco complesso industriale come l’Innocenti-Maserati di Lambrate che è stato smantellato e ha subito ogni tipo di sconfitte, anche quando a dirigere la mobilitazione c’erano funzionari sindacali che in tasca oltre alla tessera della Fiom avevano quella di Rifondazione Comunista. Stiamo parlando insomma di quadri operai estremamente politicizzati e preparati a una mobilitazione di queste caratteristiche, un fattore niente affatto secondario.
Questi elementi sono stati fondamentali per vincere e di questo devono tenere ben conto quei lavoratori che oggi sono impegnati in mobilitazioni della stessa portata.
Ai cancelli si avvicineranno personaggi di ogni tipo, chi vorrà sinceramente aiutarvi e chi no, è importante saper distinguere tra di loro e sviluppare una capacità autonoma di lotta, coordinando dal basso le realtà che si stanno mobilitando in tutta Italia, senza affidarsi mani e piedi ad alcun apparato sindacale o rappresentante istituzionale che sia, ma sapendo allo stesso tempo usare quanto di buono resta in piedi del vecchio movimento operaio organizzato, per vincere oggi e per ricostruirlo su basi nuove e più avanzate, domani. Ed è questa in definitiva la vera lezione che ci arriva dalla Innse.
Milano 9 settembre 2009
L'indice di tutti gli articoli di FalceMartello n°220
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