Ci sono vertenze sindacali di ogni tipo. Alcune si concludono senza che
nemmeno veniamo a saperlo, troppo spesso attraverso un accordo al
ribasso che dismette un sito produttivo e condanna all'inattività un
certo numero di lavoratori: è il copione delle centinaia di
delocalizzazioni che affrontano i lavoratori ogni giorno.
Altre sviluppano mobilitazioni, anche generose, che però non riescono a resistere un minuto in più della controparte a causa dell'isolamento e di una adeguata strategia sindacale: è l'esempio della lotta della Comedil, ad esempio. Altre poi sono ancora al di là dallo sviluppare il conflitto decisivo sebbene di importanza cruciale per le sorti del movimento operaio del nostro paese, come ad esempio quelle del gruppo Fiat.
E poi c'è la lotta della Innse.
Gli operai della Innse hanno resistito per 15 mesi al tentativo di distruggere la fabbrica e hanno vinto: mercoledì 12 agosto hanno siglato un accordo che prevede l'acquisizione dello stabilimento da parte dell'industriale bresciano Camozzi e la riassunzione di tutti i 49 dipendenti. Questa lotta eroica e tenace ha dovuto affrontare molti nemici: il padrone, Genta, che ha acquistato una fabbrica con macchine dal valore di milioni di euro al prezzo di un appartamento per rivenderlo pezzo a pezzo, con la compiacenza delle istituzioni locali, comprese quelle di centrosinistra; l'Aedes, proprietaria dell'area di via Rubattino fino al confine della fabbrica che non vede di buon occhio la presenza di un'acciaieria tra gli appartamenti in via di costruzione nell'ex area Innocenti; il governo Berlusconi e il ministro Maroni, vero artefice del tentativo di sgombero della fabbrica di questo agosto, terrorizzati dall'idea che l'autunno che verrà abbia come slogan:”Facciamo come alla Innse”.
Il governo ha voluto chiudere in modo militare la vertenza della Innse, attuando un imponente dispiegamento di forze dell'ordine davanti alla fabbrica a difendere il “sacro” diritto di Genta a ripagare i propri debiti vendendo le macchine dello stabilimento al prezzo della disoccupazione di 49 famiglie: non è stato sufficiente a piegare la resistenza dei lavoratori.
Per la prima volta si inverte il copione a cui siamo stati abituati per anni: quello per cui il padrone, aiutato dalla legge, dalle istituzioni e dalle forze dell'ordine, ha ragione sulla protesta operaia. Se la prima lezione che la lotta della Innse ci ha dato era quella di non abbandonare mai la fabbrica, sicuramente la seconda lezione è che si può vincere, a costo di impostare una lotta tenace che si sforzi di non rimanere chiusa nel perimetro della fabbrica stessa. Come si poteva vedere dal presidio di fronte allo stabilimento, molta è stata la solidarietà operaia e giovanile che questa lotta ha ricevuto, nonostante l'attacco fosse avvenuto d'agosto: una solidarietà giunta perfino dalla Svizzera, da quegli operai delle officine di Bellinzona, protagonisti qualche anno fa di una vera e propria lotta di popolo a difesa del proprio lavoro.
Ma vi è anche un altro elemento che questa lotta fa emergere e che deve essere di profonda riflessione per gli attivisti del movimento operaio: il ruolo che ha giocato la Fiom. Il congresso della Cgil che aprirà il proprio percorso nei prossimi mesi non potrà non essere segnato da questa vertenza che ha costretto il sindacato a impostare una lotta fuori dagli schemi classici a cui siamo abituati: non “il giro delle sette chiese”, con i funzionari sindacali impegnati a girare tutti i tavoli istituzionali senza imbastire una lotta vera e propria, ma la necessità di aprire un conflitto reale dentro e fuori lo stabilimento. La lotta della Innse è un simbolo e come tale è stato visto non solo da Maroni ma anche dai vertici nazionali della Fiom, presenti fin dal principio di fronte ai cancelli della fabbrica. E qui apprendiamo una ulteriore lezione per noi, attivisti del Prc e del sindacato: lo scontro della prossima fase sarà su questi livelli e il sindacato dovrà dare una risposta all'altezza. Sicuramente è lungo questi binari che si potrà invertire la rotta che la Cgil sta intraprendendo per respingerne la deriva concertativa: è un primo passo, non un punto di arrivo, ma sicuramente l'unica, faticosa, strada possibile per ricostruire dei rapporti di forza all'altezza contro l'offensiva padronale. Rinaldini e Cremaschi dovranno apprenderlo bene: i lavoratori, in autunno, chiederanno loro lo stesso impegno profuso per la lotta della Innse.
A sinistra, purtroppo anche nel Prc, sono in molti a parlare di fine della classe operaia: alcuni lo dicono perchè ci credono; altri lo vorrebbero, sebbene di facciata si riempiano la bocca con affermazioni sul conflitto sociale e il comunismo. Sicuramente la lotta della Innse insegna loro una cosa: la classe operaia di questo paese ha ancora le energie per riorganizzare la propria riscossa, sebbene ancora priva di riferimenti politici all'altezza. Il nostro compito è quello di portare il Prc al livello dello scontro in atto e di dotarlo di un programma in grado di dare risposte politiche al conflitto sociale che si svilupperà nella prossima fase. E' una lezione che, chi vuole prostituire il Prc nell'ennesimo marchingegno politico, dovrà bere fino in fondo.
Oggi la Innse è stata acquistata da un nuovo padrone. Altre fabbriche, in passato, non hanno avuto la stessa fortuna e altre, in futuro, non l'avranno. La crisi economica che sta distruggendo il tessuto produttivo del nostro paese ci consegna la necessità di riaprire la discussione su chi produce che cosa e per chi: ovvero, sulla necessità di nazionalizzare le aziende in crisi e di organizzare la produzione sotto controllo operaio. Se l'obiettivo del governo era quello di cancellare un simbolo sono riusciti solo a rafforzarlo: la vittoria degli operai della Innse farà sentire ancora più forte la voce dei lavoratori di questo paese.
* Coordinatore Giovani comunisti, Federazione di Milano del Prc
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