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Weber: scontro duro sull’aumento dei ritmi Stampa E-mail
Scritto da Roberto Sarti   

Weber: scontro duro sull’aumento dei ritmi

 

Ndr: Mentre andiamo in stampa abbiamo saputo che è stato raggiunto un accordo tra sindacato e azienda sui carichi di lavoro. Sul prossimo numero pubblicheremo un articolo che analizzerà questo accordo.

BOLOGNA - Abbiamo intervistato un lavoratore della Weber Magneti-Marelli, che chiameremo Ivan, zienda metalmeccanica con circa 1400 dipendenti, al centro di un duro scontro sull’aumento dei ritmi.

 

FM: Puoi spiegarci come è nata questa lotta e i retroscena della situazione alla Weber?

Ivan: Lavoro in una linea di montaggio dove produciamo dei sistemi di iniezione per l’estero. Su questa linea lavoravamo fino a gennaio in sette persone per turno, poi c’è stato un cambiamento, da quando i corpi su cui montiamo i pezzi sono in plastica, ci hanno tolto una persona.

In seguito ci hanno chiesto 400 pezzi a turno, che è il quantitativo che riesce a sfornare la macchina, e con un semplice calcolo matematico, lavoriamo 405 minuti al giorno, l’operazione più lunga che compie la macchina è di 56 secondi, verrebbero 412 pezzi al giorno. Per la precisione loro vorrebbero 405 pezzi, ma ce ne abbuonano 5 "per il caffè". Noi fino a settembre producevamo 260 pezzi al giorno in sette persone, con delle pressioni siamo arrivati a circa 320 pezzi in sei, poi ci hanno fatto questa richiesta impossibile. Saremmo disposti ad arrivare a 340, che è il massimo che umanamente si può fare: mentre nelle altre linee si maneggiano pezzi da due-tre etti, da noi i pezzi alla fine del montaggio pesano oltre sette chili!

Il 31 marzo ci hanno mandato una prima lettera di contestazione dicendo che non ci applicavamo sul lavoro. Poi il 17 e il 18 aprile ne sono arrivate altre due. L’ultima è arrivata il 28 aprile. Le persone interessate dai provvedimenti sono circa 15-16, anche persone di altri reparti che hanno lavorato solo mezz’ora in linea. Ci hanno contestato la ripresa e la fine delle pause, ci dicono che invece di iniziare alle sei di mattina abbiamo cominciato alle sei e due minuti, e così via.

Qual è stata la vostra reazione?

Nell’ultimo periodo l’azienda ha assunto circa duecento persone nuove, di cui il 95% dal sud. Ragazzi che avevano sempre lavorato in nero, che non conoscevano né i loro diritti, né cos’è il sindacato. Sono ricattabili essendo distanti da casa, vivendo in sette-otto per appartamento. Se il padrone gli chiede di lavorare la domenica o di notte loro dicono sempre di sì, così pensano di essere riconfermati. Noi contrattisti a termine abbiamo due contratti di quattro mesi per un totale di otto mesi, poi veniamo licenziati, ed eventualmente dopo ventun giorni riassunti per altri dieci mesi con un contratto formazione lavoro. Per diciotto mesi quindi sei assolutamente precario. La stragrande maggioranza di noi è stata confermata, ma a giugno-luglio scadono i primi Cfl e finiscono anche gli incentivi per l’auto perciò non si sa cosa succederà.

Tutti i lavoratori, anche i più giovani, sono disposti a fare sciopero mentre il sindacato spinge per non farlo. Quando sono arrivate le prime lettere c’è stato uno sciopero di un’ora che ha coinvolto metà fabbrica, solo le linee di montaggio. Alla seconda lettera pensavamo che l’Rsu passasse a forme di lotta maggiori, invece è stata fatta un’assemblea retribuita! Così è stato anche per la terza lettera, un’assemblea di un’ora solo della nostra linea. La votazione a favore dello sciopero è stata in tutti i turni all’unanimità, tranne due persone che sono in fabbrica da 25 anni. E i sindacati dicevano che i giovani non erano disponibili a lottare! Quando c’è stata l’ora di sciopero volevamo andare anche negli uffici degli impiegati, che non fanno mai sciopero. Chi frenava erano i sindacalisti.

Come giustifica l’Rsu questa linea di condotta?

Si giustifica dicendo che lo sciopero non è più l’unico metodo di lotta e che ce ne sono altri, che però noi non vediamo. Dicono che bisogna iniziare piano piano e se l’azienda rimane sulle sue posizioni si intensificherà la lotta. L’Rsu si è mossa molto in ritardo sulla questione dell’aumento dei ritmi. Non si fa niente per creare una cultura di classe, soprattutto fra i più giovani.

Cosa pensi si dovrebbe fare per rispondere alla prepotenza dell’azienda?

Un’ora di sciopero non è un segnale, non ferma la produzione e non è servita a bloccare i provvedimenti disciplinari. Bisogna alzare il tiro e non abbassarlo. Se l’aumento dei ritmi passerà alla linea Torque, passerà dappertutto. Qui gli operai più anziani stanno andando in pensione, quelli nuovi devono fare esperienza di lotta sulle proprie spalle e l’azienda gioca su questo.

 
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