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Dopo le elezioni del 6-7 giugno
Il tentativo di Berlusconi di trasformare questa tornata elettorale in
un plebiscito è fallito. Rispetto ad un anno fa, il Pdl perde due punti
percentuali e tre milioni di voti. Il “sogno imperiale” del Cavaliere
rappresenta ancora un pericolo ma per ora subisce una battuta
d’arresto.
Questo tuttavia non ci libera dalla cappa pesante di autoritarismo che pervade il paese, visto il successo della Lega, anche se avrà di sicuro conseguenze sulla stabilità di questo governo, che finora sembrava granitico.
La pesante crisi economica che attanaglia l’Europa è stato uno dei fattori che ha determinato le intenzioni di voto dei lavoratori e delle loro famiglie in tutto il continente. Se in Italia chi si avvantaggia maggiormente sono le formazioni di matrice reazionaria, come la Lega, o populiste come l’Italia dei valori, in tutta Europa il tratto dominante è la crisi della socialdemocrazia e delle forze legate in qualche modo ad essa, come il Pd in Italia. Crolla il Partito socialista in Francia, affonda la Spd in Germania, sprofondano i laburisti in Gran Bretagna nel loro peggior risultato della storia (16%) e Zapatero in Spagna è sconfitto per la prima volta. La delusione verso le politiche riformiste, più che mai inadatte a rispondere alla crisi capitalista, è palese. Sia che questi partiti stiano al governo, sia che siano all’opposizione, vengono puniti dai lavoratori e dalle loro famiglie, perché sono in grado di offrire solo tagli e sacrifici come risposta alla recessione. Anche l’aumento dell’astensionismo non è una scusante ma un monito alla sinistra riformista, incapace di stimolare milioni di lavoratori a recarsi alle urne.
A tal riguardo il Pd è totalmente coinvolto in questa debacle, ottenendo sette punti percentuale in meno rispetto alle elezioni politiche. Che Franceschini sia soddisfatto del risultato dimostra a che livello di sconforto e disperazione erano arrivati i vertici del Pd prima del voto. Il risultato delle amministrative è ancora più severo e travolge assieme al Pd sia il Prc che le altre liste di sinistra, fossero o meno alleate ai democratici
A livello europeo invece, la sinistra “radicale”, comunista o comunque non socialdemocratica, spesso aumenta i consensi, quando è vista come chiaramente alternativa non solo alla destra ma anche alla socialdemocrazia. Dalla Francia dove il Fronte capeggiato dal Pcf ottiene il 6,3% e l’Npa il 4,8% al Portogallo dove le due liste del Pcp e del Bloco de Esquerda superano il 20%. Dalla Grecia dove il KKE ottiene l’8% e Syriza il 5 alla Germania dove Die Linke cresce di un punto attestandosi al 7,5%, passando per l’Olanda e la Danimarca.
Questi partiti non sono mai stati compromessi in governi di coalizione oppure non lo sono da tempo. In Italia il ricordo del governo Prodi e delle sue nefandezze è ancora troppo vivo, e, come quasi sempre accade, sono i partiti che si collocavano alla sinistra dell’Unione, come il Prc, a pagarne ancora il prezzo.
E così la rabbia e l’incertezza per il proprio futuro, che domina le vite di milioni di giovani e lavoratori in questo paese prende la strada, al nord, del voto alla Lega, che ottiene un successo molto importante, raggiungendo quasi il 20% nelle circoscrizioni di Nord est e Nord ovest. Bossi offre una soluzione semplice alla crisi capitalista: la colpa è degli immigrati, basta buttarli tutti a mare e tutto andrà meglio. Mentre il Pd asseconda nei fatti, con i suoi sindaci e governatori sceriffi, questa logica, il Prc e la lista comunista hanno tenuto un silenzio di tomba sulla questione immigrazione e “pacchetto sicurezza” per tutta la durata della campagna elettorale. Chissà, forse per timidezza, forse per non disturbare il Pd in quelle realtà (e sono ancora troppe) dove governiamo e siamo alleati in provincie e regioni.
Ma non è con la timidezza, né con la subalternità su questa questione dirimente nella lotta di classe oggi e nel futuro che risaliremo la china, ma con l’audacia e l’alternatività al Pd, intervenendo ed organizzando le mobilitazioni contro le misure razziste e xenofobe, offrendo una prospettiva di unità dei lavoratori italiani ed immigrati.
Un altro dato che risalta è il voto ottenuto da Di Pietro. Con l’8% e quasi due milioni e mezzo di consensi è l’unico partito che aumenta i voti in termini assoluti rispetto ad un anno fa. L’Idv viene premiata dal fatto che è vista come l’unica opposizione parlamentare e dalla retorica spregiudicata del suo leader, recatosi ad esempio in diverse occasioni davanti a i luoghi di lavoro. Di Pietro ha ottenuto l’appoggio di alcuni dirigenti Fiom e Cgil, che contribuiscono a fornire all’IdV l’immagine (falsa) di partito vicino ai lavoratori. Tale immagine deve essere osteggiata con forza. Un partito che non si definisce né di destra né di sinistra, che sta con i lavoratori ma anche con gli imprenditori (chiaramente quelli “onesti”) rappresenta un pericolo per la classe operaia. Il populismo di Di Pietro deve essere denunciato nell’attività quotidiana nei luoghi di lavoro e di studio. Ma allora perchè aumentare la confusione come ha fatto il Prc, alleandosi con l’Idv nelle scorse elezioni regionali abruzzesi ed in decine di altre situazioni in tutta la penisola?
La campagna elettorale condotta dalla stragrande maggioranza dei compagni per la lista comunista è stata coraggiosa e senza tregua. Il risultato ottenuto costituisce una sconfitta, ma non siamo alla disfatta della Sinistra Arcobaleno: oggi la sola lista comunista prende da sola un numero simile di voti preso da tutte le forze della sinistra un anno fa. Insieme ai voti di Sinistra e libertà e del partito di Ferrando, le forze di sinistra raddoppiano i consensi rispetto al 14 aprile 2008. Dal milione di voti ottenuto, per quanto sembri dura, si può e si deve ripartire. A Chianciano abbiamo salvato il Prc e giustamente abbiamo riproposto la falce e martello il 6-7 giugno. Ma il simbolo non basta, né servono nuovi cartelli elettorali, per unificare ciò che c’è a sinistra, né altre scorciatoie organizzative né frasi ad effetto.
Occorre un lavoro sistematico di radicamento nei luoghi di lavoro e di studio, dove nasce e si sviluppa il conflitto, costruendo il partito e portando avanti un programma di rottura con le compatibilità del capitalismo.
Davanti alla stretta autoritaria del governo di destra ed alla crisi del riformismo, davanti alle lotte da Pomigliano alla Fincantieri, davanti all’isolamento che tanti lavoratori e giovani che vorrebbero cambiare questo sistema patiscono, oggi più che mai c’è bisogno di una forza come Rifondazione comunista, a condizione che trovi la sua ragione di esistere nel conflitto di classe.
10 giugno 2009
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