La crisi economica internazionale ha costretto i governi a massicci interventi a sostegno, prima, delle grandi banche e poi di molte altre aziende. Ciò ha provocato l’aumento dei deficit e dei debiti pubblici, gettando diversi stati alla bancarotta. Per ora, il crollo ha riguardato paesi non decisivi, ma le cose potrebbero cambiare, aggravando la crisi in atto.
La crisi ha scompaginato le finanze pubbliche americane come un ciclone. Negli anni ’90, nonostante le mire di grandezza imperiale di Bush e il taglio delle tasse ai suoi amici ricchi, il debito pubblico si aggirava sul 65% del Pil. Nel 2007, il primo scatto: 75%. Oggi si parla dell’82%, ma in realtà, seppure l’aumento sia impressionante, è una stima per difetto. Occorre infatti considerare che la banca centrale statunitense è intervenuta massicciamente a sostegno dell’economia, ossia delle grandi banche. Considerando assieme l’intervento monetario e quello fiscale, si stima una proporzione del 30% del Pil (si consideri che dal ’29 al ’33 l’intervento pubblico totale non superò il 9%). Secondo lo stesso Fondo Monetario Internazionale, nel 2010 si supererà il 100%. Stiamo dunque parlando di cifre che fanno del debito pubblico americano il più alto, in proporzione, dei principali paesi industrializzati ad eccezione di quello giapponese e, forse italiano.
La situazione è aggravata da diversi fattori: lo scarso risparmio delle famiglie americane, l’enorme debito privato, la maggiore quota di debito, pubblico e privato, in mani estere. Non si capisce bene dove l’amministrazione Obama troverà i soldi per salvare General Motors, o per ricapitalizzare le istituzioni finanziarie che continuano a generare perdite per miliardi di dollari.
Anche l’altra sponda dell’Atlantico è stata investita dalla crisi. Per anni, i commentatori economici hanno esaltato il pragmatismo dei dirigenti laburisti, Blair in testa, che da veri conoscitori del mondo, non avevano invertito le politiche della Thatcher, limitandosi a ridurne gli aspetti più brutali. I governi inglesi venivano lodati per aver eliminato gli avanzi preistorici dell’industria, che ancora grava su Germania e Italia, mentre veleggiavano verso il futuro, affidando tutte le possibilità di sviluppo alla City, alla finanza internazionale.
Pochi mesi di crisi hanno fatto giustizia di queste posizioni. Il crollo delle banche inglesi ha costretto il governo a soccorrerle, nazionalizzandone alcune delle principali. La spietata ironia della storia ha costretto i laburisti, nella loro versione più liberista di sempre, a votare le nazionalizzazioni più grandi mai viste. Il salvataggio delle banche ha comportato, tra l’altro, colossali buchi di bilancio per lo stato inglese: il deficit pubblico era di 700 milioni di sterline ad aprile del 2008, supera oggi i 7 miliardi. Detto diversamente, in un anno si è decuplicato. Quanto al debito pubblico, anche se il livello assoluto è per ora minore di altri paesi, il balzo è impressionante: in un anno dal 43% al 53% del Pil. La previsione del Fmi è del 70% entro il 2010.
L’asta di marzo dei titoli di Stato inglesi ha suonato un campanello di allarme: c’erano meno compratori che da dieci anni a questa parte. Le agenzie di rating, avvoltoi interessati, parlano di abbassare il giudizio sul debito pubblico inglese. Sarebbe un segnale chiarissimo anche per gli Stati Uniti. Potrebbe significare un nuovo periodo di crolli per le borse di tutto il mondo.
L’Italia era la pecora nera tra le principali economie, quella che, per colpa di culture antidiluviane, produceva fino a poco fa panettoni di stato, affogata nel debito pubblico. Oggi appare quasi un esempio di virtù. Ma questo solo perché gli altri paesi hanno subito un deterioramento senza precedenti della propria condizione.
La realtà è che la situazione delle finanze pubbliche italiane è molto peggiorata. Nel 2008, l’indebitamento netto è quasi raddoppiato (dall’1,5% al 2,7% del Pil). Se il debito pubblico è stato per qualche anno stabile attorno al 106%, la spesa per interessi va progressivamente aumentando. A ciò si aggiunge la riduzione per le entrate fiscali dovuta alla crisi (ad esempio, nell’ultimo anno, le imposte indirette sono diminuite del 5%). Lo stesso governo prevede che a fine 2009 il debito avrà già superato il 110% del Pil e i dati di crescita economica usati per fare la previsione sono comicamente ottimisti e c’è infatti chi ipotizza un debito pubblico attorno al 120% del Pil.
Analizzando la situazione di altri Stati emerge la stessa tendenza ovunque. Proporzionalmente, la condizione peggiore è quella del Giappone che, impantanato in una crisi che dura ormai da quindici anni, già prima dell’ultima recessione aveva un rapporto debito/Pil superiore al 150%.
Le conseguenze per i lavoratori
Questi enormi debiti, che vanno crescendo a ritmi vertiginosi, graveranno nei decenni a venire sulle condizioni di vita dei lavoratori. Se paragoniamo la situazione a quella degli anni ’70, che fu l’ultima recessione che colpì contemporaneamente i principali paesi industrializzati, vediamo che le condizioni sono assai più deteriorate.
In primo luogo, l’economia nel suo complesso è molto più indebitata di allora: oltre agli stati, famiglie, imprese, banche, hanno livelli di indebitamento mai visti. Ciò renderà più difficile la ripresa. Inoltre, avrà come conseguenza anche la difficoltà di tutti questi soggetti a finanziare il proprio debito. Non a caso, negli ultimi mesi le aste dei titoli di Stato in molti paesi hanno visto scarseggiare i compratori.
Per non parlare delle obbligazioni private. Queste difficoltà crescenti aumenteranno il costo dell’indebitamento. D’altra parte, gli Stati, rispetto agli anni ’70, hanno meno strumenti per fare cassa vendendo direttamente attività, avendo privatizzato l’impossibile in questi anni. In terzo luogo, la struttura economica dei paesi avanzati sconta in molti settori la nascita di forti concorrenti in paesi emergenti quali la Cina e l’India, che ha contribuito alla scomparsa di nomi storici dell’industria e della finanza.
Su questo punto occorre osservare che gli Stati sono intervenuti e interverranno a sostegno del grande capitale senza nessuna considerazione per la salute delle finanze pubbliche, cui sono interessati solo i dirigenti riformisti. Questi interventi servono a salvare i settori economici chiave dell’economia, non hanno nulla a che vedere con l’efficienza economica o l’eccellenza di comparti innovativi della produzione. Salvare la General Motors è importante per il capitalismo americano, come salvare le banche lo è per quello britannico. La concorrenza può attendere.
Durante la crisi emerge l’ovvia verità che le grandi aziende ricorrono ai loro Stati per salvarsi e questi ricorrono a ogni mezzo per salvarle. Alla fine, negli anni ’30 e ’40 fu la forza delle armi a decidere chi dovesse uscire vincitore dalla crisi del ’29. Anche se non in quelle forme, succederà lo stesso ora.
Per cercare di tamponare i problemi che abbiamo descritto, è possibile che si lasci via libera alla crescita dell’inflazione che consentirebbe di ridurre il peso reale del debito e di rendere più competitive le esportazioni. Tuttavia si tratterebbe di una soluzione solo apparente. L’inflazione ha conseguenze destabilizzanti per la crescita a medio termine del capitalismo. Ricorrere a tale misura è un gesto disperato che provocherebbe problemi ancora più gravi in seguito.
La crisi della finanza pubblica rimarrà un dato di fondo per tutta la prossima fase economica. I governi cercheranno di ripianare quei buchi a spese dei lavoratori. Che taglino le spese per i servizi sociali, aumentino le tasse sulle retribuzioni, usino l’inflazione per liberarsi dei debiti distruggendo il valore dei salari, l’effetto finale sarà pagato dalla classe lavoratrice.
C’è un solo modo per evitare di pagare la crisi due volte, oggi coi licenziamenti di massa e domani con salari da fame: non l’intervento di questo Stato nell’economia ma l’intervento dei lavoratori, il controllo operaio sulla produzione. La crisi del capitalismo devono pagarla i padroni.