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35 ore: per chi? Stampa E-mail
Scritto da Paolo Grassi   

35 ore: per chi?

Analisi del disegno di legge

 

Il 25 marzo il governo ha varato il disegno di legge (DdL) sulle 35 ore.

Il disegno di legge riassunto in 5 punti fondamentali è stato oggetto in questi mesi di ogni sorta di critica e di aspettativa da tutte le parti sociali.

Quello che il governo alla fine ha partorito non va verso una reale riduzione d’orario a parità di salario come Rifondazione e molti lavoratori auspicavano, ma la conferma che dietro a questo progetto si celano gli obiettivi della borghesia di mettere un’ulteriore arma di sfruttamento della classe operaia nel proprio arsenale.

 

L’obiettivo di varare una legge sulle 35 ore, nato in autunno da un accordo tra governo e Rifondazione come contropartita in cambio del voto favorevole del Prc sulla finanziaria ‘98, ha attraversato in questi mesi un percorso che alla fine ha dato vita a un testo che se in alcuni passaggi può avere diverse interpretazione in altri invece è molto chiaro. Ma il suo travagliato percorso non è ancora finito. Molti sono gli elementi che ci fanno credere che questa legge, che non è quella che auspicava Rc all’inizio, può essere ulteriormente peggiorata.

Gli elementi che fanno pensare ad un ulteriore peggioramento oltre ai contenuti del testo sono le tante dichiarazioni o atteggiamenti di settori chiave che parteciperanno alla sua stesura finale, che già hanno anticipato come nel corso dell’iter parlamentare ci siano ancora ampi margini al peggioramento. Sia Treu (ministro del lavoro) che Prodi dopo l’uscita del DdL si sono affrettati ad assicurare agli industriali. Hanno spiegato che il governo con questo atto ha semplicemente assolto gli impegni presi in autunno con Rifondazione e ora lasciano al parlamento la possibilità di modificarla ulteriormente. Ulteriori modifiche in parlamento, con gli attuali rapporti di forza, significano un peggioramento.

Confindustria dopo aver alzato le barricate e aver rotto le trattative sulle 35 ore ha ora riallacciato i rapporti con il governo sia perché in questo momento provocare la rottura della pace sociale in fabbrica le sarebbe estremamente svantaggioso, ma anche per le assicurazioni ricevute dal governo su una continuazione sulla strada di quello che in questi due anni sono stati il pacchetto Treu sulla flessibilità, gli incentivi per la rottamazione e i contratti d’area.

 

Divide i lavoratori

 

Andiamo allora a vedere quali sono le questioni fondamentali nei 5 articoli del DdL:

Nel primo articolo subito si trovano alcune questioni dolenti

1) Non si parla di riduzione d’orario a parità di salario.

2) Vi sono escluse le aziende con meno di 15 dipendenti e l’impiego pubblico ne è esente da sempre, cioè una grossa fetta di lavoratori dipendenti del paese.

Per noi deve essere irrinunciabile la parità di salario per arginare la crescita dello straordinario e per non vanificare la lotta alla disoccupazione che è tra gli obiettivi della riduzione dell’orario. Come deve essere irrinunciabile avere una legge uguale per tutti, unico vero strumento per unire i lavoratori.

Nel secondo articolo si afferma: "resta ferma la competenza esclusiva dei contratti collettivi in ordine alla regolazione del regime ordinario e di retribuzione dell’orario di lavoro". Di fatto questo passaggio è una risposta a chi sostiene che la parità di salario è sottintesa o scontata, perché dice chiaro e tondo che il salario lo decide la contrattazione tra padroni e sindacati. Questo apre la porta a ulteriori peggioramenti e divisioni fra i lavoratori.

Inoltre differenziare i costi tra piccola, media e grande impresa potrebbe spingere molti dei padroni a iniziare o accelerare quel processo, che già è in atto, di esternalizzare più mansioni possibili nel ciclo di produzione dividendo una unica fabbrica in tante più piccole che godono di ulteriori strumenti antisindacali.

 

Ancora regali per i padroni

 

Nei primi tre articoli si cita o si fa di continuo riferimento alla legge 196/97 del 24 giugno del ‘97 ad opera di Treu.

Vediamo anzitutto in che cosa consiste questa legge e in che modo si lega all’odierno disegno di legge.

Tre sono i punti fondamentali della 196/97: proporre incentivi a quei padroni che invece di dichiarare esuberi in cambio di finanziamenti dello stato ridistribuiscono il lavoro tra le maestranze. Per agevolare ciò si incentiva anche l’assunzione a tempo determinato e si disincentivano gli straordinari con delle maggiorazioni di contributi del 5% dalla 41esima ora alla 44esima fino ad arrivare al 15% dopo la 48esima.

Come possiamo vedere incentivi per chi riduce l’orario e disincentivi per chi lo aumenta già ci sono. L’odierno disegno di legge si limita, da questo punto di vista, a spiegare che nella misura in cui l’orario passasse da 40 a 35 ore tutte le aliquote contributive e le fasce d’orario verranno riviste e riadattate. Il dubbio che sorge non è come possono cambiare le fasce d’orario e le rispettive maggiorazioni facendo una semplice sottrazione, cosa per altro non prevista, ma che dentro a questa promiscuità si nasconda uno dei maggiori cavalli di battaglia dei padroni, quello di aprire le porte a una flessibilità d’orario totale togliendo i paletti ai limiti giornalieri e settimanali dell’orario di lavoro.

La cosiddetta annualizzazione dell’orario di lavoro permetterebbe in teoria di avere una settimana media di 35 ore che sarebbe il risultato di "picchi" lavorativi in cui alcune settimane il lavoratore può arrivare a lavorare anche 60 ore in una settimana e in altre, quando il mercato ristagna, 20 o 25 ore.

Questo porterebbe ulteriori vantaggi ai padroni che potranno risparmiare sugli straordinari nello stesso tempo assicurargli gli incentivi statali promessi e aumentare la divisione tra i lavoratori. Tutto ciò tra l’altro non sarebbe altro che recepire e attuare la direttiva europea 93/104 CE come di fatto è accennato alla fine dell’articolo 4.

 

La "clausola di dissolvenza"

 

Sempre nell’articolo 4 vi è un ultimo passaggio che vale la pena evidenziare: questo articolo tratta dell’impegno che il governo prende con i padroni e sindacato di verificare quali effetti la legge potrà avere. Tenendo conto delle misure di incentivazione della riduzione d’orario il governo potrà verificare quali saranno le sue conseguenze rispetto alla situazione economica e sociale nei diversi settori produttivi e aree territoriali. Di fatto il governo si garantisce l’opportunità entro il 1° novembre del 2000 di avere una "clausola di dissolvenza" dell’accordo nel caso vengano a mancare elementi di soddisfazione per la Confindustria.

 

Una legge che non ci soddisfa

 

Il giudizio complessivo che si può dare a questo disegno di legge è decisamente negativo. Quello che fino ad un mese fa poteva essere solo un ipotesi, che i padroni e il governo volevano annacquare il più possibile la legge, è ora di fatto una realtà.

Il testo è pieno di scappatoie e aggiramenti che rendono incomprensibile la legge ai lavoratori. Di fatto tentano di fare con questa legge quello che non possono permettersi di fare con un attacco frontale.

L’unico modo per ovviare e ciò non è quello della battaglia parlamentare ma quello di concentrare le nostre energie nel sindacato con una campagna verso i lavoratori per affrontare questa battaglia su un terreno a noi più favorevole. La lotta per le 35 ore deve essere un lotta contro la flessibilità, per turni di 5 giorni dal lunedì al venerdì.

I lavoratori devono legare la riduzione d’orario proporzionalmente all’aumento di produttività del lavoro. Nessun nuovo regalo (gli incentivi) con i nostri soldi ai padroni, quello che deve essere intaccato deve essere il profitto che fanno sulla nostra pelle.

Bisogna infine accompagnare queste rivendicazioni con quelle di investimenti di pubblica utilità e con quello di un salario ai disoccupati, come strumenti decisivi per legare la lotta dei lavoratori occupati a quelli precari e disoccupati.

 
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