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Vota Lista Comunista e Anticapitalista
Il 6-7 giugno bisogna votare e far votare per la lista comunista e anticapitalista promossa innanzitutto da Rifondazione comunista. Siamo a poco più di un anno dal naufragio ignominioso del governo Prodi e dalla sconfitta catastrofica che ha cancellato la sinistra dal parlamento italiano.
Il bilancio di quest’anno è drammatico. Governo e padronato stanno usando la crisi economica come leva per scardinare quel che resta dei diritti e delle conquiste sociali ottenute grazie alle lotte di generazioni di lavoratori. Nulla è al riparo: dalla scuola pubblica al contratto nazionale di lavoro; mentre l’industria italiana rischia di restare stritolata nella crisi, i soldi si trovano solo per le banche o per operazioni spregiudicate di imprenditori corsari, come è stato il caso per Alitalia; l’Abruzzo si dovrebbe ricostuire con le lotterie, ma per la Tav, l’Expo, il Ponte sullo Stretto i soldi si trovano.
Non una lira, invece, per i disoccupati, i cassintegrati, le pensioni, i servizi pubblici. Il Libro bianco del ministro Sacconi, del quale scriviamo più ampiamente in un’altra parte di questo numero, dichiara guerra a tutto ciò che di pubblico resta nel campo dei servizi sociali. Scuola, sanità, pensioni, assistenza, tutto deve diventare occasione di profitto privato.
La cornice questa sistematica lotta di classe condotta sotto la parola d’ordine “possidenti di tutta Italia, unitevi!”, sono i propositi di controriforma elettorale, favoriti dalla proposta referendaria di Segni e Guzzetta. Berlusconi ha detto chiaro e tondo che il referendum avvantaggia i più forti, e che poiché il Pdl è oggi il primo partito italiano, non sarà certo lui a lasciarsi sfuggire l’occasione di conquistare un potere pressoché assoluto. Se infatti passasse il referendum, la legge elettorale che ne emergerebbe attribuirebbe al partito più votato il 55 per cento dei parlamentari. Per ipotesi, una lista col 20 per cento dei voti potrebbe avere la maggioranza assoluta in parlamento; neppure la legge Acerbo del 1924, che permise la vittoria del “listone” fascista inaugurando il regime, si era spinta a tanto.
Con Berlusconi candidato capolista in tutte le circoscrizioni, a caccia di una consacrazione plebiscitaria, si profila il rischio di una drammatica accelerazione: plebiscito per il capo del governo, approvazione del referendum, prospettiva di un governo monocolore Pdl con maggioranza assoluta e il potere non solo di governare senza ostacolo alcuno, ma anche di eleggere il Presidente della repubblica e, se trovasse l’accordo di un altro partito, di cambiare la stessa Costituzione. Del resto, Berlusconi lo aveva già detto chiaramente: sarebbe il caso di abolire il parlamento e sostituirlo con una consultazione di 7 persone (i capigruppo)… c’è ancora qualcuno che pensa che sia solo uno scherzo di carnevale?
Di fronte a tutto questo, lascia senza parole l’atteggiamento del Partito democratico. Il Pd non ha saputo trovare una posizione chiara e di opposizione su uno solo dei punti decisivi di conflitto che riguardano le sorti dei lavoratori e dei ceti popolari, né sul piano sociale, né su quello dei diritti democratici: incapaci di sostenere la Cgil contro l’attacco al contratto nazionale di lavoro; collaborazionisti sul federalismo fiscale che altro non è che la codificazione della guerra fra poveri estesa a tutto il territorio nazionale; incapaci di trovare una posizione comune sulla difesa della laicità dello Stato, balbettanti sulla vera e propria caccia all’immigrato scatenata dal governo, fino alla ciliegina sulla torta, ossia la decisione di Franceschini di schierare il suo partito a favore del referendum elettorale.
Se si trattasse solo del suicidio del Pd si potrebbe in fondo pensare che sono affari loro e che un partito che in soli 18 mesi di vita ha collezionato una così impressionante serie di fiaschi e autogol in fondo non è poi obbligatorio che continui ad esistere. Il problema è però che nell’affondare il Pd tenta di fare terra bruciata di qualsiasi possibilità di creare una seria opposizione sociale e politica. Resta così in campo solo la pseudo opposizione di Di Pietro, uno capace di andare davanti alle fabbriche a fare l’amico del popolo mentre a Strasburgo i suoi rappresentanti siedono in un gruppo, quello liberale, che è stato capofila tra le altre cose della campagna in favore della direttiva europea sulle 65 ore di lavoro settimanale.
Il significato del voto alla lista comunista è quindi chiaro; è un passo, non l’unico né quello decisivo, ma comunque importante, per tentare di tracciare una linea di difesa. Un voto per dire che la crisi non la devono pagare i lavoratori o gli immigrati, ma devono pagarla i banchieri, gli speculatori, i padroni e i loro manager strapagati; non è un voto per qualche santo in paradiso, ma un voto per dire che i lavoratori devono difendersi con tutti i mezzi possibili e che il primo passo e ricostruire una sinistra che sappia stare senza esitazioni dalla loro parte.
Non è un caso se la nostra lista è circondata dal silenzio pressoché totale dei media: lorsignori sanno benissimo che la crisi morde e può creare anche in Italia le condizioni per esplosioni della rabbia sociale come già è accaduto in Grecia e in altri paesi. Proprio per questo vogliono tentare di cancellare la nostra presenza dalla scena politica; la politica per i lavoratori e gli sfruttati deve essere solo un labirinto senza uscita, come senza uscita deve essere, secondo loro, questo sistema economico fallimentare.
Ogni voto che sapremo raccogliere sarà quindi innanzitutto un segnale chiaro di rottura con tutto questo.
13 maggio 2008
P.S. Alle elezioni europee si presenta anche una lista dal nome Sinistra e libertà, alla quale contribuiscono Niki Vendola e i compagni che si sono scissi da Rifondazione dopo aver perso l’ultimo congresso. Sarebbe sbagliato polemizzare con una lista che si presenta per bocca di uno dei suoi giornali di riferimanto (l’altro, diretto da Piero Sansonetti) con la dichiarazione di principio “questa sinistra non serve a niente”. Appunto, e non c’è altro da aggiungere…
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