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Terremoto in Abruzzo Stampa E-mail
Scritto da Michele Fabbri   
venerd́ 17 aprile 2009
Quando la mancanza di prevenzione crea la catastrofe

Un terremoto di grado 7 della scala Richter, nell'Appennino meridionale provocherebbe tra i 5 e gli 11mila morti, in Giappone non più di 50. Un sisma ancora più violento (intensità 7,5) in Calabria causerebbe tra le 15 e le 32mila vittime, appena 400 in una città densamente popolata come Tokyo.


Questo afferma uno studio di Alessandro Martelli, che insegna "costruzioni in zone sismiche" a Ferrara, dirige la sezione "prevenzione rischi naturali" all'Enea ed è presidente dell'Associazione nazionale di ingegneria sismica. "In Giappone un terremoto come quello dell'Aquila non sarebbe neanche finito sul giornale" dice. "E invece da noi l'applicazione della legge che impone criteri antisismici per gli edifici di nuova costruzione viene rimandata in continuazione".

Rui Pinho, che insegna meccanica strutturale all'università di Pavia rincara la dose: "Non esiste terremoto in grado di far crollare un palazzo costruito adottando tutti i dispositivi dell'ingegneria antisismica".

Da qui partiamo per commentare le conseguenze del terremoto abruzzese. È passata una settimana. I morti trovati sono 298 e ora, oltre alla doverosa solidarietà, crediamo sia necessario interrogarci su come l’Italia si prepara agli eventi sismici. La struttura tettonica italiana vede un equilibrio dinamico tra la zolla africana e quella eurasiatica, con notevole attività sismica lungo la catena appenninica e l'arco calabrese.

Perciò, prevedere l'imminenza di un qualche terremoto in Italia non è difficile, sapendo che è considerato sismico il 45% del territorio, dove vive il 40% della popolazione, e che nel passato millennio abbiamo avuto oltre 30mila eventi sismici di media o grande entità con oltre 120mila vittime solo nel XX secolo. Il punto è che i morti non li provoca il terremoto in sé… ma il modo nel quale si è costruito sul territorio.

Il geologo Mario Tozzi, famoso divulgatore scientifico, ha dichiarato recentemente che appena un quarto degli edifici sarebbe in grado di reggere a terremoti forti senza presentare lesioni di rilievo, cioè: almeno 15 milioni di italiani alloggiano in abitazioni non sicure da un punto di vista del rischio sismico.

"Costruire un edificio nuovo nel rispetto delle norme antisismiche fa lievitare la fattura del 3-5 per cento. Risparmiare una cifra ridicola e non rispettare le norme di sicurezza è un gesto criminale" ha dichiarato la settimana scorsa Pascal Peduzzi, consigliere scientifico dell'agenzia Onu basata a Ginevra ISDR (International Strategy for Disaster Reduction). Gli ha fatto eco il suo direttore, Salvano Briceno: "Gli ospedali avrebbero dovuto essere rafforzati meglio, riducendo la portata della catastrofe. Si tratta di edifici essenziali, che bisogna rafforzare in modo prioritario". Il San Salvatore, l’ospedale dell’Aquila ora inagibile, era stato costruito lungo gli ultimi 30 anni e finito 7 anni fa, quando già si disponeva delle informazioni tecniche per difendersi dalla violenza delle onde sismiche. Martedì 14 aprile si è saputo che non aveva mai ricevuto l’agibilità dal’Asl!


Non è stata fatalità, ma disprezzo della vita di noi tutti

Non ci può nascondere dietro la retorica sulla “fatalità”. L’Italia dispone delle capacità, dei saperi e le tecnologie per evitare la stragrande maggioranza dei crolli e dei lutti che abbiamo visto in questi giorni. Il problema è politico: quanto vale la vita delle persone normali per chi decide come spendere i soldi in questo paese? In una delle multipli dichiarazioni del “presidente pompiere” Berlusconi ha detto, come se fosse una verità evidente a tutti: “Non abbiamo la bacchetta magica… non possiamo far rispettare a tutte le scuole italiane i criteri antisismici…” Bertolaso, intervenendo in Parlamento a dicembre dello scorso anno, dopo la morte di uno studente piemontese per il crollo di un controsoffitto, aveva abusato degli stessi concetti: “…Per far rispettare a tutti gli edifici scolastici le leggi in vigore servono 14 miliardi di €. Non li abbiamo e dunque non lo possiamo fare.” Tutto legale però: le leggi ci sono, ma nel caso degli edifici scolastici ogni legge finanziaria ne proroga di anno in anno l’applicazione…

Vediamo il caso specifico della legge per la costruzione in zone sismiche, approvata subito dopo la tragedia di San Giuliano, nel 2002, dove morirono 27 bambini, non per la fatalità del terremoto, ma per la aggiunta di un secondo piano nella scuola senza rispettare nessuna norma antisismica. Quell'istituto, il primo in Italia, ora è stato ricostruito con un isolamento sismico alle fondamenta. E altre 15 scuole attualmente sono in costruzione con la stessa tecnica… ma le altre migliaia di scuole a rischio?

Le norme tecniche di questa legge sono pronte dal settembre 2005. Da allora quelle norme hanno già avuto tre proroghe (due del governo Prodi, una del governo Berlusconi), ritocchi e fasi transitorie, e ancora oggi non sono obbligatorie. Nonostante siano - come ha dichiarato Luca Sanpaolesi, professore di Tecnica delle costruzioni a Pisa - la prima normativa italiana che adotta principi antisismici seri.

In queste norme ci sono le indicazioni su come disegnare in sicurezza le strutture, in muratura, in cemento armato e in legno. Ma ci sono anche le prescrizioni per mettere in sicurezza gli edifici esistenti. Il decreto entra in vigore il 24 ottobre 2005 e subito finisce nel limbo della fase transitoria. Inizialmente deve durare 18 mesi. Il governo Prodi la prolunga fino a dicembre 2007. Il testo non convince tutti. Si arriva a un ritocco nel gennaio del 2008. E arriva la seconda proroga: l'entrata in vigore è spostata al 30 giugno 2009. Per gli edifici strategici nuovi (scuole, ospedali, infrastrutture) l'applicazione scatta da marzo 2008. Secondo la legge in vigore la Casa dello studente dell'Aquila doveva essere costruita con le nuove norme! Ma come risulta evidente a chiunque abbia occhi per vedere non era così!

E arriviamo intanto all'ultima proroga. Stavolta è il governo Berlusconi a proporla nel decreto di fine 2008. Al 30 giugno 2010! Tra i “motivi” si dice che manca una circolare esplicativa per i progettisti…

Dopo il terremoto abruzzese


Nella prima settimana il governo ha stanziato 30 milioni di euro. Una goccia nel mare. La macchina della protezione civile, attingendo alla generosità di decine di migliaia di volontari, al lavoro egregio dei pompieri, malgrado da anni siano paurosamente sotto organico, ha fatto miracoli. Ma oggi, dopo una settimana della catastrofe tutto ciò non può bastare. Come hanno ricordato tra gli altri i compagni di Rifondazione accorsi numerosi in Abruzzo, la sistemazione in tende non è adeguata per più di qualche settimana. Risulta evidente che malgrado lo sciame sismico andassi avanti da mesi non sono stati pressi dei provvedimenti assolutamente necessari per migliorare le condizioni di chi si sarebbe trovato senza casa.

Facile elencare i più evidenti: mancavano aree attrezzate con acqua corrente e elettricità, mancavano l’acqua calda e le docce, mancavano i frigo col risultato che provviste fresche arrivate in quantità stanno già marcendo, non si è previsto un piano per sistemare in costruzioni decenti strutture (mense, scuole, dispensari) assolutamente necessarie per una vita civile…

E quanto sarebbe efficace una campagna sistematica che usando i tecnici delle università e i compagni dei sindacati edili spieghi alla popolazione le basi fondamentali di una cultura antisismica, quali siano i loro diritti e come difenderli?

Quello che è avvenuto non ha a che vedere con la fatalità. Appartiene al terreno della prevenzione. E costa, costa denari… comunque molti meno di quelli assicurati al sistema finanziario in crisi o alla rottamazione dell’auto in questi mesi.

Per la ricostruzione dopo il terremoto del Friuli (1976) che viene presentata – a differenza della ricostruzione dell’Irpinia - come un modello lo Stato spese una cifra pari a 10 miliardi di euro di oggi, mentre per quella in Umbria e Marche (1997) almeno 4 miliardi. La decisione di spendere o meno questi soldi e il come verranno spesi e sotto il controllo di chi, è una scelta politica. Dipende dalle popolazioni abruzzesi come verrà fatto. Rifondazione comunista può giocare un ruolo importante proponendo organismi di base, comitati di senza casa coordinati sul territorio per ricostruire al meglio la città e i piccoli paesi coinvolti. Altro che “new town”! I comunisti devono lanciare la proposta che la ricostruzione diventi un’occasione per mettere in discussione l’uso del territorio, per combattere la speculazione, per far controllare da assemblee democratiche tutto il processo.

Alla luce di questa catastrofe in Abruzzo ci sono tutte le ragioni per rivedere il “piano casa” e non solo in questa regione. Ormai non si contano le versioni, ma è chiaro che lo scopo era stimolare gli appetiti di più volumetrie negli edifici riducendo i controlli formali ex ante e senza rivedere affatto il sistema dei controlli sulle opere in costruzione e completate. Formalmente tocca alle Regioni il compito, nel recepire il piano, di tenere alta la guardia sul rispetto dei requisiti antisismici, imponendo controlli sui cantieri e ad opere completate. Ma risulta evidente che i controlli formali sono pressoché inesistenti.

La previsione dei terremoti è possibile?

Nella settimana appena trascorsa ci sono state centinaia di ore dedicate al terremoto su radio e tv. Migliaia di articoli sui giornali. Una parte importante dell’attenzione è stata dedicata a polemizzare sulla possibilità di prevedere i terremoti. Bertolaso e i vertici dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia hanno ripetuto più volte che ciò non è possibile. Altri, come Giuliani, il tecnico del laboratorio di fisica del Gran Sasso, dicono il contrario.

A noi sembra che la previsione degli eventi sismici potrebbe sicuramente evitare molti morti, ma non risolverebbe nessuno degli altri problemi. La prevenzione, evitare che gli edifici crollino, è l’unica soluzione vera. Ciò non vuol dire che non valga la pena fare ricerca sulla possibilità di prevedere le scosse. E anche qui il problema è politico: quali e quante risorse dedicare. Pier Francesco Biagi è docente di Fisica all’università di Bari. Studia il radon e i disturbi sui segnali radio da decenni: «I sistemi per prevedere un terremoto già esistono — dice —, è che mancano i soldi per perfezionarli. Questo ricercatore contesta la sicurezza con la quale Bertolaso nega le previsioni sui terremoti. Segnala che questa settimana centinaia di ricercatori si riuniranno a Vienna per fare il punto delle loro ricerche. E denuncia che l’anno scorso ha ricevuto per la sua attività 7000 €. di finanziamento pubblico!

Il risultato? L’università di Bari ha messo a punto un sistema di 25 centraline fermo per mancanza di fondi…

Un piano straordinario per le zone sismiche


Vengono i brividi leggendo gli studi più aggiornati sulle zone sismiche italiane. Sui 400.000 abitanti di Catania ci sarebbero almeno 50.000 morti e feriti se si scatenasse quel terremoto che si paventa da decenni. Solo il 5% delle abitazioni di Catania è a prova di terremoto - almeno in teoria - tre abitanti su quattro sarebbero comunque coinvolti. La zona fra Messina e Reggio Calabria è forse l'area a più elevato rischio sismico dell'intero Mediterraneo, i centri storici delle due città non sono adeguati al forte terremoto prossimo venturo: non si può parlare di fatalità quando studi seri dicono che solo un quarto delle abitazioni sia in grado di reggere un sisma violento sopra i 6 gradi Richter.

Allo stesso tempo il terremoto abruzzese insegna anche che è possibile prevenire con successo. Sul sito di Rainews24 si può vedere il paese medioevale di Santo Stefano in Sessanio. Le sue case costruite in pietra con semplici e poco costosi accorgimenti antisismici hanno retto il terremoto… tranne la torre alla quale avevano aggiunto un tetto in cemento invece che in legno, che l’ha appesantita troppo.

Ci sono intere parti delle nostre città da “rottamare”. Case, scuole, ospedali, carceri così intimamente fragili nelle strutture da essere esposti anche ai movimenti tellurici meno intensi. A crollare su se stessi, sono spesso edifici costruiti negli anni 50 e 60. E sono troppo spesso edifici pubblici, servizi collettivi, luoghi di lavoro e di sosta abitati simultaneamente - anche nelle ore notturne - da decine e centinaia di individui. Serve una grande campagna per monitorare l’edilizia pubblica e privata realizzata nel secondo dopoguerra che mobiliti proprio quelle energie a livello locale, ma allo stesso tempo i comunisti non possono solo segnalare la spinta speculativa e affaristica che ci sta dietro. Occorre proporre di organizzare dal basso - chiamando a raccolta le migliori energie di questo paese - un piano alternativo.

Come testimoniano i diversi crolli di abitazioni troppe case sono costruite male. Milioni di abitazioni, costruite in cemento armato nel dopoguerra hanno superato il mezzo secolo. Il calcestruzzo non è come la pietra. Se il Colosseo fosse stato fatto in cemento armato sarebbe crollato da molto tempo. La mappa delle aree a rischio sismico non basta; serve controllare casa per casa, con criteri rigorosi per individuare quali sono gli edifici più esposti

Questo patrimonio abitativo, indipendentemente della qualità originaria, sarebbe da monitorare seriamente e da ricostruire in molti casi. Ciò indipendentemente del rischio sismico. Se le case fossero comunali o statali i costi li pagherebbe la collettività. Ma in Italia 4 case su 5 sono private. Tutto il sistema abitativo è stato pensato per costringere la popolazione a “farsi la casa”. Il problema di metterlo a norma è enorme. Non è pensabile che tutto ciò sia pagato dalle famiglie. Molti non si potrebbero permettere i costi. Occorre aprire una vertenza per esigere ai comuni e alle regioni che si facciano carico di un monitoraggio del genere. Gli interventi necessari per mettere a norma gli edifici dovrebbero essere a carico dell’intervento pubblico. Certo le leggi potrebbero forse obbligare ai grossi proprietari che speculano sulla pelle di studenti ed emigrati a sistemare le case. Ma milioni di famiglie di lavoratori, di pensionati… semplicemente non avrebbero i soldi per affrontare una spesa del genere. Individuare i fondi nei bilanci comunali e regionali significa affrontare di petto come si usano le risorse in questo paese. È una questione di classe. Di quale classe difende meglio i suoi interessi. Significa legare le questioni politiche alla vita di tutti i giorni.

Si dovrebbe proporre ai privati di optare per la cessione a prezzi agevolati al patrimonio abitativo pubblico delle abitazioni fuori norma o per il pagamento dilazionato degli interventi necessari di manutenzione.

Tocca ai comunisti spiegare che una soluzione esisterebbe, ma che passa per il rilancio dell’edilizia pubblica, per la lotta alla speculazione, per l’utilizzo di enormi risorse… non per salvare i banchieri o per costruire cacciabombardieri… ma per migliorare la vita di milioni di italiani e non permettere che nel XXI secolo si muoia per il crollo di una casa. Lo spazio per l’iniziativa dei comunisti c’è eccome! Possiamo legare la spiegazione delle cause della crisi odierna che è esplosa sui crediti facili per l’acquisto di case alle nostre proposte alternative sui diritti di tutti: salario sociale, salute, istruzione, casa e pensioni degne. Le risorse per assicurarli a tutti ci sono. Solo che sono controllate da una cricca di speculatori. Dove noi vediamo diritti da difendere loro vedono solo occasioni per fare soldi.

Non è scritto che debba essere sempre così. Ma se non proviamo a spiegare pazientemente, come fare per difenderli questi diritti, abbiamo già perso. Il ruolo di un partito comunista si dimostra solo in questo modo.

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Scheda storica

MILANO - Il terribile terremoto che ha colpito l'Abruzzo si aggiunge a una lunga scia di disastri sismici che, nell'ultimo secolo, hanno colpito l'Italia. Dalla terribile scossa che in 37 'interminabili' secondi squassò Messina e Reggio nel 1908 fino al drammatico evento sismico che ha colpito l'Aquila e le zone limitrofe..

- 1908 (28 dicembre) Messina e Reggio (magnitudo 7,2): rase al suolo le città di Reggio Calabria e Messina e tutti i villaggi nell'area, causando quasi 100.000 morti. Si tratta della più grave sciagura naturale in Italia per numero di vittime.

- 1915 (13 gennaio) Avezzano, in Abruzzo (magnitudo 6,8): furono distrutte dal sisma Avezzano e tutto il territorio della Marsica. I morti ammontarono a circa 30.000.

- 1917 (26 aprile) Umbria e Toscana: furono distrutte dal sisma Monterchi, Citerna e Sansepolcro, e furono provocati danni a tutti i centri urbani dell'alta valle del Tevere.

- 1920 (7 settembre) Garfagnana e Lunigiana, in Toscana (magnitudo 6,5): con epicentro a Fivizzano; provocò 300 morti solo nel Comune che all'epoca contava 18.000 abitanti.

- 1930 (23 luglio) Irpinia, in Campania (magnitudo 6,7): 1.425 morti.

- 1968 (15 gennaio) Belice, nella Sicilia occidentale (magnitudo 6): rase al suolo diversi paesi del trapanese; le vittime furono almeno 300.

- 1971 (6 febbraio) Tuscania, nel Lazio (magnitudo 4,5): un terremoto semidistrusse la cittadina del viterbese, danneggiando gravemente i monumenti romanici e provocando 31 morti.

- 1976 (6 maggio) Friuli (magnitudo 6,1). Circa 1.000 le vittime.

- 1979 (19 settembre) Valnerina: il sisma provocò gravi danni a Norcia, Cascia e le aree limitrofe danneggiando i monumenti e provocando diversi morti.

- 1980 (23 novembre) Irpinia (magnitudo 6,9): devastate diverse zone tra la Campania e la Basilicata, con danni ingentissimi soprattutto nell'area del Vulture. Distrutti numerosi paesi, i morti saranno quasi 3.000.

- 1984 (7 e 11 maggio) Molise, Lazio e Campania con epicentro a San Donato Val di Comino (magnitudo 5,2), 7 morti.

- 1984 (19 ottobre): Catania con epicentro a Zafferana Etnea. Una vittima, centinaia di sfollati, danni ingenti al Palazzo Municipale e alla Chiesa Madre.

- 1990 (13 dicembre) Santa Lucia nella Sicilia sud-orientale (magnitudo 5,1): gravi danni ad Augusta e Carlentini con 16 vittime, molti danni nell'area del Val di Noto.

- 1997 (26 settembre e scosse meno forti nei giorni seguenti) Umbria e Marche (magnitudo 5,6): scosse disastrose ed edifici inagibili nelle zone di Assisi, Colfiorito, Verchiano,
Foligno, Sellano, Nocera Umbra, Serravalle di Chienti, Camerino; 11 morti.

- 2002 (31 ottobre-2 novembre) Molise e Puglia (magnitudo 5,4): San Giuliano di Puglia. Crollata una scuola dove morirono 27 bambini; 30 morti in tutto.

- 2003 (11 aprile) Cassano Spinola, Alessandria (magnitudo 4,6): scossa avvertita in tutto il nord-ovest. Nei giorni successivi la provincia di Alessandria ha stimato danni tra 60 e 80 milioni di euro: 300 sfollati, 5mila case lesionate.

- 2009 (6 aprile) L'Aquila e zone limitrofe (magnitudo 5,8) tra le frazioni di Collimento e Villagrande, a 5 chilometri di profondità. Centinaia di vittime, molti edifici crollati o gravemente danneggiati; il sisma è stato nettamente avvertito in tutto il centro Italia fino a Napoli. La scossa principale è stata seguita da decine di scosse di assestamento. Dichiarato lo Stato d'emergenza nazionale.
 
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