L'editoriale del nuovo numero di FalceMartello
Il quadro continua a muoversi rapidamente e la fondazione del Pdl costituisce un passaggio qualitativo. Il Pdl è un vero e proprio caleidoscopio delle mille tradizioni e tendenze politiche che nella storia del nostro paese si sono distillate nello scontro con il movimento operaio e nella crociata anticomunista. L’appello anticomunista è lo stesso della Dc del 1948; grida “abbasso i politici, abbasso i partiti” come faceva l’Uomo qualunque, usa la polizia con a mente il modello di Scelba negli anni ’50, spacca i sindacati come fece la Dc nel primo dopoguerra e attacca la Cgil come Craxi nel 1984 (e ministri come Sacconi e Brunetta vengono da quella scuola). Né gli è estranea l’eredità del fascismo; il ventennio non è presente nel Pdl attraverso questa o quella componente politica, ma in virtù del fatto che Berlusconi e il suo governo da un lato promuovono incessantemente e sistematicamente provvedimenti e culture liberticide, e dall’altro garantiscono non solo piena agibilità e impunità a quelle forze e correnti neofasciste in senso stretto, da Forza Nuova a settori della Lega – vedi Borghezio –, ma lavorano a demolire qualsiasi elemento di resistenza, qualsiasi “anticorpo” che possa contrastare questa offensiva reazionaria. Bruciare un immigrato, organizzare parate fasciste: tutto è permesso, niente è scandaloso, tutto può accadere.
Sotto l’egida del capo indiscusso possono convivere i baciapile più devoti con i “laici” di provenienza radicale o socialista; l’iperaziendalismo delle origini di Forza Italia con il clientelismo di derivazione democristiana, che non disdegna e anzi ricerca il quieto vivere e la collaborazione coi poteri criminali. Collante politico, ideologico e programmatico: paghi chi sta sotto. Metodo: far saltare tutte le regole, dal contratto nazionale di lavoro fino ai vincoli ambientali e sociali. Strategia: offensiva permanente, appena conseguito un obiettivo, aprire immediatamente il fronte successivo.
C’è chi, nel Partito democratico, ha commentato ironicamente il congresso di fondazione del Pdl: niente di nuovo, è stato scritto. A nostro avviso invece una “piccola novità” ci sarebbe: tutto questo si fonde in un solo partito (non più una coalizione) che non solo è oggi di gran lunga il più grande della politica italiana, ma che si pone apertamente l’obiettivo di raggiungere la maggioranza assoluta e di adeguare la legge elettorale (per quali vie lo si vedrà) in modo da poter cambiare anche da solo la Costituzione (quella formale, avendo già largamente manomesso quella reale) di questo paese. Una novità da nulla, come si vede…
A questo si aggiunga che l’attuale governo è il primo da oltre un decennio a non subire, almeno per ora, delle sconfitte nelle elezioni locali. Il primo e il secondo governo Prodi cominciarono a perdere voti dal minuto successivo al loro insediamento, e lo stesso Berlusconi fra il 2001 e il 2006 perse tutte le consultazioni elettorali, anche se nel 2006 riuscì a compiere una importante rimonta, fin quasi a pareggiare nelle politiche. Oggi però la musica è diversa, lo abbiamo visto in Abruzzo e Sardegna.
Solo la Lega resta fuori dal perimetro del Pdl, ma al di là del momentaneo giovamento elettorale che può trarne, non sarà facile per Bossi sottrarsi alla pressione crescente di Berlusconi.
Di fronte a tutto questo il Partito democratico rimane piantato nel marasma di contraddizioni in cui si dibatte fin dalla sua nascita. Certo, Franceschini è forse un po’ meno patetico di Veltroni, una volta ha persino dato del “clerico-fascista” a Berlusconi. Il piglio leggermente più deciso potrà aiutare il Pd a riportare a casa un po’ di voti in fuga; ma poi? A che servirà una dignitosa sconfitta (ammesso che riesca a ottenerla) a un partito che ha per sua missione quella di conquistare il ruolo centrale nello schieramento borghese?
Apparentemente fuori dall’egemonia berlusconiana c’è ancora molto: numerosi governi regionali, il potere giudiziario, la Presidenza della Repubblica, buona parte della carta stampata e del mondo accademico, numerosi intellettuali di grido che inorridiscono ogni volta che il capo del governo propone (salvo smentita di rito) di chiudere il parlamento o di licenziare tutti i giornalisti a lui ostili… la stessa Confindustria esita ancora ad abbandonarsi pienamente all’abbraccio di Berlusconi, sia perché punta a ottenere il massimo (i “soldi veri” rivendicati dalla Marcegaglia), sia per la mai superata diffidenza verso le numerose “anomalie” del potere berlusconiano, conflitto d’interessi in testa. Lo stesso dicasi per quella cospicua parte del mondo economico, banche e grandi imprese, che hanno tifato Pd, senza peraltro che questo abbia impedito o impedisca loro di concludere lucrosi affari con l’attuale maggioranza, come insegna la vicenda Alitalia.
Tutto questo però non intralcia per un solo minuto la marcia del Cavaliere. Vale la pena di citare l’analisi di Marx riguardo al bonapartismo di Napoleone III: normalmente, la classe borghese gestisce direttamente il potere politico. Tuttavia, in circostanze particolari, può accadere che il potere politico si sottragga al controllo della stessa borghesia e acquisti una autonomia che lo pone apparentemente “al di sopra della nazione”. Sintomo di questo genere di sviluppi, sempre secondo Marx, è la “rottura fra la borghesia e i suoi rappresentanti politici e letterari”…
La crisi non può che accentuare questa tendenza al potere personale e “incontrollato”. La prospettiva di un’esplosione della rabbia sociale, di cui i “sequestri” di manager non sono che il primo annuncio, spingerà sempre di più la classe dominante fra le braccia del “blocco d’ordine” che si va costituendo attorno a questo governo. Né potrà fare argine un Pd che a un anno e mezzo dalla sua nascita continua ad essere il partito che pretende di tenere sotto la stessa sigla gli operai della Indesit a rischio chiusura e la deputata Merloni che li sta licenziando.
Non c’è voto utile al di fuori di quello a Rifondazione. Sappiamo fin troppo bene quali siano le deficienze e le debolezze del nostro partito; sappiamo che bisogna lavorare ancora a lungo per recidere i fili che ancora ci legano all’ingloriosa stagione governista e al Partito democratico, in primo luogo nelle amministrazioni locali; è necessario fare uno sforzo affinché la lista sia chiaramente identificabile come strumento di battaglia e di organizzazione per il conflitto sociale, e questo comincia da una lotta per candidature operaie rappresentative, per mettere in prima fila i lavoratori, i precari, i movimenti di resistenza, le donne; anche per questo ci siamo battuti e continuiamo a farlo affinché nella lista non si candidino i segretari di Prc e Pdci. Tutto questo e molto altro resta ancora da fare, ma non c’è altro modo di farlo che cominciare!
C’è solo una risposta possibile all’onda crescente del regime in formazione: una saldatura forte fra il conflitto sociale e un Partito della rifondazione comunista che sappia trovare la sua ragion d’essere profonda nel conflitto di classe e nella necessità sempre più urgente di costruire nel mezzo della crisi del capitalismo la prospettiva di una società libera dal profitto e dalle mostruosità di questo sistema economico. Questa è la sfida che conta, e a questo dobbiamo pensare mentre lavoriamo alla campagna elettorale per le europee. Tutto, compreso il superamento dello sbarramento al 4 per cento, discende da questo. Il resto, le miserie di scissioni e scissioncine, le schermaglie del ceto politico che si affanna a escogitare le formule della sopravvivenza quotidiana conta poco più di zero; lo combattiamo e lo combatteremo nella misura in cui sapremo assolvere al compito principale qui indicato.
8 aprile 2009
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