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Dopo il 4 aprile rilanciare il conflitto! Stampa E-mail
Scritto da Paolo Grassi   
marted́ 07 aprile 2009

Il successo della manifestazione della Cgil del 4 aprile è stato chiaro. Al di là delle dichiarazioni dei ministri del governo era indiscutibile la partecipazione di massa. 70 treni speciali, oltre 7mila pullman, migliaia di persone arrivate con mezzi propri non sono cose che si possono cancellare con una campagna stampa messa in piedi da mass media compiacenti.

La volontà di non darla vinta a Berlusconi e Confindustria, la richiesta di centinaia di migliaia di persone di proseguire sulla strada tracciata in autunno è stata ancora una volta ribadita. La manifestazione a Roma ha dato due chiare indicazioni, la prima che bisognava esserci per dimostrare che i lavoratori non si arrendono, la seconda è che ora bisogna continuare la lotta. Il successo della mobilitazione non può e non deve essere oggetto di consolazione per poi sostenere che questo è il massimo che si poteva fare.

Il problema che si apre ora è uno solo: come continuare, come fare si che l’enorme potenzialità di mobilitazione espressa in questi mesi e con la manifestazione del 4 aprile non vada disperso ma si canalizzi verso una lotta incisiva che rilanci e approfondisca il conflitto aperto in autunno. Con le manifestazioni contro l’attacco alla scuola da cui è emersa una mobilitazione degli studenti e dell’intero mondo della scuola come poche se ne sono viste nella storia di questo paese, proseguito con lo sciopero generale del 12 dicembre, preceduto da tanti scioperi nazionali di categoria, e continuato con altrettante mobilitazioni, in particolare quella dei metalmeccanici e dell’impiego pubblico del 13 febbraio, oltre a una serie di vertenze e conflitti locali molto intensi.

La manifestazione del 4 aprile è stata preceduta dal risultato della consultazione sull’accordo separato. Consultazione, i cui dati resi ufficiali a fine marzo, in cui la Cgil ha dichiarato che su oltre 3,6 milioni di lavoratori hanno partecipato, con quasi 60mila assemblee, e ben il 96% ha detto No all’accordo separato. Al di là se la consultazione sia stata eseguita in modo scrupoloso, gli episodi discutibili non mancano, vedi ad esempio i seggi nelle camere del lavoro territoriali che ricordavano molto la consultazione “allegra” dell’accordo sul Welfare dell’autunno del 2007 dove i controlli erano del tutto impossibili (metodi che comunque la Cisl e la Uil non solo allora avallarono ma utilizzarono quanto la Cgil), è indiscutibile che là dove la consultazione si è fatta con metodi e strumenti certi, in particolare nelle fabbriche, l’opposizione all’accordo è stata chiara e di larga maggioranza.

Come proseguire


Ma anche dopo questa ennesima dimostrazione di forza padroni e governo non spostano di un millimetro la rotta che da tempo hanno deciso di seguire. Anzi, alla già lunga lista di attacchi che stanno portando avanti – leggi anti sciopero, aumento dell’età pensionabile delle donne, stravolgimento del testo unico sulla sicurezza – si è aggiunto proprio alla vigilia della manifestazione la conferma del licenziamento di oltre 42mila lavoratori e lavoratrici dell’istruzione pubblica nei prossimi due anni.

Il problema quindi non è solo che è necessario proseguire la mobilitazione, ma anche come.

Queste erano le principali indicazioni che i lavoratori si aspettavano da Epifani al Circo Massimo. Questo non c’è stato, dopo mesi di lotte, scioperi che hanno pesato sulle tasche dei lavoratori, con una crisi che si fa sentire sempre di più, centinaia di migliaia di posti che si stanno perdendo, Epifani non ha saputo dare altra prospettiva che quella di chiedere, pur se con tono perentorio, a Berlusconi e di riflesso a Confindustria, Cisl e Uil, un ennesimo tavolo a cui sedersi per discutere.

Richiesta puntualmente rispedita al mittente da tutte le parti chiamate in causa.

Del resto se il 4 aprile rappresentava un appuntamento decisivo per verificare il sostegno alla Cgil, dall’altro rappresenta anche uno spartiacque, dopo tante manifestazioni: o c’è un salto qualitativo nel conflitto, o, pericolo più che concreto, il rischio che la Cgil ricominci a moderare i propri obbiettivi.

La Cgil ritornerà sui suoi passi?


Segnali da questo punto di vista non mancano. Mentre si mette in piedi manifestazione e consultazione di massa contro l’accordo, contemporaneamente si licenzia unitariamente con Cisl e Uil il contratto degli alimentaristi, una piattaforma per il rinnovo contrattuale in linea con l’accordo separato (vedi articolo in questo numero).

E che dire della manifestazione del primo maggio che si terrà a Siracusa dove Epifani terrà il discorso conclusivo insieme a Bonanni e Angeletti? Lo stesso Bonanni che ha definito la consultazione una panzana clamorosa, e la manifestazione “una linea antagonista fuori dalla storia”. Cisl e Uil a breve si apprestano a sottoscrivere l’intesa applicativa dell’accordo sulla riforma del contratto da loro firmata il 22 gennaio.

L’intesa applicativa non è altro che la trasformazione in atti concreti di quel famigerato accordo dove i salari, le condizioni di lavoro, la repressione antisindacale troveranno nero su bianco la loro attuazione.

Da un lato Epifani chiede ai lavoratori di mobilitarsi in difesa dei loro diritti, dall’altro continua a cercare la strada non solo meno conflittuale ma soprattutto quella che a un certo punto può segnare il ritorno indietro della Cgil rispetto alle posizioni messe in campo in questi mesi.

Che il vertice della Cgil non vuole portare il conflitto alle coerenti conseguenze non lo si evince solo dai tanti episodi che si stanno accumulando, ma anche da come il conflitto è stato fin qui organizzato. Scioperi diluiti in periodi di tempo estremamente lunghi, troppo spesso inefficaci, atteggiamento rinunciatario nel portare avanti piattaforme alternative, indisponibilità di molti gruppi dirigenti a organizzare serie mobilitazioni rispetto ai tanti accordi separati firmati in questi mesi, uno su tutti quello del commercio.

La sostanza è proprio questa: il vertice della Cgil, che dovrebbe guidare la lotta, è il primo a temere il conflitto vero. Meglio di qualsiasi analisi è proprio un’intervista di Epifani che spiega questa preoccupazione: “Noi facciamo sindacato. E comunque faccio osservare che tutte le nostre iniziative di lotta sono servite a governare una rabbia e una protesta che sono diffuse e che in altri paesi sono esplose, come in Grecia o in Francia dove, l’altro giorno, i dipendenti della Sony hanno sequestrato per una notte l’amministratore delegato che aveva annunciato licenziamenti” (Corriere della sera 15 marzo 2009)

Rilanciare il conflitto


La crisi, l’attacco al modello contrattuale, la lotta contro i licenziamenti e le chiusure rende necessario un nuovo livello di conflitto che fino ad ora non c’è stato se non in rare eccezioni. Resistere, fabbrica per fabbrica, categoria per categoria, richiede un altro livello di organizzazione e di determinazione. Servono piattaforme radicali ma contemporaneamente servono percorsi di lotta coerenti e credibili che colleghino i problemi imminenti, bassi salari, cassa integrazione, espulsione dal posto di lavoro, chiusura dell’azienda, con parole d’ordine generali adeguate alla situazione, nazionalizzazione delle banche, salario sociale, blocco dei licenziamenti.

La mobilitazione di queste settimane e mesi ha mostrato che le forze e la disponibilità ci sono. Quello che manca è la volontà chiara e inflessibile di andare fino in fondo da parte dei vertici. I comunisti hanno un solo compito in questa fase: far crescere la consapevolezza che vincere si può e si deve, e che si deve farlo ora, che sono in campo le forze necessarie.

Questo hanno chiesto i lavoratori il 4 aprile, questo chiedono quelli delle aziende colpite dalla scure della crisi, questo è quello che gli operai della Innse, della Indesit, della Ficantieri e tante altre aziende stanno cercando di fare. Questo è quello che stanno facendo gli operai di Pomigliano per difendere il posto di lavoro e la loro fabbrica come ha spiegato uno di loro dal palco del circo Massimo esprimendo il bisogno di milioni di lavoratori e lavoratrici.

 

 
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