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Verso la manifestazione nazionale del 4 aprile Stampa E-mail
Scritto da Paolo Grassi   
venerd́ 06 marzo 2009

I padroni non danno tregua non resta che lottare!

Non passa giorno senza che governo e padroni non tentino di assestare nuovi e pesanti colpi ai lavoratori. Dopo l’accordo separato del 22 gennaio, la lista delle controriforme si è rapidamente allungata.

Aumento dell’età pensionabile per le donne incominciando dal pubblico impiego, nuove e ancor più restrittive leggi antisciopero a cominciare dai trasporti per poi essere estese.

La presidente di Confindustria ha chiesto esplicitamente la possibilità che i padroni possano utilizzare le nostre liquidazioni accantonate per i loro investimenti. Da ormai otto mesi marciano spediti nel cercare di avere tutto e subito, incalzati dal fatto che la crisi economica sta riducendo i classici canali per raccogliere profitti, ma anche perché incoraggiati dalla sconfitta storica subita dalla sinistra alle scorse elezioni politiche e dalle incertezze dei vertici della Cgil.

L’obbiettivo su cui lavorano in maniera incessante è il cosiddetto Libro verde, di cui pochi sono a conoscenza ma che per i padroni è un vero e proprio vangelo. Presentato subito dopo l’insediamento del governo spiega che entro il 2013, ovvero entro la fine di questa legislatura la spesa sociale, sanità, pensioni, servizi sociali, istruzione, dovrà essere abbattuta del cinquanta per cento. Considerando che già oggi un lavoratore che va in pensione prende meno del 60% dell’ultimo salario, che la spesa sanitaria per famiglia è significativamente aumentata in questi ultimi anni, e che l’istruzione da sola subirà tagli per otto miliardi di euro nel prossimo periodo, possiamo avere la percezione del disastro che ci vogliono scaricare addosso.

Ma non finisce qui. L’inchiostro con cui è stato scritto il nuovo disegno di legge contro il diritto di sciopero non si è ancora asciugato che ecco in arrivo una nuova calamità. La volontà di riscrivere, ovviamente insieme alle parti sociali, una nuova legge sulla rappresentanza sindacale. Considerando i precedenti, lo sdoganamento dell’Ugl come sindacato rappresentativo anche lì dove non ha iscritti e la serie ormai infinita di accordi fatti senza la Cgil non è difficile immaginare quale altra tegola sia in arrivo per i lavoratori.

Tutto questo mentre la produzione crolla, le famiglie non riescono a pagare il mutuo, i precari sono ormai quasi tutti per strada, la cassa integrazione è aumentata del 500% e da qui al prossimo dicembre un milione e forse più persone perderanno il lavoro.

Davanti a uno scenario così nero non c’è più spazio per le esitazioni.

L’autunno ce lo ha mostrato, la determinazione a mobilitarsi tra i lavoratori e i giovani c’è.

Lo sciopero dei metalmeccanici e dei lavoratori dell’impiego pubblico del 13 febbraio ci ha detto che non si è trattato di una semplice fiammata autunnale e che in quella direzione bisogna continuare.

Chiaramente questo può essere fatto se coerentemente a quanto sta succedendo c’è una mobilitazione adeguata. La Cgil e i sindacati di base hanno sviluppato in queste settimane due proposte di mobilitazione che seppur ancora insufficienti possono andare nella direzione di ampliare il fronte di mobilitazione.

I sindacati di base faranno una manifestazione nazionale sabato 28 marzo a Roma e uno sciopero nazionale il 23 aprile.

La Cgil sta convocando assemblee in ogni luogo di lavoro promuovendo un referendum che si svolgerà entro la fine di marzo. Contemporaneamente organizzerà manifestazioni e scioperi di quattro ore in ogni territorio in preparazione della manifestazione del 4 aprile. Dopo lo sciopero del 13 febbraio ci sarà la manifestazione dei pensionati e lo sciopero nazionale della scuola il 18 marzo.

È un peccato che davanti a un padronato così determinato i sindacati di base abbiano deciso di convocare mobilitazioni in alternativa a quelle della Cgil. Che il vertice della Cgil sia inadeguato alla battaglia che abbiamo davanti è evidente, ma che si possa pensare di interloquire con milioni di lavoratori e lavoratrici che si mobiliteranno con la Cgil nei prossimi mesi contrapponendo mobilitazioni alternative rischia di essere un boomerang. È evidente che dopo l’accordo separato del 22 gennaio si è rotta la diga e i lavoratori vogliono vedere il fronte unito. Il 12 dicembre ha mostrato che si può marciare separati colpendo uniti l’avversario comune.

Le assemblee e il referendum sono un passaggio importante per promuovere la manifestazione del 4 aprile, perché offrono ai delegati e ai lavoratori più combattivi la possibilità di essere protagonisti della propria mobilitazione.

Il referendum indetto nella scuola è emblematico. La Cgil da sola ha organizzato 4mila assemblee, 6mila seggi per votare, ci sono stati 376mila votanti (il 40% della categoria), centomila in più di quelli che avevano votato i delegati della Cgil durante i rinnovi delle Rsu, 90mila in più di quelli che sono stati consultati sul protocollo di luglio del 2007 (dove però a sostenere la consultazione c’erano anche Cisl e Uil), oltre 350mila voti contro l’accordo separato, meno di 20mila a favore e 5mila astenuti.

Non avendo Cisl e Uil sollevato un polverone davanti a queste cifre accusando la Cgil di essersele inventate, ma preferendo come i media far passare la notizia sotto silenzio, è chiaro che in gran parte corrispondono all’effettivo ambiente che c’è tra i lavoratori. Ed è questo un modo sicuramente più avanzato del passato per preparare lo sciopero della scuola del 18 marzo.

Sta a noi come comunisti inserirci in questo contesto per gettare le basi perché dalla mobilitazione emerga una nuova e decisa fascia di attivisti che sappia organizzare le lotte, sviluppare piattaforme e metodi di lotta efficaci, e che nello stesso tempo possa portare avanti quella battaglia all’interno della Cgil che ci permetta di riconquistare il sindacato su posizioni conflittuali e di classe.

Chiaramente la manifestazione a Roma il 4 aprile è un primo passo, ma di per sé insufficiente rispetto alle reali necessità del momento, servirebbe uno sciopero generale che fermi realmente il paese, dai trasporti alle fabbriche agli uffici.

Ma lo sciopero per imporsi deve trovare un ampio sostegno e il percorso messo in piedi dal vertice Cgil apre uno spazio agli attivisti più consapevoli e coscienti per generalizzare il conflitto.

La mobilitazioni deve crescere nelle fabbriche, nei territori, nelle singole vertenze.

Da parte dei lavoratori c’è la necessità di mobilitarsi per difendere i posti di lavoro e le realtà produttive.

Le esperienze di lotta della Innse, della Maserati, di Pomigliano, sono solo le punte più avanzate di un processo dove il conflitto, anche molto duro tenderà ad estendersi. La classe operaia di questo paese, nonostante le tante teorie sulla fine del lavoro e la centralità operaia mostrerà di avere grandi risorse e sarà protagonista del conflitto sociale. Attorno ai lavoratori possono organizzarsi tutti gli sfruttati di questa società per aprire la strada a un cambiamento reale in grado di respingere questa grandinata di attacchi padronali.

 
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